ULTIMO MINUTO – Ranucci davanti rivela tutto – Ecco cosa hanno fatto poco fa e cosa sta accadendo

Dopo l’esplosione che ha distrutto due auto davanti alla sua casa a Pomezia, Sigfrido Ranucci torna a parlare e lo fa con parole pesantissime. Il conduttore di Report denuncia un clima in cui le frasi di solidarietà “a caldo” coesistono con azioni sotterranee per colpire il giornalismo d’inchiesta “per via amministrativa”. Il bersaglio, secondo lui, sarebbe la trasmissione di Rai3: “Da una parte abbracci e dichiarazioni, dall’altra qualcuno sta armando il Garante della Privacy per punire Report e dare un segnale. Lo affermo con cognizione di causa”.

“Scorta mediatica”, non solo scorte

Ranucci ringrazia chi gli è stato vicino, ma chiede qualcosa di più: “Se con la bomba il tentativo era zittire me e la mia squadra, hanno sbagliato obiettivo. Le inchieste le fa un gruppo che ha toccato centri di potere: anche loro vanno protetti da una scorta mediatica. Non bastano le telefonate: servono prese di posizione chiare, atti e regole che difendano chi verifica i fatti”.

Il doppio binario: solidarietà pubblica e manovre istituzionali

Il cuore della denuncia è questo: solidarietà a microfoni accesi, sanzioni e delegittimazioni a telecamere spente. Ranucci parla di un possibile procedimento del Garante per la Privacy su un servizio “già archiviato dall’Ordine dei Giornalisti”, un precedente che – se confermato – suonerebbe come ammonimento preventivo a chi documenta interessi sensibili. “Chiedo che il Garante europeo verifichi l’operato del Garante italiano: sembra muoversi come un’emanazione del governo”, dice senza giri di parole.

Il contesto: dall’ordigno alle parole che preparano il terreno

L’attentato, con un ordigno artigianale piazzato sotto casa, è la miccia. Ma il giornalista lega l’episodio a un clima di delegittimazione sistematica: querele temerarie, richieste di tagli, insinuazioni sul “metodo Report”, fino a interventi punitivi a programma già verificato dagli organismi professionali. È quella zona grigia tra pressione politica e uso degli apparati regolatori che, nella sua lettura, trasforma la procedura in bavaglio.

La partita sulle regole: EMFA, querele temerarie, Privacy

Tre sono i fronti che Ranucci e chi lo sostiene vedono aperti:

Querele temerarie: costano tempo e denaro, anche quando finiscono in nulla. Il ritiro degli atti da parte di esponenti politici sarebbe un segnale concreto, più della retorica.

European Media Freedom Act (EMFA): l’attuazione rigorosa delle tutele europee – dalla trasparenza delle pressioni alla protezione delle fonti – è vista come argine ai bavagli indiretti.

Privacy vs. interesse pubblico: il bilanciamento non può diventare un grimaldello per sanzionare ex post inchieste scomode, specie se già vagliate dagli ordini professionali.

Il “metodo del silenziatore”: non vietare, ma scoraggiare

La denuncia di Ranucci chiama in causa un “metodo del silenziatore”: non si chiude formalmente un programma, si alzano i costi (economici, reputazionali, burocratici) fino a renderne più rischiosa la produzione. Ogni multa, ogni audizione ostile, ogni taglio immotivato diventa un colpo d’avvertimento per redazioni e caporedattori: conviene non insistere.

Piazza, Parlamento, Bruxelles: tre livelli della stessa battaglia

Le sue parole arrivano mentre:

le piazze si muovono a difesa della libertà di stampa;

il Parlamento discute di sicurezza e chiede audizioni (con l’impegno, dalla Vigilanza Rai, a un confronto “senza sbeffeggiamenti” e con atti conseguenti);

Bruxelles è chiamata a vigilare sull’EMFA e sulle ingerenze che ne contraddicono lo spirito.
L’asse tra società civile, istituzioni e UE è, per Ranucci, la sola scorta efficace contro la normalizzazione del bavaglio.

La linea rossa: “Diffidate di chi scappa dalle domande”

Nelle sue uscite pubbliche Ranucci ripete un concetto semplice: “Diffidate dei politici che non rispondono alla stampa o scappano. È disprezzo per il pubblico”. Una democrazia sana si misura sulla disponibilità del potere a farsi interrogare, non sulle conferenze senza contraddittorio. E Report, promette, tornerà con “puntate delicate” su Gaza, stragi di mafia, eversione nera: “Non arretriamo di un millimetro”.

Cosa significa davvero “difendere la stampa”

Tradotto in impegni concreti:

1. Stop alle querele temerarie da parte di esponenti di governo e maggioranza;


2. Piena attuazione delle tutele europee per i giornalisti (EMFA);


3. Niente sanzioni surrettizie camuffate da questioni privacy quando prevale l’interesse pubblico;


4. Trasparenza nelle decisioni Rai: nessun taglio punitivo, pieno diritto di replica, pubblicazione degli atti redazionali contestati;


5. Audizioni parlamentari vere, non passerelle: chi accusa porti prove, chi taglia motivi e documenti.

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Oltre l’emergenza: perché le parole contano

La “solidarietà ipocrita” evocata da Ranucci è anche un invito a misurare le parole: definire “spazzatura” o “calunniatori” i cronisti non è neutro; sposta l’opinione pubblica, rende accettabile ciò che non dovrebbe mai esserlo: colpire chi indaga. Il passo dall’insulto alla sanzione, e da lì alla violenza, si accorcia quando il terreno è stato preparato.

Conclusione: nessuna bomba, né multa, fermerà le domande

“Se volevano zittirci, hanno sbagliato obiettivo”, ha detto Ranucci. La sfida non riguarda solo Report, ma il diritto dei cittadini ad essere informati. La differenza, ora, la faranno gli atti: rinunce a querele, ritiro di sanzioni infondate, applicazione piena delle norme europee, e la scelta – politica e culturale – di non scappare mai dalle domande. Perché non c’è democrazia senza chi chiede conto. E non c’è sicurezza senza verità verificata.

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