ULTIMO MINUTO SHOCK – Il referendum dopo le firme potrebbe slittare? Ecco cosa è accaduto

Il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia – quello che riguarda la separazione delle carriere dei magistrati – sembrava già “blindato” nelle date del 22 e 23 marzo. Ma nelle ultime settimane si è aperto un fronte che potrebbe rimettere tutto in discussione: il deposito (e la validazione) di una richiesta referendaria nata da una raccolta firme popolare, oltre al ricorso al TAR contro il decreto con cui il governo ha fissato la consultazione.

La data c’è già, ma non è l’ultimo passaggio

Il governo ha fissato il voto del 22-23 marzo sulla base della richiesta promossa dai parlamentari (poi passata al vaglio della Cassazione). Formalmente, dunque, la macchina è partita: decreto, calendario, campagna.

Il punto è che nel frattempo si è mossa anche un’altra strada prevista dalle regole: quella dei cittadini.

La raccolta firme “parallela” che cambia lo scenario

Il 15 gennaio la raccolta firme popolare per chiedere il referendum sulla stessa riforma ha superato le 500 mila sottoscrizioni, cioè la soglia minima richiesta per presentare una domanda referendaria.

E qui entra in gioco la tempistica: per i referendum costituzionali la legge prevede che la richiesta debba arrivare in Cassazione entro tre mesi dalla pubblicazione della legge (la finestra è pensata proprio per consentire che arrivino tutte le eventuali richieste, non una sola).

È su questo punto che nasce lo scontro: si poteva fissare la data prima che scadesse quella finestra?

Due “orologi” diversi: perché governo e promotori si accusano a vicenda

La controversia nasce dal fatto che convivono due riferimenti:

Il governo richiama la normativa sui referendum, secondo cui la data può essere fissata entro 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione che dichiara legittima la richiesta (nel caso delle richieste già validate).

I promotori della raccolta firme popolare sostengono invece che, per prassi e logica costituzionale, lo Stato dovrebbe attendere la fine dei tre mesi utili a presentare tutte le richieste, prima di inchiodare il calendario del voto.


Non è una disputa “accademica”: se passa l’idea che fissare il referendum prima della chiusura della finestra sia scorretto (o comunque censurabile), allora il decreto potrebbe essere messo in discussione.

Il ricorso al TAR: cosa è già successo e cosa può succedere

Il comitato promotore ha presentato ricorso al TAR del Lazio chiedendo l’annullamento del decreto (e una sospensione immediata in attesa della decisione). Il TAR, però, ha respinto la sospensiva e ha rinviato la discussione di merito a una data ravvicinata (indicata come 27 gennaio).

Qui sta il punto politico e pratico: il “no” alla sospensiva non chiude la partita. Vuol dire solo che, per ora, il calendario non viene congelato in via d’urgenza. Ma il TAR, entrando nel merito, può ancora incidere.

Perché si parla di “slittamento”: gli scenari possibili

Secondo l’analisi riportata da Pagella Politica (che cita anche il costituzionalista Alfonso Celotto), si aprono tre scenari principali:

1. Il TAR annulla il decreto: in quel caso, si potrebbe dover attendere la Cassazione sulla richiesta popolare e il governo sarebbe costretto a fissare una nuova data.

2. Il TAR conferma il decreto: il voto resterebbe al 22-23 marzo, ma il contenzioso potrebbe proseguire su altri piani.

3. Ricorso successivo alla Corte costituzionale: se la disputa diventasse una questione di corretta applicazione delle regole costituzionali, non è escluso che qualcuno tenti la via della Consulta.

In altre parole: lo slittamento non è automatico, ma è una possibilità concreta se la vicenda giudiziaria dovesse “rompere” la catena degli atti che regge il calendario attuale.

Il nodo politico: una partita sulle regole (ma anche sulla partecipazione)

Oltre alla tecnica, c’è un tema politicamente esplosivo: la sensazione – denunciata dai promotori – che fissare la data prima della chiusura della finestra dei tre mesi riduca lo spazio per iniziative popolari e per un confronto pubblico pieno.

Il governo, invece, può rivendicare l’esigenza opposta: certezza dei tempi, organizzazione del voto, rispetto delle scansioni fissate dopo l’intervento della Cassazione.

E infatti Pagella Politica sottolinea un punto che conta: entrambe le interpretazioni vengono descritte come giuridicamente sostenibili, anche se nei precedenti referendum costituzionali i governi avrebbero atteso la scadenza dei tre mesi prima di fissare la data.

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Quindi: il referendum può slittare? Sì, può. Ma non perché “salta tutto” da un giorno all’altro: lo slittamento dipende dall’esito del contenzioso e da come verrà letta la convivenza tra termine dei tre mesi e fissazione della data già avvenuta.

Ad oggi, la data del 22-23 marzo resta in piedi. Ma il rischio politico e giuridico è evidente: quando si entra nel terreno delle regole costituzionali, basta una decisione “di merito” per rimettere in discussione un calendario che sembrava già scritto.

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