Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si avviano alla conclusione e, mentre l’Italia chiude i Giochi tra cerimonie, bilanci e riflettori internazionali, la politica torna a occupare una parte della scena. Non con un discorso ufficiale dal palco, ma attraverso l’incastro tra agende diplomatiche, scelte di politica estera e la possibilità – tutt’altro che secondaria – di un faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Donald Trump proprio nei giorni della chiusura olimpica.
Il punto di partenza è chiaro: giovedì la presidente del Consiglio non sarà a Washington per la prima riunione del Board of Peace per Gaza. Ma, paradossalmente, l’assenza dagli Stati Uniti potrebbe trasformarsi in un incontro “a casa”, in Italia, con una cornice simbolica potentissima: la finale dell’hockey e la cerimonia conclusiva all’Arena di Verona.
La scelta di non volare negli Usa e la partita del Board of Peace
La decisione del governo italiano di partecipare al Board of Peace su Gaza come Paese osservatore si muove su un terreno delicato, tra equilibri europei e rapporto con Washington. Meloni, come raccontato, ha valutato fino all’ultimo l’ipotesi di volare negli Stati Uniti il 19 febbraio per l’iniziativa promossa da Donald Trump, ma salvo colpi di scena non sarà presente.
In questo quadro si inserisce il passaggio chiave: a rappresentare l’Italia sarà con ogni probabilità il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E infatti, dentro questo scenario, arriva anche l’elemento che mi hai chiesto di inserire: Tajani annuncia la partecipazione dell’Italia al Board of Peace per Gaza. È un tassello politico che rende la linea dell’esecutivo più leggibile: l’Italia c’è, ma sceglie una collocazione prudente, “terza”, legata all’osservazione.
Il nodo europeo: lo sguardo su Berlino e la rinuncia di Merz
Prima di sciogliere la riserva, la premier ha guardato soprattutto a Berlino. Il ragionamento è quello già emerso: se il cancelliere tedesco Friedrich Merz avesse annunciato la propria presenza a Washington, il rischio di isolamento rispetto all’asse franco-tedesco sarebbe stato attenuato. Ma da fonti del governo tedesco è arrivata una risposta netta: Merz non parteciperà, né come membro né come osservatore.
È in questo contesto che la posizione italiana si definisce: l’Italia evita di esporsi pienamente, ma non rinuncia a essere presente. Da qui la formula dell’osservatore e l’assegnazione del dossier a Tajani, che dovrà anche illustrare la posizione del governo in Parlamento.
L’ipotesi Trump in Italia: la chiave è l’hockey
Se Meloni non va a Washington, potrebbe però incontrare Trump pochi giorni dopo proprio in Italia. L’occasione sarebbe la chiusura delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e in particolare la cerimonia all’Arena di Verona. Le agende non sono ancora ben definite, ma l’incontro viene considerato plausibile nel caso in cui Trump decida di partire per l’Italia.
L’incognita, come riportato, riguarda la scelta del presidente americano: Trump potrebbe partire per Milano nel caso in cui la squadra statunitense di hockey sul ghiaccio dovesse arrivare in finale (oggi è ai quarti). In quel caso sarebbe pronto a mettersi in viaggio per assistere alla finale prevista per domenica mattina e poi spostarsi a Verona per la cerimonia di chiusura, come aveva fatto il vicepresidente americano JD Vance per l’apertura a San Siro.
La macchina della sicurezza e la presenza certa di Meloni a Verona
La possibilità di una visita lampo non resta astratta: la macchina della sicurezza a Milano si è già messa in moto per accogliere il presidente degli Stati Uniti. Un dispositivo imponente, coerente con il livello del profilo e con l’impatto mediatico che avrebbe la presenza di Trump sul suolo italiano nel pieno della vetrina olimpica.
Meloni invece – secondo quanto riportato – sarà sicuramente domenica all’Arena di Verona, indipendentemente dalla scelta americana. La sua presenza alla chiusura è considerata imprescindibile perché la premier tiene che i Giochi rappresentino una “cartolina dell’Italia nel mondo”, soprattutto dopo il record di medaglie.
Un incontro che avrebbe anche un valore “riparativo” sull’assenza a Washington
Se Trump dovesse arrivare, è probabile che Meloni e il presidente americano si vedano direttamente a Milano, come già avvenuto con Vance in prefettura lo scorso 6 febbraio. Ma il punto politico, qui, non è la foto. È la sostanza del contesto: un bilaterale servirebbe alla presidente del Consiglio anche per spiegare in maniera più approfondita la sua assenza alla prima riunione del Board of Peace, dopo le rinunce degli omologhi europei e la scelta italiana di una partecipazione da osservatore.
In altre parole: l’Italia prova a restare agganciata al dossier senza esporsi in prima persona con la premier al tavolo americano, e allo stesso tempo mantiene aperto un canale diretto con Washington attraverso il ministro degli Esteri e l’eventualità di un incontro successivo in Italia.
Il precedente dei fischi a Vance e la frase di Trump
La presenza di JD Vance ai Giochi aveva già provocato polemiche. Il vicepresidente americano era stato fischiato sia a San Siro sia all’Hockey Arena Santa Giulia, dove – in base all’ipotesi – potrebbe arrivare lo stesso Trump.
E proprio su quei fischi era intervenuto Trump, rispondendo a un report americano con una frase che non era passata inosservata: “Mi sorprende perché alla gente piace”. Un passaggio che aveva riacceso il dibattito politico e mediatico, trasformando un episodio sportivo in un caso politico e diplomatico, con ricadute sull’immagine pubblica e sulla narrazione internazionale dell’evento olimpico.
Il segnale “culturale”: il libro e la prefazione di Vance
Sul filo di questo rapporto privilegiato si inserisce anche un dettaglio significativo già emerso: JD Vance ha scritto la prefazione del secondo libro di Meloni che uscirà negli Stati Uniti il 26 aprile prossimo dal titolo “Giorgia’s vision”. Un elemento che viene letto come segnale politico e culturale, perché non riguarda una semplice occasione istituzionale, ma un rapporto che si racconta anche sul piano dell’immaginario e della costruzione di una figura pubblica.
Dentro questa cornice, la chiusura delle Olimpiadi diventerebbe non solo un evento di sport e cerimonie, ma un palcoscenico dove i gesti, le presenze e perfino le assenze assumono un peso politico.
ULTIMO AGGIORNAMENTO:
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato e difeso in Parlamento la partecipazione dell’Italia al “Board of Peace” per Gaza, l’organismo internazionale promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump . Nel corso delle comunicazioni alla Camera del 17 febbraio 2026, il titolare della Farnesina ha confermato che l’Italia prenderà parte alla riunione inaugurale del 19 febbraio a Washington con lo status di “Paese osservatore”, una scelta definita dal governo “equilibrata” e volta a non rimanere esclusa dal processo di ricostruzione e stabilizzazione di un’area cruciale per la sicurezza nazionale
Tajani ha motivato la decisione sottolineando l’insostituibile impegno italiano e la necessità di essere presenti a un tavolo che discute di pace nel Mediterraneo, pur nel rispetto dei vincoli costituzionali – in particolare l’articolo 11 – che impediscono un’adesione piena all’organismo . La mossa, tuttavia, ha innescato un forte scontro politico: le opposizioni, compatte in una risoluzione unitaria di Pd, M5s e Azione, hanno attaccato duramente l’esecutivo, parlando di “atto di sudditanza” agli Stati Uniti e di una scelta che delegittima il ruolo dell’Onu, definendo la partecipazione, seppur da osservatori, una “umiliazione” e un allontanamento dai principali partner europei come la Germania, che ha disertato l’appuntamento .

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Un equilibrio fragile: presente, ma senza esporsi pienamente
Il punto che tiene insieme tutto è la linea di equilibrio. Da una parte, l’Italia aderisce al Board of Peace come osservatore: lo annuncia Tajani e lo difende come una scelta che consente di essere presenti. Dall’altra, Meloni evita la presenza a Washington e guarda all’Europa, in un contesto dove anche Berlino prende le distanze.
Nel frattempo, la partita olimpica può offrire l’occasione di un contatto diretto con Trump sul suolo italiano. Se accadrà, l’incontro avrebbe un valore doppio: da un lato diplomatico, perché si innesta sul dossier Gaza e sulla postura internazionale del governo; dall’altro simbolico, perché si consumerebbe nel momento in cui l’Italia chiude la sua grande vetrina globale.
E in politica estera, soprattutto quando le scelte sono “a metà” – osservatori, prudenza, rinvii – spesso è proprio il contesto a decidere il significato finale. In questo caso, il contesto potrebbe essere quello più visibile di tutti: le Olimpiadi.




















