La vicenda Beatrice Venezi–La Fenice compie un nuovo salto e da polemica artistica si trasforma sempre più in un caso politico nazionale. A riaccendere lo scontro sono le dimissioni di Alessandro Tortato, consigliere d’indirizzo della Fondazione Teatro La Fenice indicato dal Ministero della Cultura, arrivate all’indomani del voto consultivo con cui è stata confermata la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale. Tortato ha spiegato la sua scelta con parole che pesano molto: “È evidente che la questione si è fatta meramente politica e che non c’è alcun bisogno di avere un musicista tra i consiglieri. Quindi me ne vado”.
Il punto, però, non è soltanto la rinuncia di un consigliere. Il punto è che, con questa uscita di scena, il caso si allarga e tocca direttamente il rapporto tra autonomia dei teatri, gestione delle fondazioni liriche, peso del governo nelle nomine culturali e clima che si è creato attorno a una figura, quella di Venezi, da mesi al centro di fortissime contestazioni. La domanda che ora circola con sempre maggiore insistenza è inevitabile: siamo davanti a un durissimo attacco al governo, o almeno a un sistema di gestione percepito come troppo politicizzato?
Le dimissioni che fanno esplodere il caso
Tortato non era una figura marginale. Musicista veneziano, era entrato nel Consiglio d’indirizzo della Fondazione La Fenice nel gennaio 2025 proprio su indicazione del Ministero della Cultura. La sua uscita, quindi, ha un valore politico oltre che simbolico: a lasciare non è un oppositore esterno, ma un componente dell’organo di governance nominato dall’area istituzionale che fa capo al dicastero.
Nelle sue dichiarazioni, Tortato non ha contestato in assoluto la liceità formale della nomina di Venezi. Anzi, ha chiarito che sulla nomina “si può essere in disaccordo, protestare, parlare di prassi violata, ma la nomina è lecita”. Il bersaglio del suo intervento è però duplice: da un lato il sovrintendente Colabianchi, accusato di aver fatto passare come unanime un’approvazione che, secondo Tortato, unanime non è mai stata; dall’altro l’intera gestione politico-comunicativa della vicenda.
Questo è il passaggio che cambia il segno dello scontro. Perché quando un consigliere nominato dal MiC se ne va denunciando che la questione è diventata “meramente politica”, il messaggio è molto più ampio di una semplice divergenza procedurale: è una critica al modo in cui il caso è stato gestito e raccontato.
Il nodo della nomina di Beatrice Venezi
Per capire perché le dimissioni di Tortato abbiano un effetto così forte bisogna ricordare il contesto. La nomina di Beatrice Venezi alla direzione musicale della Fenice è stata contestata da tempo, tra scioperi, malumori interni e critiche sul curriculum artistico. Le polemiche non nascono oggi: il caso era già esploso nei mesi scorsi, quando l’orchestra e parte del personale del teatro avevano manifestato apertamente contro la scelta, sostenendo che il profilo della direttrice non fosse adeguato al prestigio della Fondazione veneziana.
Attorno a Venezi, poi, si è progressivamente addensato anche un significato politico. La direttrice è da tempo percepita come figura vicina all’area di governo, e questo ha reso ogni passaggio della sua nomina inevitabilmente più sensibile. La formalizzazione del suo incarico, e ora la conferma arrivata con il voto consultivo, hanno così assunto un valore che va oltre la dimensione strettamente artistica.
In altre parole, non si discute più solo se la nomina sia legittima, ma se sia stata gestita nel modo corretto, con il rispetto delle procedure, dell’autonomia del teatro e della sensibilità del suo corpo artistico.
L’accusa a Colabianchi e la questione dell’unanimità
Uno dei passaggi più duri del testo diffuso da Tortato riguarda il comportamento del sovrintendente. L’ex consigliere sostiene che Colabianchi abbia fatto sapere che la nomina di Venezi sarebbe stata approvata “all’unanimità” dal Consiglio d’indirizzo, mentre ciò “mai avvenuto”. Inoltre, ricorda che lo Statuto non attribuirebbe al Consiglio il titolo per pronunciarsi sulle nomine artistiche.
Questo è un punto molto delicato. Perché se davvero la vicenda è stata comunicata come unanime pur senza esserlo, il problema non è soltanto il dissenso interno, ma il modo in cui il dissenso è stato politicamente sterilizzato all’esterno. E se il Consiglio d’indirizzo è stato chiamato a esprimersi “nuovamente” su una materia che, secondo Tortato, non rientra nei suoi poteri statutari, allora la contestazione investe direttamente il metodo con cui la governance ha voluto blindare la nomina.
In questo senso, le dimissioni non suonano come un gesto isolato, ma come una denuncia di forzatura istituzionale.
Le parole durissime su Venezi
Tortato non se la prende solo con la governance. Nel suo lungo sfogo punta il dito anche contro alcuni atteggiamenti e dichiarazioni pubbliche attribuiti a Venezi. Pur ribadendo che la nomina è “assolutamente lecita”, sostiene che non sia accettabile parlare pubblicamente della Fenice come di un “teatro con gestione anarchica”, perché un’affermazione del genere chiama in causa il sovrintendente, il presidente e l’intero Consiglio.
Non solo. Tortato definisce “inopportuno” l’abbraccio a chi aveva appena insultato orchestrali e coristi del teatro, in riferimento a una polemica pubblica che ha ulteriormente esasperato il clima, e giudica “fuori luogo” anche le dichiarazioni sul pubblico veneziano composto da ottantenni.
Qui emerge un altro aspetto decisivo: la crisi non riguarda più soltanto la nomina, ma anche il rapporto tra la nuova direttrice musicale e l’ambiente artistico, professionale e simbolico del teatro. È una frattura di linguaggio, di stile e di percezione. E quando in un teatro lirico si rompe il patto di fiducia tra direzione e corpo artistico, la questione diventa inevitabilmente esplosiva.
Perché il caso tocca il governo
La richiesta implicita dell’utente – “durissimo attacco al governo?” – non è affatto fuori luogo. Formalmente Tortato non sta attaccando direttamente Palazzo Chigi, ma la sua scelta ha una ricaduta politica evidente perché lui stesso era stato nominato dal MiC, cioè dal Ministero della Cultura. E la figura di Venezi, nel dibattito pubblico, è stata da tempo associata a una stagione di forte intervento politico nelle istituzioni culturali.
Non a caso, nelle ore successive alle dimissioni, sono arrivate anche reazioni dell’opposizione. Un lancio di Agenparl riporta la posizione del M5S, secondo cui “a dimettersi dovrebbe essere chi ha nominato Venezi”, segno che il caso viene letto sempre più esplicitamente come un problema politico e non soltanto gestionale o artistico.
La vicenda, dunque, tocca il governo in almeno tre modi. Primo: perché riguarda una nomina in un grande teatro d’opera italiano percepita come politicamente sensibile. Secondo: perché a denunciare la politicizzazione è un consigliere indicato dal ministero. Terzo: perché l’intera narrazione della maggioranza sulla valorizzazione del merito culturale rischia di essere messa in difficoltà da una vicenda che continua a produrre fratture, contestazioni e ora anche dimissioni.
Da questione artistica a scontro istituzionale
Fino a poche settimane fa, il caso Venezi poteva ancora essere raccontato come una polemica tra addetti ai lavori: direttori d’orchestra, sindacati, musicisti, sovrintendenza, critici. Oggi non è più così. Le dimissioni di Tortato segnano uno spartiacque. Perché certificano che la tensione è arrivata dentro gli organi di vertice del teatro e che la gestione della vicenda non convince più nemmeno chi avrebbe dovuto garantire un equilibrio istituzionale interno.
La Fenice, che per definizione dovrebbe essere uno dei luoghi simbolici dell’eccellenza culturale italiana, si trova ora a essere anche un campo di battaglia politica. E questa trasformazione pesa moltissimo. Pesa sull’immagine del teatro, pesa sulla tenuta della governance, pesa sul rapporto tra MiC e fondazioni liriche, pesa sullo stesso governo, che in questa storia viene chiamato in causa indirettamente ma con crescente evidenza.
Il paradosso della “nomina lecita” ma politicamente ingestibile
C’è un paradosso fortissimo in tutta la vicenda. Lo stesso Tortato, pur dimettendosi, non contesta la liceità formale della nomina. Questo significa che il problema, almeno nel suo ragionamento, non è tanto la legittimità dell’atto in sé, quanto tutto ciò che è accaduto attorno: le modalità, le comunicazioni, il clima, le dichiarazioni, il modo in cui la governance si è mossa e il modo in cui la direttrice si è posta pubblicamente.
In politica e nelle istituzioni, però, una nomina può essere perfettamente legittima e al tempo stesso diventare ingestibile sul piano del consenso, dell’immagine e dei rapporti interni. È esattamente ciò che sta accadendo qui. Il governo può continuare a sostenere che la procedura è corretta; ma il problema che si apre ora è se quella correttezza formale basti ancora a reggere l’urto di una crisi che continua a produrre effetti collaterali.
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La tensione era salita rapidamente, nel giro di poche ore. Prima le indiscrezioni, poi le ricostruzioni sui malumori interni, infine
Una vicenda che non si chiude con le dimissioni
Le dimissioni di Tortato non chiudono il caso, anzi lo rilanciano. Perché ora la questione non è più solo se Venezi resterà o meno direttrice musicale della Fenice. La questione è se la sua permanenza riuscirà a convivere con un clima interno così compromesso e con una frattura ormai apertamente politica.
Se un consigliere del MiC se ne va denunciando la politicizzazione del caso, il messaggio che passa è che il confine tra cultura e politica, in questa storia, è saltato definitivamente. E una volta saltato quel confine, riportare il dibattito su un terreno puramente artistico diventa quasi impossibile.
Per questo la vicenda della Fenice non è più una semplice cronaca culturale. È diventata il simbolo di una tensione più ampia: quella tra autonomia delle istituzioni culturali e peso della politica nelle scelte strategiche. E in questo senso sì, le dimissioni di Tortato suonano anche come un durissimo colpo per il governo, o almeno per il modello di gestione che questa stagione politica ha impresso alla cultura italiana.

















