Ultim’or – Ora Nordio rischia grosso? Ecco cosa ha fatto il Consiglio superiore della magistratura

 Il Consiglio superiore della magistratura ha deciso: con una delibera approvata a maggioranza, il Plenum ha aperto una pratica a tutela del sostituto procuratore generale della Cassazione Raffaele Piccirillo, dopo le dure esternazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio nei suoi confronti. Al centro dello scontro, un’intervista rilasciata dal magistrato sulla gestione del controverso caso Almasri, che ha innescato una reazione pubblica da parte del guardasigilli durante l’evento “Parlate di mafia” del 18 luglio.

Nordio contro Piccirillo: “In altri Paesi avrebbero chiamato gli infermieri”

Il punto più controverso delle dichiarazioni del ministro è arrivato quando ha deriso apertamente il magistrato per le sue opinioni sul caso, affermando testualmente:
“In qualsiasi Paese al mondo avrebbero chiamato gli infermieri”. Ma Nordio non si è fermato lì: ha poi evocato un possibile procedimento disciplinare, definendolo inutile perché la sezione disciplinare del Csm “è composta da persone elette da quelle che devono essere giudicate”, insinuando una commistione tra giudicanti e giudicati.

Non solo: ha descritto la giurisdizione disciplinare come una “stanza di compensazione tra componenti associative”, e ha concluso che la politica non ha mai riformato la giustizia “per paura”. Un attacco a tutto campo, giudicato dal Csm “inaccettabile”.

Il Csm: “Parole gravi, minano la fiducia dei cittadini”

Nel documento approvato dal Plenum, il Csm non usa mezzi termini:
“Le affermazioni rese dal ministro della giustizia sono gravi, per il loro potenziale impatto sulla fiducia dei cittadini nella funzione giudiziaria”, si legge.
Secondo il Consiglio, le parole di Nordio “possono condizionare il sereno e indipendente esercizio della giurisdizione” e compromettere “il prestigio dell’ordine giudiziario”, a scapito dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura.

La delibera sottolinea inoltre come il contesto in cui le dichiarazioni sono state fatte — un evento pubblico che toccava anche la riforma costituzionale della giustizia — abbia caricato il dibattito di una “enfasi idonea a impedire un confronto pacato”.

La spaccatura nel Plenum e il boicottaggio del centrodestra

L’approvazione della pratica non è stata priva di ostacoli. Ieri, per due volte, è mancato il numero legale, dopo che i consiglieri laici di area centrodestra (Aimi, Bertolini, Bianchini, Eccher e Giuffrè) avevano abbandonato l’aula in segno di protesta. Solo oggi, 24 luglio, hanno deciso di rientrare in aula e, pur senza partecipare al dibattito, hanno espresso voto contrario alla delibera.
Unica astensione, quella della consigliera togata Bernadette Nicotra, che non aveva firmato l’iniziativa.

Il clima all’interno di Palazzo dei Marescialli resta teso, con una frattura evidente tra togati e laici, che rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi passaggi sulla riforma della giustizia.

Il caso Almasri e la libertà di parola dei magistrati

Raffaele Piccirillo era intervenuto con un’intervista in merito al caso Almasri, una vicenda giudiziaria particolarmente delicata che ha riacceso il dibattito sul ruolo della magistratura nelle questioni di immigrazione, sicurezza e diritti fondamentali. Le sue dichiarazioni, seppur critiche, sono rientrate secondo il Csm nel perimetro legittimo della libertà di espressione dei magistrati.

Proprio questo principio è stato richiamato nella delibera:
“La dialettica tra poteri dello Stato deve avvenire nel rispetto reciproco, e non con la delegittimazione pubblica di un magistrato”.

Un nuovo capitolo nello scontro tra politica e toghe

L’apertura della pratica a tutela di Piccirillo rappresenta un nuovo punto di tensione nei già fragili rapporti tra il governo e la magistratura. Il ministro Nordio, promotore di una riforma che punta a limitare il potere delle correnti interne alle toghe, aveva già attirato critiche in passato per uscite pubbliche considerate divisive. Ma stavolta, secondo il Csm, si è andati oltre.

Il rischio, ora, è quello di una crisi istituzionale aperta, con la magistratura che si sente sotto attacco e il governo che accusa le toghe di invadere il campo della politica.

La decisione del Csm arriva in un momento già delicato per l’equilibrio tra poteri dello Stato. Le dichiarazioni del ministro Nordio vengono interpretate come una delegittimazione pubblica del potere giudiziario, e sollevano domande profonde sulla tenuta dei principi costituzionali.
In un Paese che discute di riforme e bilanciamenti, la tutela dell’indipendenza della magistratura torna al centro del dibattito pubblico.

Nel frattempo, la figura di Raffaele Piccirillo diventa simbolica: non solo per ciò che ha detto, ma per ciò che rappresenta – il diritto, per ogni magistrato, di esprimersi senza essere messo alla gogna da chi ricopre un ruolo politico.

Intanto il M5s mostra il documento rivelato dall’ANM

Il clima tra magistrati e governo si fa sempre più infuocato. Da un lato l’Anm, che pubblica un documento del 1994 per smentire il ministro della Giustizia Carlo Nordio e ricordargli le posizioni di allora; dall’altro il Csm, che vota a favore della tutela del pm Raffaele Piccirillo, dopo le dichiarazioni critiche dello stesso Nordio.
Il risultato è uno scontro istituzionale a tutto campo, che rende ormai sempre più difficile un dialogo sereno sulla riforma della giustizia, attualmente in discussione in Parlamento.

Il documento dell’Anm: “Nel ’94 Nordio era con noi”

L’Associazione nazionale magistrati ha pubblicato un documento firmato nel 1994 da 1.500 toghe, tra cui lo stesso Nordio, allora ancora magistrato in servizio. Il testo – inviato allora via fax alla sede romana dell’Anm – esprimeva contrarietà alla separazione delle carriere tra pm e giudici, tema oggi centrale nella riforma proposta dal Guardasigilli.

Nel documento si affermava che “l’indipendenza del pubblico ministero rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura hanno rappresentato una garanzia per la legalità e l’eguaglianza davanti alla legge”.
L’Anm oggi sottolinea con forza che si tratta degli stessi principi che Nordio respinge ora da ministro, dopo averli sottoscritti da magistrato.

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Il confronto tra il ministro Nordio e il magistrato Piccirillo non è più solo una polemica personale: è diventato il simbolo di un conflitto più profondo tra politica e magistratura, tra l’esigenza di riformare e il dovere di rispettare. Le parole pronunciate da un rappresentante del governo, in pubblico, contro un magistrato in servizio, sollevano interrogativi cruciali sul confine tra critica e delegittimazione, tra libertà di parola e responsabilità istituzionale.

Nel clima acceso di oggi, la decisione del Csm non chiude lo scontro, ma lancia un segnale: i poteri dello Stato devono dialogare, non denigrarsi. E se davvero si vuole riformare la giustizia, il primo passo resta il rispetto per chi la amministra ogni giorno.

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