ULTIM’ORA – Bufera a Chigi tra Crosetto e Salvini? Esce il dossier… IL RETROSCENA

La tensione dentro il governo torna a esplodere, e questa volta il terreno di scontro è uno dei dossier più sensibili: la sicurezza nelle città e l’operazione “Strade Sicure”. Dopo giorni di frizioni e attacchi incrociati nella maggioranza, il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto pubblicamente per “mettere in fila i fatti” e ridimensionare le accuse di un presunto ridimensionamento del dispositivo. Ma la replica non spegne lo scontro: al contrario, cristallizza una frattura politica che va oltre il tema dei militari impiegati nei presìdi urbani e incrocia altri dossier divisivi, dall’Ucraina alla spesa per la Difesa.

La miccia: la “razionalizzazione” e l’ira della Lega

Il punto di partenza è la riflessione avviata da Crosetto da tempo: una razionalizzazione dell’impiego dei militari nelle città, con l’idea – in prospettiva – di riportare Esercito, Marina e Aeronautica verso compiti più strettamente legati alla Difesa, rafforzando invece la presenza delle forze che hanno pieni poteri di polizia.

La sola ipotesi ha fatto scattare la reazione della Lega, che l’ha letta come un passo verso lo “smantellamento” della sicurezza. Da qui la scelta del Carroccio di annunciare una risoluzione parlamentare per aumentare il contingente di Strade Sicure fino a 7.000 unità, accompagnando l’iniziativa con messaggi e bordate indirizzate agli alleati di governo.

Il risultato è stato un cortocircuito politico: da un lato, la spinta leghista a rivendicare una linea “più sicurezza”; dall’altro, la Difesa che sostiene di essere stata travisata e di avere già garantito continuità e risorse all’operazione.

Crosetto rompe il silenzio: “Strade Sicure confermata fino al 2027”

Il cuore della risposta di Crosetto è una smentita netta dell’idea che il governo stia arretrando. Il ministro definisce le polemiche “inutili” e costruite ad arte e soprattutto chiarisce un punto politico-amministrativo: Strade Sicure è già confermata per il 2026 e il 2027, all’interno di una pianificazione pluriennale che – nella ricostruzione riportata – arriva fino al 31 dicembre 2027.

Non solo: Crosetto richiama anche quanto avvenuto nel 2025, rivendicando che la consistenza dell’operazione sia stata aumentata e stabilizzata, in accordo con il Ministero dell’Interno, e che la Difesa abbia sostenuto il rafforzamento di “Stazioni Sicure” come parte del presidio.

Il messaggio è politico prima ancora che tecnico: la linea del ministero, dice Crosetto, “non è affidata a parole”, ma a atti e numeri, accusando implicitamente i detrattori di cercare lo scontro mediatico più che la verifica delle decisioni.

Il punto contestato: “Non volevo tagliare, ma rendere più efficace”

Crosetto insiste su ciò che considera il nodo del fraintendimento. La sua impostazione non sarebbe “meno sicurezza”, ma più efficacia, ottenuta utilizzando personale con competenze e poteri più adatti alle funzioni richieste.

Da qui la proposta – presentata come linea di principio – di rafforzare il contingente puntando soprattutto sui Carabinieri, cioè militari “a tutti gli effetti” ma con poteri di polizia, a differenza di Esercito, Marina e Aeronautica impiegati oggi in molte attività di presidio. In questa prospettiva, l’operazione resterebbe in piedi, ma con una distribuzione diversa delle professionalità.

L’ipotesi degli “ausiliari”: 12 mila unità, ma “solo di prospettiva”

Nel dibattito entra anche un tema che, in Italia, riattiva sempre una sensibilità politica immediata: la possibilità di reintrodurre il Carabiniere ausiliario. L’ipotesi viene descritta come un ragionamento di prospettiva, con una stima che si aggira attorno a 12.000 unità, ma Crosetto – nella ricostruzione – chiarisce che non sarebbe un piano operativo immediato.

L’accento, qui, è su una condizione: nessuna sostituzione “a freddo”, nessun taglio automatico. Il principio indicato è che non si toglierebbe “neanche uno” dei militari oggi schierati finché non ci fosse un numero sufficiente di Carabinieri già formati in grado di subentrare.

È un passaggio che serve a smontare l’accusa leghista di arretramento, ma che al tempo stesso evidenzia quanto la comunicazione politica sul tema sia diventata esplosiva: anche ragionare “in prospettiva” viene immediatamente letto come un annuncio di dismissione.

“Non decide il ministro, decide il Parlamento”: l’affondo istituzionale

Nel pieno della polemica, Crosetto introduce un altro elemento: chi decide davvero, su questa materia, non è il singolo ministro ma il Parlamento. La frase suona come un richiamo ai colleghi di maggioranza e, insieme, come un modo per riportare la discussione dentro le procedure: rifinanziamenti, organici, norme, coperture.

Allo stesso tempo, Crosetto rilancia su due punti che spesso restano sullo sfondo:

1. non basta discutere di numeri e divise, bisogna affrontare anche il tema degli strumenti normativi;


2. occorre garantire che chi opera sul campo non viva con l’ansia costante di finire sotto processo senza tutele chiare, soprattutto quando si tratta di intervenire per reprimere condotte che minano la sicurezza.

 

È qui che la risposta diventa anche politica: Crosetto non contesta l’idea di aumentare la sicurezza, ma contesta – almeno implicitamente – il fatto che la discussione venga ridotta a una gara di slogan.

Una frizione che va oltre “Strade Sicure”: Ucraina e spese militari

Il caso Strade Sicure, però, non nasce nel vuoto. La ricostruzione sottolinea che lo scontro si innesta su una distanza più ampia tra Crosetto e la Lega, che riguarda anche il dossier Ucraina e l’aumento delle spese per la Difesa.

Su questi temi il Carroccio mantiene posizioni spesso più critiche o prudenti, mentre Crosetto insiste sull’adeguamento strategico del Paese a nuove minacce e alla dimensione della guerra ibrida. In mezzo ci sono anche gli equilibri con gli altri partner di maggioranza: Fratelli d’Italia e Forza Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani spesso collocato su una linea diversa rispetto alla Lega.

In questo quadro, Strade Sicure diventa un detonatore: un tema “popolare”, immediato, capace di produrre consenso, perfetto per misurare rapporti di forza dentro la coalizione.

La risoluzione leghista resta sul tavolo, ma Crosetto rivendica i “fatti”

Mentre la Lega mantiene la sua iniziativa in Commissione Difesa, Crosetto prova a chiudere il cerchio con un elenco politico di certezze: l’operazione – sostiene – non viene chiusa, non viene ridimensionata, e sarà rifinanziata. Il resto, per il ministro, appartiene più alla battaglia interna e alla propaganda che alla gestione concreta della sicurezza.

Ma proprio questa contrapposizione – fatti contro polemiche – rende evidente che la questione non è solo amministrativa. È una prova di leadership dentro la maggioranza: chi guida la narrativa sulla sicurezza e chi incassa il dividendo politico.

Leggi anche

Il vero nodo: sicurezza come terreno di identità e competizione dentro la coalizione

Dietro la discussione sulle unità, sulle competenze e sulla “razionalizzazione”, resta un punto più profondo: la sicurezza è uno dei pilastri identitari del centrodestra, e ogni segnale, anche soltanto percepito, di arretramento viene usato come arma politica interna.

Crosetto, con la sua replica, prova a blindare l’operazione e a riportare la questione su binari tecnico-istituzionali. La Lega, con la risoluzione e gli attacchi, prova invece a occupare lo spazio della “linea dura” e del presidio visibile.

Il risultato è una “rissa” che non riguarda soltanto Strade Sicure, ma il controllo di un tema simbolo. E finché quel tema resterà uno strumento di competizione interna, anche le smentite più nette rischiano di non bastare a spegnere la bufera.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini