Nuovi, inquietanti sviluppi nell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, dopo l’esplosione della bomba carta avvenuta giovedì sera davanti alla sua abitazione a Pomezia.
Secondo quanto rivelato da Il Fatto Quotidiano, i pm romani stanno indagando su una possibile connessione tra l’attacco e un’inchiesta di Report dedicata alla cosiddetta “mafia dell’eolico” – un sistema di interessi illeciti e legami politici attorno agli impianti di energia rinnovabile nel Sud Italia.
La nuova pista: un pentito trasferito in segreto poco prima della bomba
L’elemento che ha fatto scattare la nuova pista è il trasferimento improvviso di un collaboratore di giustizia in località protetta, avvenuto poche ore prima dell’attentato.
Il testimone – considerato cruciale per un’inchiesta sulla ‘ndrangheta e i suoi interessi nel settore dell’eolico – avrebbe rilasciato ai magistrati romani dichiarazioni decisive, che sarebbero poi state acquisite da Report per una puntata in preparazione.
Come scrive Vincenzo Bisbiglia, autore dell’articolo, “è una coincidenza che si lega a doppio filo con uno dei servizi giornalistici più delicati della nuova stagione di Report, riguardante gli interessi della ‘ndrangheta nell’eolico nel Nordest e gli intrecci con la politica”.
Il ruolo di Report: un’inchiesta pronta per la terza puntata
Le fonti giudiziarie citate da Il Fatto confermano che Ranucci aveva avuto colloqui recenti con i pm per approfondire il materiale relativo al collaboratore di giustizia.
Il conduttore e la sua squadra sarebbero riusciti a ottenere documenti e verbali inediti, al centro di una puntata della nuova stagione di Report attesa su Rai 3 nelle prossime settimane.
“Il filo rosso di questa nuova pista non si interrompe qui”, scrive Bisbiglia, aggiungendo che l’imprenditore pentito (legato a una famiglia mafiosa calabrese) avrebbe parlato anche di rapporti tra esponenti politici e ambienti economici coinvolti negli appalti dell’eolico.
Le indagini: pista mafiosa, ma si indaga anche sugli esecutori
Gli investigatori della Procura di Roma – coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi – stanno lavorando su due fronti:
1. Il movente dell’attentato, per capire se il gesto sia un messaggio di intimidazione collegato all’attività giornalistica di Ranucci;
2. L’individuazione degli esecutori materiali, con una prima ipotesi che porta a gruppi criminali locali di origine albanese, abituati a compiere attentati con ordigni artigianali.
Gli inquirenti ritengono che l’esplosivo impiegato – un chilo di polvere pirica pressata, senza timer e con miccia a innesco manuale – sia compatibile con bande poco organizzate, ma potenzialmente legate a interessi mafiosi nel Lazio.
Gli intrecci tra mafia, affari e politica
Secondo Il Fatto Quotidiano, la cosiddetta “mafia dell’eolico” rappresenta una delle nuove frontiere degli affari della ‘ndrangheta, in cui i clan investono milioni di euro attraverso società di copertura, gare d’appalto e progetti “verdi” finanziati da fondi pubblici europei.
Il collaboratore di giustizia – lo stesso che ha costretto la magistratura a metterlo sotto protezione – avrebbe raccontato i rapporti tra imprenditori, politici locali e referenti delle cosche, citando nomi e dettagli sulle pressioni esercitate per ottenere concessioni e subappalti.
Un’inchiesta di grande rilievo, che secondo le fonti giudiziarie avrebbe potuto essere oggetto di ritorsione o avvertimento, in coincidenza con la sua imminente messa in onda.
Ranucci: “Non mi fermeranno. È il giornalismo che deve avere paura di non esistere più”
Pur sotto shock, Sigfrido Ranucci ha continuato a lavorare con la sua redazione e, in contatto costante con le autorità, ha fatto sapere che il programma andrà in onda regolarmente.
“Non mi fermeranno – ha detto il conduttore – perché la libertà di stampa si difende facendo il proprio lavoro. Se ci intimoriscono, vince chi vuole il silenzio.”
La Rai ha annunciato un potenziamento delle misure di sicurezza, mentre l’Ordine dei Giornalisti e la FNSI hanno espresso solidarietà, chiedendo “un intervento concreto del governo per tutelare chi indaga sui poteri criminali ed economici”.
Storace: “La solidarietà deve essere sincera, non tardiva”
In chiusura dell’articolo, Il Fatto riporta anche le parole di Francesco Storace, ex parlamentare di Alleanza Nazionale e oggi giornalista, che ha voluto difendere il lavoro di Ranucci:
“Dobbiamo aspettare che muoia qualcuno per capire l’importanza di Report? La solidarietà deve essere sincera. È un programma che ha sempre fatto luce sul potere.”
Storace ha aggiunto di aver ritirato le querele contro Report dopo l’attentato:
“Qualcuno non l’ha presa bene, ho ricevuto telefonate da chi non era contento. Ma almeno sono stato sincero, e non dirò chi mi ha chiamato neppure sotto tortura.”
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Conclusione: un attentato che scoperchia un sistema
L’attentato a Ranucci non appare più come un semplice gesto intimidatorio isolato, ma come l’eco di una guerra silenziosa per il controllo dell’informazione e degli affari criminali nel settore dell’energia pulita.
Una vicenda che intreccia mafia, politica, potere economico e libertà di stampa, e che conferma quanto Report continui a essere – nel bene e nel male – uno dei pochi baluardi del giornalismo d’inchiesta in Italia.
Come scrive Bisbiglia nel suo pezzo, “le coincidenze sono troppe per non destare allarme. È il momento di proteggere non solo le persone, ma anche il diritto dei cittadini a conoscere la verità.”



















