Il verdetto finale: la Camera approva, la Manovra diventa legge
La Manovra è diventata legge con il via libera definitivo della Camera: 216 voti favorevoli, 126 contrari e 3 astenuti. Il sì conclusivo è arrivato poco prima delle 13, chiudendo l’iter della quarta legge di bilancio del governo Meloni. Un passaggio che, per i numeri, non è mai stato davvero in discussione; “shock” semmai per il modo in cui ci si è arrivati: un percorso tortuoso, blindato dalla fiducia, consumato nelle ultime ore in una lunga maratona notturna tra ordini del giorno, tensioni politiche e scontri verbali.
Un iter iniziato a ottobre e finito sul filo: “rito” annuale, ma clima sempre più teso
Il percorso parte da ottobre, con il testo licenziato dal Consiglio dei ministri, e diventa più complesso nelle ultime settimane. La maggioranza arriva al traguardo, ma con più di uno scossone interno: ripensamenti, screzi, riformulazioni e una sensazione costante di “manovra riscritta in corsa”, soprattutto nei passaggi in Commissione e nella fase conclusiva alla Camera. Il governo, però, rivendica un punto: l’obiettivo politico era approvare entro fine anno, e l’obiettivo è stato centrato.
La fiducia come “blindatura”: il Parlamento vota, ma non decide davvero fino in fondo
La Manovra arriva al voto finale dopo essere stata blindata dalla fiducia in entrambe le Camere. È qui che si inserisce una delle critiche più ripetute dalle opposizioni: il Parlamento discute, ma con margini ridotti, e molte questioni restano fuori dal testo o vengono spostate in un’area grigia fatta di ordini del giorno e promesse future. Non a caso, la seduta notturna diventa il luogo in cui i partiti, anche di maggioranza, trasformano in odg (ordini del giorno) la frustrazione per ciò che non è entrato nella manovra.
La notte “fiume” e la valanga di ordini del giorno: la manovra “a pezzi” e le richieste locali
Nella seduta fiume, i partiti hanno srotolato una quantità di richieste spesso micro-territoriali, tipiche dei finali di legge di bilancio: finanziamenti mirati, impegni su opere, iniziative culturali, interventi locali. È il lato più rivelatore del rush finale: quando le risorse sono poche e il testo è già chiuso, la politica prova a “salvare” almeno una bandierina con un impegno scritto, anche se non vincolante come una norma.
Tra gli esempi emersi:
un ordine del giorno sul tema dei caregiver familiari, con riferimento a un fondo che avrà 1,15 milioni nel 2026 e 207 milioni annui dal 2027;
l’ok a un odg che invita a valutare l’estensione dell’iperammortamento anche a beni prodotti fuori dall’Unione europea (con riformulazione);
l’approvazione di un odg presentato da Marta Fascina sulla crisi idrica in Irpinia e Sannio;
il ritiro dell’odg leghista che chiedeva di aumentare i militari dell’operazione “Strade Sicure”.
È la fotografia di una manovra che, nella fase finale, si muove tra macro-narrative (conti, tasse, sanità) e micro-spinte (territori, dossier locali).
Il nodo pensioni: Giorgetti prova a chiuderla così, “se i conti reggono”
Uno dei punti più caldi è quello delle pensioni. Giorgetti ha risposto alle accuse delle opposizioni chiarendo la linea del governo: l’aumento automatico previsto per il 2027 sarebbe stato di tre mesi; l’intervento del governo lo avrebbe “ridotto” a un mese (perché avrebbe tagliato due mesi di quell’aumento). E aggiunge la promessa-condizione: nel 2026, se i conti continueranno ad andare bene, si proverà a ridurre anche l’ultimo mese.
È un passaggio politicamente decisivo perché:
consente alla maggioranza di dire: “non abbiamo aumentato, abbiamo attenuato”;
consente alle opposizioni di replicare: “state comunque portando più avanti l’uscita dal lavoro”.
Schlein all’attacco: “manovra di austerità”, “aiuta i ricchi”, “tagliate sui poveri”
Nelle dichiarazioni di voto finali, Elly Schlein costruisce l’accusa su tre pilastri:
1. la manovra non affronta le priorità percepite dagli italiani (carovita, bollette, sanità e liste d’attesa);
2. è una manovra di “austerità” e di “promesse tradite” (pensioni, accise, minime);
3. “aiuta di più i più ricchi” e taglia sui poveri, citando anche un taglio all’assegno di inclusione.
Il PD alza i toni anche con la protesta dei cartelli in Aula (“Disastro Meloni”), richiamati dalla presidenza: gesto simbolico per segnare una spaccatura netta e rendere “visibile” lo scontro.
Il siparietto Schlein–Giorgetti: lo spread come trofeo, la replica sui tagli
Dopo il voto, arriva anche lo scambio informale nel Transatlantico, che però diventa politico: Giorgetti rivendica lo spread sotto controllo (“ne beneficiate anche voi”), Schlein ribatte spostando l’attenzione su “trasporti, scuola e sanità” e sull’effetto sociale delle scelte. Giorgetti chiude con una frase che suona come una linea di autodifesa: “Io faccio il mio”.
È un siparietto piccolo, ma emblematico: da una parte la maggioranza usa i parametri finanziari come prova di affidabilità; dall’altra l’opposizione ribatte sul terreno del quotidiano e dei servizi pubblici.
La maggioranza rivendica: “conti in ordine, tasse giù, fondo sanitario al massimo”
Dal fronte governo e maggioranza arrivano dichiarazioni in cui le parole chiave sono sempre le stesse: solidità, credibilità, risultati macro.
Giorgetti rivendica l’approvazione (“ce l’abbiamo fatta”) e sottolinea la detassazione degli aumenti contrattuali (5% sugli aumenti, 1% sui premi di produttività) come intervento concreto sui salari.
La Lega, tramite Molinari, attribuisce a Giorgetti “risultati straordinari”.
Forza Italia rivendica il mix tra risanamento e riforme, citando spread, rating e dati occupazionali.
Calderoli parla di aumento dei fondi sanità e fondi Lep come leva per ridurre divari.
È lo schema classico di fine manovra: la maggioranza chiude il cerchio con indicatori economici e misure fiscali; l’opposizione contesta l’impatto sociale e l’assenza di una strategia su sanità, scuola, costi della vita.
Le opposizioni “a raffica”: giovani assenti, austerità, metodo autoritario
Nel dibattito finale si sommano le linee degli altri gruppi:
Azione insiste sull’assenza dei giovani e su un Paese “trascinato dalla corrente”.
AVS attacca la manovra come “austerità” e “tagli”, denunciando crescita della spesa militare.
+Europa alza il tema del ruolo del Parlamento, contestando l’abuso di decretazione e la verticalizzazione del potere, con gesto scenico del cartello “Vendesi”.
Italia Viva parla di “pacchi” e “truffa”, mettendo in fila nuove imposte e mancate promesse.
È una contestazione a tutto campo: merito, metodo e identità politica della manovra.
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Conclusione: il sì finale chiude l’iter, ma lascia aperta la guerra delle narrazioni
La votazione finale (216-126-3) chiude formalmente la partita: la manovra è legge e il governo evita l’esercizio provvisorio. Ma politicamente la manovra lascia un segno netto: da un lato l’esecutivo esce rivendicando credibilità finanziaria e continuità; dall’altro le opposizioni fissano il frame di una legge “di austerità” che non risponde alle urgenze sociali e che, a loro dire, favorisce i redditi più alti.
Il risultato “shock”, insomma, non sta nei numeri — attesi — ma nel modo in cui la manovra è arrivata al traguardo: fiducia, nottata di ordini del giorno, tensioni interne, proteste in Aula e uno scontro frontale sulla domanda decisiva: conti o servizi, spread o sanità, stabilità macro o priorità sociali.




















