Genova, ancora una volta, scopre di essere una città di confine. Non solo tra mare e colline, ma tra promesse di rinascita industriale e la paura concreta di un lento, inesorabile smantellamento. È in questo clima che la protesta degli operai dell’ex Ilva ha ripreso vigore, trasformando Cornigliano in un simbolo di resistenza e di rabbia sociale.
Dopo l’incontro del 28 novembre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, definito dai sindacati “andato male, malissimo”, i lavoratori di Acciaierie d’Italia hanno deciso di tornare in piazza con uno sciopero duro, blocchi stradali e un presidio che promette di durare a lungo. Non si tratta di uno sfogo episodico, ma della ripresa di una lotta che negli ultimi anni non si è mai davvero interrotta.
“Quattro mesi fermi non sono una soluzione”
Armando Palombo, storico rappresentante dei metalmeccanici, riassume così il sentimento diffuso tra i lavoratori: per chi ha cinquant’anni di età e una vita spesa in fabbrica, sentirsi dire che per quattro mesi dovrà restare a casa o “in formazione” equivale a ricevere un messaggio chiarissimo: il lavoro non è più al centro delle scelte del governo.
Il nodo è il piano illustrato dal ministro Adolfo Urso. Per Genova prevede una riduzione della produzione, lo stop alla banda zincata e un massiccio ricorso alla cassa integrazione, accompagnata da corsi di aggiornamento. Nella narrazione ufficiale si tratta di un passaggio temporaneo, necessario a traghettare lo stabilimento verso un nuovo assetto. Nella percezione degli operai, invece, è il preludio a un ridimensionamento strutturale, se non addirittura alla dismissione.
Una città fisicamente divisa dalla protesta
La scelta di bloccare piazza Savio, snodo tra ponente e centro città, non è casuale. Le tende, i furgoni e i rotoli d’acciaio che occupano la carreggiata non sono solo simboli. Disegnano una vera e propria linea di frattura: Genova, di fatto, è tagliata in due. Chi deve spostarsi lo fa quasi esclusivamente in autostrada, con disagi significativi.
Per i lavoratori, però, è l’unico modo per rendere visibile un disagio che sentono ignorato da troppo tempo. Dopo anni di tavoli, piani industriali annunciati e mai decollati, promesse di investitori e soluzioni “green” sempre rinviate, hanno deciso che la protesta deve tornare a essere concreta, tangibile, difficile da rimuovere dall’agenda politica.
L’acciaio che resta a Taranto e la filiera che si spegne
Al centro dello scontro ci sono 200.000 tonnellate di acciaio zincato. Per il governo devono restare a Taranto, essere vendute e utilizzate per far cassa in vista del nuovo assetto societario. Per gli operai di Cornigliano, invece, quelle tonnellate rappresentano la condizione minima per mantenere viva la produzione genovese.
Palombo lo spiega in modo semplice, indicando uno dei rotoli collocati sulla strada: anche quel “pezzo” relativamente piccolo pesa venti tonnellate. Portare l’acciaio a Genova significa far lavorare gli impianti, le banchine portuali, la logistica, tutte le attività connesse alla lavorazione, al trasporto e alla commercializzazione. È un sistema di competenze e professionalità che non può essere congelato per mesi senza subire danni irreversibili.
Per questo i lavoratori accusano il governo di volerli sostituire con corsi di formazione di dubbia utilità, mentre la produzione reale si sposta altrove.
Urso nel mirino: “bugiardo patentato”
Lo striscione più commentato del presidio non lascia spazio a interpretazioni: “Urso bugiardo patentato”. È un’accusa diretta al ministro, ma anche una sintesi delle delusioni accumulate negli anni.
Gli operai ricordano come, governo dopo governo, si sia passati da una produzione di sei milioni di tonnellate a cinque, poi quattro, tre, due, fino all’attuale milione. Ogni esecutivo ha promesso rilancio, investitori, riconversione, forni elettrici, tutela occupazionale. E ogni volta, sostengono, si è fatto un passo indietro in termini di capacità produttiva e di prospettive per la siderurgia nazionale.
La domanda che rimbalza tra i presidi e i cancelli della fabbrica è semplice e brutale: questo governo vuole davvero passare alla storia come quello che ha chiuso la siderurgia in Italia?
Il confronto con l’Europa e il ruolo dello Stato
Nelle dichiarazioni dei sindacalisti c’è anche uno sguardo verso l’esterno. In altri Paesi europei, ricordano, il settore siderurgico è stato considerato strategico, tanto da giustificare interventi diretti dello Stato, come sta avvenendo in Francia. Il quadro non è roseo neppure altrove, ma in più casi i governi si sono assunti la responsabilità di intervenire in prima persona, senza affidare tutto e solo alla ricerca di investitori privati.
In Italia, invece, la sensazione diffusa è che si stia insistendo su una lunga transizione che rischia di logorare prima di tutto i lavoratori e i territori.
Sindaca e presidente di Regione tra solidarietà e interrogativi
La presenza al presidio della sindaca di Genova, Silvia Salis, e del presidente della Regione, Marco Bucci, segnala che la questione non è più confinata ai cancelli della fabbrica, ma riguarda l’intera comunità.
Salis, pur esprimendo sostegno ai lavoratori, non nasconde la sua frustrazione per l’assenza di un piano chiaro da parte del governo: racconta di aver chiesto più volte al ministro cosa intenda fare lo Stato nel caso in cui, a febbraio, non si concretizzino gli investimenti privati. Una risposta netta, dice, non è mai arrivata.
Bucci prova a rassicurare, promette di andare a Roma “entro venerdì o appena possibile” per negoziare sulle famose 200.000 tonnellate di zincato da lavorare a Genova. Sostiene che ci siano “ottime probabilità” di strappare un risultato. Ma tra i lavoratori prevale la diffidenza, alimentata da anni di dichiarazioni ottimistiche non seguite da fatti concreti.
Una vertenza industriale che parla a tutto il Paese
La rabbia degli operai dell’ex Ilva non è solo la storia di un quartiere industriale e di qualche centinaio di lavoratori in più o in meno. È la cartina di tornasole di una questione più ampia: l’Italia ha ancora una strategia per la sua industria pesante? Intende difendere il proprio ruolo nella siderurgia europea o accetta, di fatto, di ridimensionarsi?
Da Genova arriva un messaggio chiaro: non ci si rassegna a diventare una città di servizi svuotata di produzione e competenze industriali. Il presidio, i blocchi, le notti in tenda non sono solo un gesto di protesta, ma il tentativo di difendere un’idea di futuro in cui il lavoro non sia relegato a variabile residuale.
Finché il governo non offrirà risposte precise su produzione, investimenti, ruolo pubblico e tempi certi, la protesta difficilmente si spegnerà. E Genova continuerà a essere, suo malgrado, il luogo in cui si misura quanto valgono davvero, nella pratica, le parole “politica industriale” e “difesa dell’occupazione”.
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La vertenza di Cornigliano dimostra che la rabbia degli operai dell’ex Ilva non è un residuo del passato, ma il sintomo vivo di un presente senza certezze e di un futuro percepito come già ipotecato. Nei blocchi stradali, nelle tende in piazza, negli striscioni contro il governo non c’è solo la difesa del salario, ma la rivendicazione di una dignità tradita da anni di promesse mancate, piani industriali evaporati e rinvii mascherati da transizioni “temporanee” che rischiano di diventare definitive.
La domanda che arriva da Genova è semplice e radicale: lo Stato intende davvero considerare la siderurgia e l’industria pesante come asset strategici, assumendosi la responsabilità di scelte chiare su produzione, investimenti e ruolo pubblico, oppure preferisce continuare a galleggiare tra tavoli tecnici, cassa integrazione e corsi di formazione che non sostituiscono un posto di lavoro? Finché la risposta resterà vaga, la città continuerà a bloccare se stessa pur di farsi ascoltare.
Perché in gioco non c’è solo il destino di 200.000 tonnellate di acciaio o di uno stabilimento. C’è il modello di Paese che l’Italia vuole diventare: una nazione che accetta in silenzio il ridimensionamento industriale, oppure una che prova ancora a difendere produzione, competenze e lavoro come pilastri di cittadinanza. Genova, oggi, è il luogo dove questa scelta non può più essere rimandata.




















