Il punto di rottura sembrava ormai vicinissimo. Per ore il confronto tra Stati Uniti e Iran era rimasto sospeso sull’orlo di un nuovo salto militare, con lo Stretto di Hormuz al centro della crisi e il rischio di un ulteriore allargamento regionale. Poi, a ridosso della scadenza dell’ultimatum, è arrivata la svolta: Donald Trump ha accettato una tregua di due settimane, legandola alla riapertura completa, immediata e sicura di Hormuz.
La decisione del presidente americano è stata accompagnata da toni trionfali. Trump ha parlato di una fase molto avanzata verso un’intesa di lungo periodo e ha descritto l’accordo come una vittoria piena degli Stati Uniti. Nello stesso flusso di dichiarazioni, il presidente ha anche sostenuto che Washington e Teheran avrebbero già trovato convergenze su molti dei punti di un possibile piano più ampio, compresi i temi dell’uranio arricchito e dell’alleggerimento delle sanzioni. A raffreddare l’entusiasmo della Casa Bianca, però, ci ha pensato il vicepresidente J.D. Vance. Da Budapest ha spiegato che il cessate il fuoco resta fragile, pur sostenendo che Trump vuole risultati concreti e rapidi. Secondo Vance, la base dell’intesa è chiara: gli iraniani hanno accettato di riaprire Hormuz e gli Stati Uniti, in cambio, hanno fermato gli attacchi. Il numero due dell’amministrazione ha anche lasciato intendere che la Casa Bianca considera Teheran più incline alla trattativa che allo scontro frontale, insistendo sulla necessità di negoziare in buona fede.
Il nodo decisivo resta proprio lo Stretto di Hormuz, passaggio vitale per l’energia mondiale. Le prime navi hanno ripreso ad attraversarlo, segnale che il cessate il fuoco sta producendo effetti immediati almeno sul piano operativo. Ma la normalizzazione è tutt’altro che completata: secondo gli esperti rilanciati dalle dirette, con oltre mille imbarcazioni bloccate ci vorrebbe più di due settimane per smaltire davvero l’arretrato e ricostruire la fiducia degli armatori. Anche i mercati hanno reagito subito. Il Corriere segnala che il prezzo del petrolio è sceso sotto i 100 dollari, segnale di un primo allentamento della paura per una crisi energetica globale. È un dato politicamente rilevante, perché uno dei timori maggiori delle ultime ore era proprio l’impatto economico di un conflitto più esteso, capace di colpire non solo il Medio Oriente ma anche inflazione, costi dei trasporti e bollette in Europa.
Sul tavolo diplomatico, intanto, si muove il Pakistan. Sia Sky TG24 sia il Corriere attribuiscono a Islamabad un ruolo centrale nella mediazione che ha portato alla tregua temporanea. I primi colloqui formali tra Stati Uniti e Iran sono attesi venerdì a Islamabad: secondo Sky, a guidare la delegazione americana sarà proprio Vance insieme a Witkoff e Kushner, mentre per Teheran è atteso il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf. Il Corriere aggiunge che il presidente iraniano Pezeshkian ha confermato la partecipazione ai negoziati nel corso di un colloquio con il premier pakistano Shehbaz Sharif.
Ma la tregua non coincide con una vera pacificazione dell’area. Su questo punto i segnali restano contraddittori. Sky riferisce che i raid israeliani in Libano continuano, mentre il Corriere riporta che Israele sostiene la sospensione dei bombardamenti sull’Iran ma considera il Libano escluso dall’intesa. È uno dei passaggi che rende più evidente quanto l’accordo annunciato nelle ultime ore sia ancora parziale, limitato e politicamente esposto a possibili rotture.
Per questo la formula scelta da Vance pesa forse più dell’ottimismo di Trump. La Casa Bianca prova a presentare il cessate il fuoco come il preludio a un accordo più vasto, ma gli stessi alleati americani e gli osservatori internazionali leggono queste due settimane come una finestra stretta, utile a fermare l’escalation ma non ancora sufficiente a sciogliere i nodi di fondo: sicurezza regionale, programma nucleare iraniano, libertà di navigazione e ruolo degli attori armati nell’area. In altre parole, la guerra forse si è fermata, ma la crisi è tutt’altro che chiusa.
Iran-Usa, due settimane per evitare l’escalation: Trump congela l’ultimatum, Vance frena e guarda ai colloqui di venerdì
Quella che fino a poche ore prima sembrava la vigilia di un nuovo salto nel conflitto si è trasformata, almeno per ora, in una tregua carica di tensione. Donald Trump ha accettato di estendere di due settimane la scadenza del suo ultimatum all’Iran, legando lo stop agli attacchi a una condizione precisa: la riapertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto di Hormuz. Per il presidente americano si tratta di una “vittoria totale e completa”, mentre da Teheran la lettura è opposta: secondo la Repubblica islamica, sarebbero stati gli Stati Uniti ad accettare il piano iraniano come base del negoziato.
La tregua, dunque, non coincide affatto con una pace già costruita. Al contrario, nasce dentro un equilibrio ancora instabile, nel quale ogni parte prova a intestarsi il risultato politico e diplomatico. Sky TG24 riferisce che il cessate il fuoco sarebbe maturato anche grazie alla mediazione del Pakistan e a un intervento dell’ultimo minuto della Cina per spingere Teheran verso una maggiore flessibilità. Intanto Israele continua le sue operazioni in Libano, che secondo Benjamin Netanyahu resterebbe escluso dal cessate il fuoco.
In questo quadro si inseriscono le parole del vicepresidente americano J.D. Vance, che offrono una chiave molto più prudente rispetto al trionfalismo di Trump. Vance ha definito la situazione una “tregua fragile”, spiegando che la base dell’intesa starebbe nello scambio tra due mosse: da una parte la riapertura di Hormuz da parte iraniana, dall’altra la sospensione degli attacchi da parte degli Stati Uniti. Sempre secondo il vicepresidente, Trump vuole però “progressi” rapidi e ha chiesto che i negoziati vengano affrontati “in buona fede”. Corriere riferisce anche un altro passaggio significativo attribuito a Vance: gli iraniani, ha detto, sarebbero “negoziatori migliori di quanto siano combattenti”, frase che fotografa bene la linea americana di queste ore, sospesa tra pressione militare e apertura diplomatica. Il vero banco di prova è ora fissato per venerdì 10 aprile 2026, quando a Islamabad dovrebbe aprirsi il primo round di colloqui tra Washington e Teheran. Sky TG24 parla di negoziati al via venerdì in Pakistan, con Vance alla guida della delegazione americana insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre per l’Iran dovrebbe esserci il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Corriere aggiunge che il Pakistan ha formalmente invitato le due delegazioni a Islamabad e che, secondo Axios, gli Stati Uniti stanno valutando anche l’ipotesi di colloqui diretti, anche se la Casa Bianca ha precisato che nulla è definitivo finché non ci sarà un annuncio ufficiale del presidente o della stessa amministrazione.
Attorno a questi colloqui si sta già costruendo il perimetro della trattativa. Secondo quanto riportato dal Corriere, Teheran sostiene che Washington abbia accettato un piano in dieci punti come base negoziale. Tra i nodi messi sul tavolo ci sono il passaggio controllato nello Stretto di Hormuz, un protocollo formale di sicurezza per la navigazione, la richiesta di fermare la guerra contro le componenti dell’“asse della resistenza” e il ritiro delle forze combattenti americane dalle basi e dai punti di dispiegamento nella regione. Si tratta di condizioni molto pesanti, che mostrano come i colloqui di venerdì non saranno un semplice passaggio tecnico, ma un confronto politico e strategico destinato a misurare fino a che punto le parti siano davvero pronte a fare un passo indietro. Nel frattempo, il fronte economico ha reagito con immediatezza alla tregua. Corriere segnala che il Brent è sceso sotto i 95 dollari al barile e che anche il gas europeo ad Amsterdam è calato sotto i 45 euro/MWh, mentre Sky evidenzia che le prime navi hanno ripreso a transitare da Hormuz. Ma il ritorno alla normalità è tutt’altro che scontato: sempre Sky riferisce che oltre mille navi risultano bloccate o rallentate e che, secondo diversi analisti del settore, due settimane potrebbero non bastare per riassorbire l’arretrato né per ricostruire la fiducia necessaria tra armatori, noleggiatori e operatori internazionali.
Anche sul piano politico internazionale il cessate il fuoco è stato accolto con cautela. Sky riferisce del sostegno espresso da vari leader occidentali, compresa Giorgia Meloni insieme ad altri capi di governo e vertici europei, che hanno indicato come obiettivo una fine “rapida e duratura” della guerra attraverso strumenti diplomatici. Il messaggio è chiaro: la tregua viene considerata utile soltanto se diventerà il ponte verso un accordo più stabile, non se resterà una pausa breve prima di un nuovo ciclo di attacchi.
ULTIMO AGGIORNAMENTO: TRUMP “COLLABOREREMO:
“Gli Stati Uniti collaboreranno strettamente con l’Iran che, a nostro avviso, ha attraversato un cambiamento di regime che si rivelerà molto produttivo! Non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio e gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la “polvere” nucleare (dei bombardieri B-2) sepolta in profondità.
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Il punto, adesso, è tutto qui: le due settimane annunciate da Trump non rappresentano una soluzione, ma una finestra strettissima entro cui verificare se la diplomazia può davvero prendere il posto delle armi. Da una parte c’è la narrazione americana della forza che ha costretto Teheran a trattare; dall’altra c’è la rivendicazione iraniana di aver imposto le proprie condizioni come base del confronto. In mezzo restano Vance, con il suo realismo sulla “tregua fragile”, e i colloqui di venerdì a Islamabad, che potrebbero segnare l’inizio di una de-escalation vera oppure rivelarsi soltanto una pausa tattica dentro un conflitto ancora apertissimo.

















