ULTIM’ORA – Conte spietato alla Camera contro Governo e Meloni – Le parole epiche tra i banchi – VIDEO

Dopo l’informativa del ministro degli Esteri, il leader M5S alza lo scontro: accusa il governo di subalternità agli Usa, denuncia un uso “a corrente alternata” del diritto internazionale e parla di “dottrina Meloni-Tajani” in consonanza con Washington. “Arrancate dietro sperando in qualche briciola”

Lo scontro sul Venezuela esplode alla Camera dopo l’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani. In Aula il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte mette in fila un attacco durissimo al governo, accusando Giorgia Meloni di aver già accettato una “servitù” geopolitica verso gli Stati Uniti e contestando la linea dell’esecutivo come incoerente sul diritto internazionale. Il riferimento è alla valutazione espressa dalla premier sui social, dove avrebbe definito “pienamente legittimo” l’intervento statunitense: una formula che, nelle parole di Conte, suona come “uno stridore di unghie” di chi “si arrampica sugli specchi”.

“Persino Le Pen lo dice: rinunciare oggi alla sovranità significa accettare servitù domani”

Conte costruisce il suo ragionamento partendo da un paragone volutamente spiazzante: richiama Marine Le Pen – “un’esponente politica che non ha nulla a che vedere con noi e che nessuno può accusare di essere una tifosa di Maduro” – per sostenere che anche da destra arriva una critica alla “modalità di azione” degli Stati Uniti. E cita l’argomento attribuito alla leader francese: rinunciare al principio di sovranità nazionale oggi (sul Venezuela) equivarrebbe ad accettare “la nostra stessa servitù domani”. Da qui l’affondo: Meloni, “sempre da destra ma purtroppo sedendo a Chigi e rappresentando l’Italia”, questa servitù “l’ha già accettata”.

Il punto politico è chiaro: Conte tenta di isolare il governo non solo rispetto alle opposizioni, ma persino rispetto a un pezzo di destra europea, ribaltando la narrazione secondo cui le critiche a Washington sarebbero automaticamente “anti-americane” o ideologiche.

“Persino Le Pen lo dice: rinunciare oggi alla sovranità significa accettare servitù domani”

Conte costruisce il suo ragionamento partendo da un paragone volutamente spiazzante: richiama Marine Le Pen – “un’esponente politica che non ha nulla a che vedere con noi e che nessuno può accusare di essere una tifosa di Maduro” – per sostenere che anche da destra arriva una critica alla “modalità di azione” degli Stati Uniti. E cita l’argomento attribuito alla leader francese: rinunciare al principio di sovranità nazionale oggi (sul Venezuela) equivarrebbe ad accettare “la nostra stessa servitù domani”. Da qui l’affondo: Meloni, “sempre da destra ma purtroppo sedendo a Chigi e rappresentando l’Italia”, questa servitù “l’ha già accettata”.

Il punto politico è chiaro: Conte tenta di isolare il governo non solo rispetto alle opposizioni, ma persino rispetto a un pezzo di destra europea, ribaltando la narrazione secondo cui le critiche a Washington sarebbero automaticamente “anti-americane” o ideologiche.

“Basta col giochino vergognoso: non siamo fan di Maduro. E non siamo fan di Hamas”

Conte dedica poi un intero segmento a respingere quello che definisce un metodo di delegittimazione: etichettare chi critica l’azione statunitense come “fan di Maduro”. “Smettiamola con il giochino vergognoso di etichettare chi esprime critiche serie con coerenza dicendo che è un fan di Maduro”, afferma. E rivendica un fatto preciso: quando era presidente del Consiglio, “non lo ha riconosciuto”, sottolineando che la posizione non nasce oggi “dall’opposizione”.

Nello stesso passaggio, Conte allarga il tema alla guerra in Medio Oriente e alle accuse incrociate che spesso accompagnano il dibattito: “E attenzione: non siamo neppure fan di Hamas. Smettiamola con queste diffamazioni becere. Siamo stati i primi dopo il 7 ottobre a condannare con fermezza la follia omicida scatenata da Hamas”. Qui l’obiettivo è doppio: difendere la legittimità della critica a Washington e prevenire la saldatura polemica “Venezuela = filoregime” o “critica = ambiguità”.

“Dottrina Meloni-Tajani in consonanza con gli Usa, ma più ipocrita: il diritto internazionale vale fino a un certo punto”

Il cuore politico dell’attacco è però un’accusa di incoerenza strutturale. Conte parla di una “dottrina Meloni-Tajani” in piena consonanza con quella statunitense, ma “condita da maggiore ipocrisia”, perché per il governo italiano il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”. E per dimostrarlo cita, uno dopo l’altro, casi che – nella sua ricostruzione – mostrerebbero un uso selettivo delle regole internazionali:

il caso Al-Masri, dove Conte sostiene che l’Italia avrebbe sottratto all’arresto della Corte penale internazionale un criminale “accusato di stupri, torture” rimpatriandolo “con gli onori di un volo di Stato”;

Gaza, dove accusa il governo di essere rimasto “impassibile” di fronte alla tragedia che ha colpito i bambini e di aver mantenuto “in piedi una cooperazione militare” con Israele;

il Venezuela, dove denuncia il “blitz militare” statunitense e l’idea che venga prelevato un capo di Stato in un Paese sovrano, con Trump che – sempre nella ricostruzione di Conte – si sarebbe proclamato “assunto” alla presidenza ad interim.


La tesi è che l’Italia non possa invocare legalità e diritto solo quando conviene: se il diritto internazionale è il criterio, deve valere anche quando a muoversi è l’alleato.

Monroe, “Donroe” e la critica alla nuova postura americana: “Gli Usa non riconoscono più il diritto internazionale”

Conte, infine, incornicia il caso Venezuela dentro una lettura più ampia della strategia americana. Parla della dottrina Monroe “rivista dal protocollo Trump” come “fortemente insidiosa” e sostiene che significhi, in sostanza, che gli Stati Uniti “non riconoscono più il diritto internazionale” in modo “plateale, quasi arrogante”. E collega questa denuncia direttamente alle scelte italiane: “Ci preoccupa quella Meloni-Tajani”.

In un altro passaggio, sempre in Aula, affonda ancora: se il governo vuole seguire la nuova dottrina (“Donroe”, nel gioco di parole che richiama Trump), dovrebbe farlo “senza ipocrisia”, “gettare la maschera” e smetterla di parlare di “libertà dei venezuelani” e “autodeterminazione”, così come – aggiunge – di libertà e autodeterminazione del popolo palestinese. L’accusa finale è di propaganda morale usata per coprire scelte di campo e interessi.

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L’intervento di Conte trasforma l’informativa di Tajani sul Venezuela in un attacco complessivo all’identità internazionale del governo: non solo una critica su un episodio, ma una contestazione della linea estera, descritta come subalterna agli Stati Uniti e incoerente sull’architettura del diritto internazionale.

In Aula, Conte prova a fissare un messaggio politico netto: criticare Washington non significa tifare per Maduro, e invocare il diritto internazionale non può essere un esercizio a intermittenza. La partita, ora, è tutta politica: se la maggioranza rivendica legittimità e alleanze, l’opposizione M5S la incalza su coerenza e credibilità, usando il Venezuela come prova generale di un confronto che promette di allargarsi anche agli altri dossier caldi – da Gaza all’Iran – dove, secondo Conte, il governo continua a scegliere “da che parte stare” prima ancora di chiedersi “quale regola rispettare”.

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