Ultim’ora -Arriva la rivelazione shock di Casalino. Meloni, Schlein, Conte? Ecco chi sta sbagliando

Il mancato confronto pubblico ad Atreju tra Giorgia Meloni, Elly Schlein e Giuseppe Conte continua a produrre scosse politiche. Tra le letture più dure c’è quella di Rocco Casalino, ex portavoce di Conte e regista di molte operazioni mediatiche del M5S, che parla senza giri di parole di “occasione persa per il Paese” e di un errore strategico gravissimo da parte della segretaria del PD.

Secondo Casalino, Schlein non solo avrebbe “offeso gli alleati”, ma avrebbe consegnato alla premier Meloni un perfetto alibi per evitare un vero confronto sui numeri del governo. Altro che prova di leadership: per l’ex spin doctor, il “format a due” chiesto dalla leader dem si sarebbe rivelato un boomerang.

Il “format a due” che si ritorce contro Schlein

Nella ricostruzione di Casalino, tutto nasce dall’idea di Schlein di accettare l’invito ad Atreju solo a condizione di un faccia a faccia esclusivo con Giorgia Meloni. L’obiettivo, trasparente, era quello di accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come unica leader dell’opposizione, relegando Giuseppe Conte e gli altri alleati a comprimari.

Casalino smonta questo schema:

“Pensava di usare il giochino del format a due per imporsi come leader dell’opposizione. Ma la leadership non si autoproclama, non si impone con un artificio tecnico. La leadership ti viene riconosciuta da una comunità politica”.

Per l’ex portavoce, puntare tutto sull’escamotage televisivo del “duello a due” è stato un errore doppio:

1. Sul piano politico, perché ignora che nel campo progressista la leadership è ancora contendibile e vive di equilibri delicati tra PD, M5S e forze minori.


2. Sul piano comunicativo, perché trasmette l’immagine di una leader più preoccupata di difendere il proprio “spazio simbolico” che di colpire il governo sui contenuti.

L’immagine di un PD “supponente e radical chic”

Casalino individua un secondo effetto collaterale: la mossa di Schlein avrebbe rilanciato il peggior stereotipo sul Partito Democratico.

“Ha confermato l’immagine di un PD supponente, radical chic, che guarda gli altri dall’alto in basso, finendo per offendere gli alleati”.

Quando la segretaria dem, per giustificare la richiesta del faccia a faccia, afferma che “possiamo anche portare Fratoianni e Bonelli”, Casalino vede la caduta di stile: i leader di Sinistra Italiana e Verdi appaiono descritti come figure accessorie, quasi dei gregari da aggiungere se serve.

Un atteggiamento che – secondo lui – irrita le basi di quelle forze e non costruisce consenso, perché passa l’idea di un PD che pretende di guidare il fronte progressista per diritto divino, non per capacità di rappresentare davvero un’area sociale e politica.

“Se una comunità ti percepisce come arrogante, puoi scordarti che un giorno ti riconosca una premiership.”

Mettere Conte “sullo stesso piano di Salvini”

Uno dei passaggi più taglienti dell’analisi riguarda il modo in cui Schlein ha trattato Giuseppe Conte.

Casalino sottolinea che il presidente del M5S è stato due volte premier e che, piaccia o meno, è percepito da una parte importante dell’elettorato come figura centrale dell’opposizione.

Decidendo di imporre il formato “Meloni–Schlein” e di considerare la presenza di Conte come un problema da aggirare, la segretaria dem, secondo lui, lo ha di fatto equiparato a un Salvini qualsiasi, un leader di partito tra i tanti.

È un errore di valutazione doppio:

sottovaluta il peso reale del M5S, che in Campania e in molte aree del Sud continua a essere decisivo;

alimenta nel Movimento la percezione di un PD “padrone del campo”, poco incline al rispetto paritario.


Da qui la previsione di Casalino: un comportamento del genere non avvicina la prospettiva di un campo largo competitivo nel 2027, ma rischia di logorare ancora di più i rapporti tra i due principali poli dell’opposizione.

“L’occasione persa per mettere in difficoltà Meloni”

Al di là della dinamica interna all’opposizione, Casalino insiste su un punto: il vero obiettivo del confronto ad Atreju non doveva essere la disputa su chi fosse il capo dell’opposizione, ma inchiodare Meloni al bilancio del suo governo.

“Che il confronto con Meloni fosse in due o in tre non cambiava nulla: l’obiettivo era costringerla a rispondere sui numeri reali. Invece Schlein le ha offerto un alibi.”

Nella sua lettura, Schlein avrebbe dovuto accettare senza condizioni un confronto in cui fossero presenti anche Conte e altri leader, perché:

l’economia è ferma,

il PIL allo zero virgola,

l’industria in negativo,

la pressione fiscale in aumento.


Erano questi, secondo Casalino, i punti su cui incalzare la premier, mostrando agli italiani le contraddizioni tra la retorica trionfalistica del governo e i dati concreti.

Concentrarsi invece solo sulla forma del confronto – due o tre sul palco – ha permesso alla destra di ribaltare la narrazione: da Meloni che deve difendersi sul merito, a Schlein che appare preoccupata solo di prendersi il posto in prima fila.

“Meloni non ha più scuse: se evita Conte, è fuga”

L’altra metà del ragionamento di Casalino riguarda però Giorgia Meloni.

La premier, ricordiamo, aveva risposto alla richiesta di Schlein proponendo un confronto a tre: lei, Schlein e Conte. Una mossa che le consentiva di:

non legittimare un solo leader dell’opposizione;

apparire “inclusiva” e sicura di sé;

mettere in potenziale difficoltà l’asse Pd–M5S.


Ora che Schlein si è sfilata, per Casalino non cambia la sostanza: Meloni ha comunque dichiarato di essere disponibile a confrontarsi con l’opposizione e Fratelli d’Italia ha ripetuto che “chi governa bene non ha paura del confronto”.

Da qui la domanda:

“Perché allora scappare?”

Se Meloni dovesse ora evitare un confronto pubblico con Conte – magari adducendo il pretesto dell’assenza di Schlein – diventerebbe evidente, secondo Casalino, che non cercava davvero il dialogo ma soltanto una mossa tattica per mettere in imbarazzo il fronte avversario.

“Se ora Meloni evita il confronto con Conte, sarà evidente che non cercava un dialogo nel rispetto degli italiani – che dopo tre anni hanno diritto di vedere finalmente un confronto vero – ma che voleva solo mettere in difficoltà le opposizioni.”

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Leadership, comunità politica e sfida al 2027

L’“analisi shock” di Casalino colpisce perché sposta il baricentro del discorso sulla leadership:
non è più una questione di formati televisivi o di inviti alle kermesse, ma di riconoscimento reale da parte di una comunità politica.

Schlein, nelle sue parole, sbaglia perché pretende la leadership per via procedurale (“se mi confronti da sola con Meloni, allora sono io la leader”), senza averla ancora consolidata nel Paese e nel campo largo.

Conte viene implicitamente accreditato come interlocutore inevitabile, almeno finché una parte significativa dell’elettorato progressista continua a vedere in lui il volto di un’alternativa possibile.

Meloni, infine, viene messa di fronte al banco di prova: se davvero si sente forte dei risultati di governo, non dovrebbe temere un confronto a viso aperto con chi l’accusa di aver fallito su economia, lavoro, sanità, giustizia sociale.


In filigrana, c’è la campagna lunga verso il 2027:
chi riuscirà a presentarsi come leader credibile e riconosciuto, capace di parlare al Paese e non solo alle rispettive tifoserie?

Per Casalino, una cosa è già chiara: le scorciatoie mediatiche non bastano. E chi pensa di costruire la propria premiership su un “format a due” rischia non solo di perdere un’occasione, ma di rafforzare – paradossalmente – proprio l’avversario che vorrebbe indebolire.

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