Il presunto “piano anti-Meloni” partito dal Quirinale si chiude – almeno per ora – con una testa che rotola lontano dal Colle. Non è quella del consigliere del presidente della Repubblica, Francesco Saverio Garofani, da cui sarebbe uscita la famosa confidenza sul governo. A pagare, invece, è Francesco De Dominicis, responsabile comunicazione della Fabi, il sindacato autonomo dei bancari.
È lui la “talpa” indicata dai giornali come l’orecchio indiscreto che avrebbe raccolto lo sfogo di Garofani in un ristorante romano e lo avrebbe poi fatto arrivare sulla stampa. E ora, secondo quanto ricostruisce Lettera43, è lui a essere costretto al passo indietro per salvare l’immagine di tutti gli altri protagonisti della vicenda, Quirinale compreso.
Dallo “spiffero” al caso politico: come nasce il caos attorno al Colle
La storia è ormai nota: durante una cena in un locale di Roma, Garofani, stretto collaboratore del presidente Sergio Mattarella, avrebbe lasciato intendere l’esistenza di un ipotetico scenario politico sfavorevole al governo Meloni. Uno “spiffero” trasformato in poche ore in “piano anti-Meloni” da titoli e retroscena, poi amplificato da una parte della stampa come prova di un Colle ostile all’esecutivo.
Di quel racconto, però, si è fatta carico solo una testata: La Verità. Nessun altro giornale ha ritenuto credibile o verificabile quel presunto complotto. Eppure è bastato per innescare il caos Quirinale: interrogativi sul ruolo dei consiglieri, dubbi sulla neutralità del Colle, agitazione nella maggioranza che ha cavalcato la vicenda come conferma delle proprie accuse a Mattarella.
In mezzo a questa tempesta mediatica spunta un nome inatteso: quello di Francesco De Dominicis, capo comunicazione della Fabi.
L’uomo della Fabi indicato come “talpa”
Secondo le ricostruzioni, proprio De Dominicis si sarebbe trovato nello stesso ristorante in cui Garofani ha pronunciato quelle frasi. È su di lui che si concentrano quasi subito i sospetti di essere la “talpa” che ha raccolto, filtrato e probabilmente “gonfiato” quel racconto fino a farlo arrivare sulle pagine di chi era ansioso di dimostrare l’esistenza di un fronte anti-governativo al Quirinale.
Il diretto interessato prova a smentire, ma lo fa in modo che non convince nessuno. Al Corriere della Sera parla di “gente strana che ci osservava” e di ristoranti romani “tappezzati di cimici”, quasi a evocare uno scenario da spy story per spostare l’attenzione da sé. Ammette la presenza nello stesso locale, ma respinge l’idea di aver fatto da ponte con i giornali.
Parole che suonano più come una difesa goffa che come una smentita solida. All’interno della Fabi, il caso esplode.
La Fabi nel mirino: sindacato autonomo o braccio mediatico della destra?
Il punto è politico e d’immagine: la Federazione autonoma bancari italiani si è sempre presentata come autonoma ed equidistante dalle forze politiche. Il sospetto che il proprio capo comunicazione abbia contribuito a costruire un caso mediatico utile alla narrazione del governo Meloni – attraverso il giornale più vicino a quell’area, La Verità – mina questa pretesa neutralità.
In più, il curriculum di De Dominicis non aiuta: un passato nelle redazioni della destra, in particolare a Libero sotto la direzione di Maurizio Belpietro, oggi alla guida proprio de La Verità. Un filo che molti, dentro e fuori il sindacato, leggono come tutt’altro che casuale.
Il risultato è che la Fabi, anziché apparire come sindacato indipendente, finisce schiacciata in un ruolo filo-governativo, come se avesse partecipato – consapevolmente o meno – al montaggio del caso Garofani contro il Quirinale.
La crisi interna e l’imbarazzo di Sileoni
La tempesta si abbatte sulla segreteria del sindacato. Il segretario generale Lando Maria Sileoni si ritrova in trincea: da una parte la base che rivendica l’autonomia della Fabi, dall’altra i riflettori dei media che la dipingono come un soggetto politico di fatto schierato.
Secondo le ricostruzioni, il dibattito interno è stato acceso. C’è chi ritiene insostenibile la permanenza di De Dominicis dopo essere stato indicato come la fonte delle confidenze su Garofani. C’è chi teme che un suo allontanamento possa sembrare un’ammissione di colpa e un cedimento alle pressioni esterne.
Alla fine, però, la linea che prevale è una sola: tagliare il ramo secco per salvare l’albero. Sileoni, “suo malgrado”, come scrive Lettera43, decide che l’unica via per ripulire l’immagine del sindacato è il passo indietro del capo della comunicazione.
Il sacrificio di De Dominicis per salvare tutti gli altri
Il risultato è che, dopo giorni di pettegolezzi e illazioni, l’unico a pagare è proprio De Dominicis. Non il consigliere del Colle che ha parlato troppo, non il giornale che ha trasformato uno spiffero in una congiura istituzionale, non i politici che hanno utilizzato la storia per attaccare Mattarella:
a finire nel tritacarne è il dirigente di un sindacato, scelto come capro espiatorio per chiudere la vicenda.
Il suo allontanamento consente alla Fabi di:
prendere le distanze dal caos Quirinale,
ribadire la propria “integerrima” autonomia,
interrompere il cortocircuito tra sindacato bancario, destra mediatica e maggioranza di governo.
Per De Dominicis, invece, resta un destino amaro: essere ricordato come la “talpa” anche senza che la sua responsabilità sia mai stata provata o ammessa apertamente.
Il rilancio di DAGOSPIA:
FLASH! – LA FEDERAZIONE AUTONOMA BANCARI ITALIANI (“FABI”) SMENTISCE L’ARTICOLO PUBBLICATO DA “LETTERA 43”: “IN MERITO ALLE NOTIZIE APPARSE OGGI SU QUALCHE SITO INTERNET, SMENTIAMO LE DIMISSIONI DEL SIGNOR FRANCESCO DE DOMINICIS” – SECONDO LA RICOSTRUZIONE PUBBLICATA, IL GIORNALISTA “EX LIBERO” FINITO AL CENTRO AL GAROFANI-GATE, SAREBBE STATO COSTRETTO A FARE UN PASSO INDIETRO…
Cosa resta attorno a Mattarella: il Colle nel mirino ma intatto
E il Quirinale? Il caso Garofani ha indubbiamente creato imbarazzo attorno al presidente Mattarella: l’idea che un suo consigliere possa chiacchierare con troppa leggerezza di scenari politici delicatissimi non è compatibile con l’immagine tradizionale del Colle come luogo di discrezione assoluta.
Tuttavia, la gestione mediatica e politica della vicenda ha fatto sì che:
il “piano anti-Meloni” venisse sgonfiato come fantasiosa esagerazione,
la responsabilità concreta fosse spostata altrove,
l’attenzione si concentrasse sulla Fabi e sul suo capo comunicazione.
In pratica, il palazzo più alto della Repubblica resta formalmente intatto: nessuna testa cade al Colle, nessun consigliere viene pubblicamente rimosso. Il caos Quirinale viene sigillato dall’esterno, senza che dal Quirinale stesso partano mosse clamorose.
Un caso che racconta il rapporto malato tra politica, media e “retroscena”
La storia De Dominicis–Garofani è un piccolo, perfetto manuale di come funziona oggi il rapporto tra politica, stampa e potere:
1. Una confidenza privata – vera, ingigantita o distorta che sia – viene captata in un luogo informale.
2. Qualcuno la riporta a una testata desiderosa di costruire il caso politico del giorno.
3. Il racconto viene confezionato come “retroscena esplosivo”, pronto per essere usato contro un’istituzione o un avversario.
4. Quando il castello inizia a traballare, si cerca un responsabile sacrificabile: non il vertice politico o istituzionale, ma un livello intermedio, abbastanza in alto da sembrare significativo, abbastanza in basso da non creare un terremoto.
In questo schema, l’episodio non è solo “assurdo” per il suo contenuto, ma per il meccanismo che mette a nudo: la fragilità dei confini tra informazione, gossip e lotta di potere.
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Alla fine, la domanda “Caos Quirinale? Ecco chi paga” ha una risposta chiara:
non pagano il Quirinale, non paga il governo, non paga il giornale che ha alimentato il caso. Paga il capo comunicazione di un sindacato, travolto da una vicenda più grande di lui e sacrificato per ristabilire un’apparente normalità.
Il Colle torna a tacere, la Fabi prova a ripulirsi, i politici continuano a usare i retroscena come armi. Ma un segnale resta: in un sistema dove le indiscrezioni valgono più dei fatti, chi si avvicina troppo al confine tra comunicazione e manipolazione corre il rischio di essere il primo a cadere quando esplode l’ennesimo “piano” confezionato a uso e consumo della guerra politica del momento.



















