Un affondo politico frontale, con parole pesanti e un’accusa precisa: il governo starebbe preparando un incremento delle spese militari di oltre 23 miliardi nei prossimi tre anni senza dire chiaramente da dove prenderà i soldi, e tentando di far passare l’idea che tutto questo non avrà conseguenze su sanità, welfare e servizi. A lanciare l’attacco è Stefano Patuanelli, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato, dopo il question time con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Nel suo intervento sui social Patuanelli rivendica di aver posto una domanda diretta e “semplice” in Aula: “dove prenderete i soldi?”. E sostiene che la risposta del ministro sia stata un rinvio continuo a meccanismi tecnici e passaggi futuri: marzo, stime Istat, clausole europee, strumenti Ue come il Safe, flessibilità e procedure. Un modo, secondo lui, per non affrontare la questione politica centrale: l’impegno di spesa esisterebbe già “nero su bianco” nei documenti ufficiali.
La domanda chiave in Aula: “Da dove arrivano i 23 miliardi?”
Patuanelli costruisce l’intero ragionamento attorno a un punto: se il governo programma un aumento così significativo della spesa per la difesa, deve dire subito quale sarà la copertura. Nella ricostruzione del senatore M5S, la risposta di Giorgetti non sarebbe stata una spiegazione, ma un “esercizio di fumo istituzionale” fatto di rimandi a valutazioni future e cornici europee.
La critica non è solo procedurale. Patuanelli sostiene che, anche se la copertura viene rinviata, l’impegno a spendere quei soldi è già stato assunto: “c’è ed è nero su bianco nei documenti ufficiali del Governo”. È qui che l’attacco diventa politico: per il M5S si starebbe deliberatamente separando la scelta (aumentare la spesa militare) dal costo (come finanziarla), per evitare l’impatto mediatico e parlamentare.
“State ipotecando risorse enormi”: il rischio di tagli indiretti su sanità e welfare
Il passaggio più duro del post è quello in cui Patuanelli accusa l’esecutivo di “ipotecare risorse enormi del Paese” e al tempo stesso di pretendere di far credere che non ci saranno ricadute sul bilancio sociale.
Nella sua lettura, l’aumento della spesa militare non può essere neutro: se arrivano 23 miliardi in più per la difesa, da qualche parte quei soldi vanno presi. E qui Patuanelli richiama la “narrazione del buco di bilancio” che, a suo dire, il governo avrebbe usato per mesi per giustificare tagli, rinvii e rinunce. Il punto polemico è: se il bilancio era così stretto da imporre sacrifici, come può essere improvvisamente “indolore” trovare decine di miliardi per le armi?
“Spesa regressiva”: l’argomento economico e il riferimento all’UPB
Patuanelli prova anche a dare un appiglio tecnico al suo attacco: sostiene che quei fondi, secondo valutazioni citate nel post, sarebbero stati certificati dall’UPB (Ufficio parlamentare di bilancio) come una spesa “regressiva”: in sostanza, più debito che crescita rispetto a quanto dovrebbe produrre.
Il punto politico qui è chiaro: non si discute solo “se” spendere di più per la difesa, ma “che tipo di effetti” ha quella spesa. Se non genera crescita sufficiente, sostiene Patuanelli, l’aumento finirebbe per tradursi in maggiore pressione sul bilancio pubblico e, indirettamente, su cittadini e servizi.
In più, il senatore introduce un tema delicato: l’idea che una parte di questa spesa possa essere favorita da flessibilità europee che eviterebbero di conteggiarla nel deficit, descrivendola come un “regalone” tedesco della Commissione Ue. Anche qui l’obiettivo è politico: presentare l’operazione come un meccanismo che “trucca” la percezione dell’impatto reale.
Il Paese reale come controcampo: famiglie in difficoltà, sanità, crescita ferma
Per rafforzare la contrapposizione, Patuanelli sposta la narrazione sul “Paese reale”: famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, cittadini che rinunciano a curarsi perché non possono permettersi la sanità privata, crescita ferma e investimenti che languono.
Il messaggio è una gerarchia di priorità: se la società è attraversata da fragilità così profonde, scegliere di concentrare nuove risorse sulla spesa militare diventa — nella sua cornice — una decisione politicamente indifendibile. Non perché la difesa non conti, ma perché, sostiene, il governo starebbe cercando “qualsiasi strada” pur di aumentare la spesa militare senza ammetterlo apertamente.
Il nodo Safe e la “libertà di spesa”: verso lo scostamento di bilancio?
La parte più esplosiva arriva nella chiusura. Patuanelli afferma che, “tra le righe” delle parole del ministro, emergerebbe una preferenza del governo per una soluzione: non vincolarsi a strumenti europei come il Safe (che secondo lui limiterebbero la libertà di spesa), ma puntare a uno scostamento di bilancio per “creare 23 miliardi freschi”.
È qui che usa la formula più drastica: “Stanno seriamente pensando d’impegnare il Parlamento su uno scostamento in armi… Questa è pura follia”. La frase non è solo un giudizio: è un’accusa politica preventiva, che prepara il terreno a una battaglia parlamentare nel caso in cui l’esecutivo dovesse davvero chiedere margini extra di deficit per sostenere spese legate al riarmo.
E Patuanelli inserisce anche un elemento geopolitico: il timore che lo scostamento possa servire per acquistare armi “americane”, evocando la pressione internazionale e citando (in chiave polemica) la linea attribuita a Trump.
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L’intervento di Patuanelli segna un passaggio politico netto: il riarmo non viene contestato solo come scelta strategica, ma come scelta di bilancio che rischia di spostare risorse e di creare nuovo debito senza trasparenza. Il punto centrale della sua denuncia è che il governo starebbe decidendo prima la destinazione — 23 miliardi in più per la difesa — e solo dopo la copertura, chiedendo agli italiani di credere che tutto questo non avrà effetti su sanità, welfare e servizi.
Se il ministro Giorgetti, secondo Patuanelli, ha risposto con rinvii e formule tecniche, l’opposizione M5S prova a fissare la questione in termini semplici e politicamente esplosivi: chi paga? E soprattutto: quali priorità vengono sacrificate quando si sceglie di aumentare la spesa militare in un Paese dove il disagio sociale è già un tema quotidiano.




















