Altro che retromarcia. Dopo la puntata de Lo Stato delle Cose, Sigfrido Ranucci sceglie la linea dell’attacco frontale e prova a ribaltare completamente il campo di battaglia. Non più il titolo che ha dominato le anticipazioni – la presunta accusa di una “lobby gay” – ma, nella sua versione, un problema ben più grande: chat autentiche contro chat manipolate, omissioni decisive e un nome che sarebbe stato lasciato nell’ombra.
Quel nome, ripete Ranucci, è Marco Mancini.
La replica arriva a stretto giro e punta a un obiettivo preciso: dimostrare che la narrazione andata in onda avrebbe spostato l’attenzione dalla sostanza alla polemica.
“Lobby gay? Falso”. La smentita netta
Il conduttore di Report parte da qui. L’idea che avrebbe accusato Massimo Giletti di appartenere a una lobby gay è, dice, falsa.
E usa parole durissime: se Giletti vuole riconoscersi in quella definizione, sarebbe un problema suo, non suo. Ma – aggiunge – il punto che davvero conta è un altro e sarebbe stato completamente evitato.
Il “fatto gravissimo”: cosa emergerebbe dalle chat mostrate in tv
Ranucci sostiene che, paradossalmente, proprio la messa in onda delle chat autentiche confermerebbe la sua tesi: in precedenza sarebbero circolati testi non autentici, trascritti su un foglio e poi ulteriormente modificati.
La modifica principale? Secondo lui, la cancellazione del nome di Marco Mancini.
Qui la polemica cambia natura: non più interpretazione, ma attendibilità del materiale.
Perché Mancini sarebbe la chiave di tutto
Ranucci insiste: sia Giletti sia Tommaso Cerno, a suo dire, avrebbero sorvolato sulla figura di Mancini, che invece rappresenterebbe il centro della vicenda e il collegamento con il famoso incontro all’autogrill.
Il sospetto che lascia intendere è pesante: si sarebbe preferito discutere della frase destinata a fare rumore mediatico, piuttosto che del contenuto politicamente più esplosivo.
L’accusa sul metodo: “Veline senza contraddittorio”
Nella sua ricostruzione, Ranucci va oltre. Sostiene che Cerno avrebbe pubblicato materiali riconducibili alla versione di Mancini o dei suoi legali senza un vero contraddittorio. E accusa Giletti di aver a sua volta rilanciato la teoria del complotto dei servizi, che – afferma – sarebbe stata già smentita nelle sedi giudiziarie.
Non è una differenza di opinioni: è una contestazione diretta del lavoro giornalistico.
Gli errori che, secondo Ranucci, non sarebbero casuali
Altro passaggio chiave: nella ricostruzione televisiva dell’autogrill, Giletti avrebbe commesso – dice Ranucci – gli stessi errori attribuiti ai legali di Mancini: casello sbagliato, ricostruzione imprecisa, riferimento normativo non corretto.
Per Ranucci è un indizio: significherebbe seguire la stessa fonte.
Il tema personale: la fonte e la scuola
Nell’ultim’ora compare anche un ricordo amaro. Ranucci parla del momento in cui Giletti avrebbe cercato di arrivare alla fonte delle immagini dell’autogrill, presentandosi con una telecamera nascosta davanti alla scuola frequentata dalla donna e rendendo riconoscibile la città.
Qui il terreno diventa quello più delicato: protezione delle fonti e limiti dell’inchiesta.
Il contesto mancante su Cerno
Infine, Ranucci spiega che la frase sulla lobby gay sarebbe stata estrapolata senza ricordare il contesto polemico in cui, a suo dire, era maturata: editoriali e prese di posizione di Cerno che giudica duramente, fino a evocare figure simbolo del giornalismo come Biagi e Zavoli.
È la chiusura morale del suo intervento.
La strategia: togliere il titolo e riportare il focus sul potere
Con questa replica, Ranucci prova a fare un’operazione precisa: svuotare la bomba mediatica legata all’espressione più urticante e rimettere al centro:
autenticità delle chat,
omissioni,
ruolo di Mancini,
modalità di costruzione delle inchieste,
tutela delle fonti.
Da scandalo televisivo a scontro sulla struttura dell’informazione.
E soprattutto, un messaggio politico chiarissimo: la vera partita, dice, non è quella che avete visto in apertura di programma.
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In definitiva, Ranucci prova a chiudere la porta alla polemica “facile” e ad aprirne una molto più scomoda: non la battuta che fa titolo, ma la filiera con cui si costruisce un racconto pubblico. La sua replica è un atto d’accusa su due livelli: da un lato l’affidabilità del materiale (chat autentiche contro chat “riscritte”, omissioni, il nome di Marco Mancini come punto rimosso), dall’altro il metodo (fonti, contraddittorio, tutela delle persone coinvolte). È qui che lo scontro smette di essere televisivo e diventa strutturale: chi manipola cosa, chi decide cosa resta fuori, e perché. E se la sfida è davvero questa, allora la questione non è più “chi ha detto cosa”, ma “chi ha il potere di orientare il senso dei fatti” — e quanto il giornalismo, quando entra in guerra, rischi di trasformare la verità in un’arma.



















