Nel suo giudizio annuale sul rendiconto dello Stato, la Corte dei Conti ha acceso i riflettori su uno dei settori più fragili e dimenticati della spesa pubblica: la sanità. Con parole nette, il procuratore generale Pio Silvestri ha denunciato un sistema sanitario in affanno, travolto da carenze croniche e da scelte politiche che — più che correggere la rotta — sembrano consolidare le disuguaglianze.
Una denuncia che smonta la narrazione ottimistica dell’esecutivo Meloni e che rilancia l’allarme, da tempo sottolineato dalle opposizioni, su un modello di sanità pubblica che rischia il collasso. E proprio su questo terreno, Giuseppe Conte affonda il colpo.
Una bocciatura senza appello: “Liste d’attesa vergognose”
Secondo la Corte, le liste d’attesa oggi rappresentano «un fenomeno vergognoso per un Paese civile». Una frase che da sola sintetizza il giudizio severo sulle condizioni in cui versa il sistema sanitario nazionale, incapace di garantire prestazioni tempestive ed efficaci alla cittadinanza. Il procuratore Silvestri ha auspicato un’inversione di marcia decisa, non solo attraverso l’accordo Stato-Regioni recentemente raggiunto, ma soprattutto rimettendo al centro il ruolo del personale sanitario.
«È necessario rimettere al centro del ‘villaggio salute’ il professionista sanitario», ha spiegato Silvestri, indicando come punto cruciale il riconoscimento economico e professionale di medici e infermieri, oggi spesso sottopagati, sovraccarichi e costretti ad abbandonare il servizio pubblico per il privato o per l’estero.
Il capitale umano dimenticato
Per la Corte dei Conti, il rilancio del sistema sanitario passa da un investimento serio nel capitale umano. Non si tratta solo di aumentare gli stipendi, ma di riconoscere ai professionisti della salute un ruolo centrale nei processi decisionali, nella gestione delle strutture e nella definizione delle politiche di cura. Una strategia necessaria per uscire dall’attuale impasse e contrastare la fuga di personale.
Il messaggio è chiaro: senza una sanità pubblica forte e valorizzata, il sistema implode. E le conseguenze — come dimostrano i dati — si scaricano direttamente sui cittadini, costretti sempre più spesso a rivolgersi al privato o, peggio ancora, a rinunciare del tutto alle cure.
Conte: “La sanità non è una mucca da mungere”
A rincarare la dose è intervenuto Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha accusato il governo Meloni di perseguire una strategia miope e classista. «Siamo a 48 miliardi in meno rispetto alla media europea nella spesa sanitaria. Questa maggioranza ha scelto di destinare le risorse altrove, a partire dalla corsa al riarmo».
Conte ha denunciato il progressivo smantellamento del sistema pubblico, parlando di un vero e proprio attentato al diritto alla salute: «Negli ultimi due anni, gli italiani che hanno dovuto rinunciare alle cure sono passati da 4 a 6 milioni. È un dato raccapricciante, che dovrebbe far rabbrividire ogni rappresentante delle istituzioni».
Il leader del M5S ha poi attaccato duramente la logica clientelare che, a suo dire, domina oggi la gestione della sanità pubblica:
«La sanità non è una mucca da mungere per accrescere il consenso o per sistemare gli amici nei posti giusti. Questo scellerato progetto dividerà i cittadini in due categorie: quelli di serie A, che potranno curarsi nel privato, e quelli di serie B, lasciati indietro».
Tutte le promesse disattese
Conte non risparmia nemmeno le promesse elettorali dell’esecutivo. «Avevano promesso di risolvere il problema delle liste d’attesa. Non solo non è stato messo un euro, ma tutto ciò che è stato fatto è investire in armamenti. Il risultato? Ospedali senza personale, cittadini abbandonati e disparità crescenti tra Nord e Sud».
La denuncia trova riscontro proprio nelle parole della Corte dei Conti, che evidenzia una preoccupante mancanza di programmazione e una distribuzione disomogenea delle prestazioni sanitarie sul territorio nazionale.
Una sfida anche etica: quale modello di sanità vogliamo?
In filigrana, nella requisitoria della Corte dei Conti, c’è un’altra domanda cruciale: quale modello di sanità vogliamo costruire per il futuro? Uno accessibile, universale, fondato sull’equità? O un sistema duale, in cui solo chi può permetterselo ha diritto a tempi rapidi, specialisti e terapie aggiornate?
Per Silvestri, la risposta dovrebbe essere chiara: serve una riforma sistemica, che metta al centro le competenze, l’etica della cura, e la dignità di chi lavora ogni giorno negli ospedali pubblici. Un monito che suona come un appello alla responsabilità politica, in un momento in cui il diritto alla salute sembra sempre più subordinato a logiche di bilancio, propaganda o convenienza elettorale.
Se anche la Corte dei Conti denuncia il degrado del sistema sanitario, significa che la questione non è più solo politica, ma istituzionale. Le parole di Silvestri e Flaccadoro non sono critiche estemporanee, ma analisi strutturate che impongono un cambio di rotta.
Di fronte a liste d’attesa infinite, ospedali sotto organico e milioni di italiani che rinunciano alle cure, servono meno annunci e più investimenti concreti. Serve, come afferma Conte, una visione della sanità pubblica come bene comune, non come un terreno di conquista politica.
Perché la salute non è un costo, è un diritto costituzionale. E difenderlo oggi è una battaglia di civiltà.
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Conclusione: sanità pubblica o privilegio per pochi?
Le parole della Corte dei Conti segnano uno spartiacque: le liste d’attesa vergognose, il personale sottopagato e i milioni di italiani senza cure non sono più solo un problema politico, ma un’emergenza istituzionale.
Come ha denunciato anche Conte, il governo sceglie di tagliare sulla salute mentre investe in armamenti, creando un sistema a due velocità: chi può permetterselo si cura, chi no resta indietro.
Difendere la sanità pubblica significa difendere un diritto costituzionale. Continuare a ignorarlo è una scelta precisa. E ogni giorno di ritardo costa in termini di dignità, salute e giustizia sociale.
Ecco cosa ha dichiarato Conte – VIDEO:




















