Il passo indietro arriva “con decorrenza immediata”, ma l’onda d’urto rischia di durare a lungo. Stefano Di Stefano, consigliere di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena dal 2022 e, allo stesso tempo, uno dei direttori generali del ministero dell’Economia e delle Finanze, ha rassegnato le dimissioni dal board della banca senese dopo l’avvio di indagini a suo carico per insider trading. Una vicenda che intreccia finanza, istituzioni e potere pubblico: perché al centro non c’è soltanto un manager, ma un dirigente del Mef con deleghe sensibili, finito sotto la lente della Procura di Milano nel pieno del risiko bancario.
E mentre a Roma monta la tensione – con l’opposizione pronta a parlare di “sistema” e la maggioranza chiamata a difendersi – la domanda politica, inevitabile, si allarga: è solo un caso giudiziario individuale o un nuovo fronte capace di destabilizzare l’esecutivo? Cadere il governo è un’altra partita, ma il danno reputazionale e il caos interno al Mef sono già qui.
Le dimissioni “immediate”: cosa ha deciso Di Stefano e perché pesa
Mps ha comunicato che Di Stefano lascia la carica di amministratore non indipendente “per ragioni personali e in relazione all’avvio delle indagini”. Traduzione: non un avvicendamento ordinario, ma l’uscita di scena di un consigliere travolto da un’indagine che tocca il cuore del rapporto tra informazioni riservate e scelte d’investimento.
Il punto politico è che Di Stefano non era un profilo “tecnico” qualunque. Era anche il responsabile della Direzione del Mef che segue le partecipazioni societarie e la tutela degli attivi strategici: un ruolo che, per definizione, vive di dossier sensibili, interlocuzioni riservate, contatti istituzionali e finanziari. In questo contesto, l’ipotesi accusatoria – sfruttare informazioni privilegiate – diventa un macigno.
L’accusa di insider trading: la Procura di Milano e la pista delle operazioni sospette
Secondo quanto ricostruito, la Procura di Milano contesta a Di Stefano di aver acquistato azioni di Mps e Mediobanca a cavallo dell’operazione con cui la banca senese ha lanciato l’Offerta pubblica di scambio su Piazzetta Cuccia. L’inchiesta sarebbe partita da una segnalazione di operazione sospetta (la cosiddetta “SOS”), individuata dall’intermediario finanziario e transitata dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia fino alla Guardia di Finanza e poi ai pm.
Il cuore dell’ipotesi: avrebbe approfittato del proprio ruolo istituzionale per muoversi prima del mercato, acquistando titoli in un periodo cruciale e rivendendoli poco dopo, beneficiando delle oscillazioni legate all’operazione.
Le cifre: acquisti, rivendite e il presunto guadagno
La ricostruzione emersa parla di acquisti effettuati tra il 2 e il 21 gennaio dell’anno precedente: 33 mila euro in azioni Mps e 120 mila euro in azioni Mediobanca, poi rivendute il 28 gennaio. Il presunto profitto: circa 9 mila euro e poco più di mille euro per il figlio.
Non sono cifre “da grande speculazione”, ed è proprio qui che il caso diventa ancora più tossico per l’immagine pubblica: perché l’effetto non è economico ma simbolico. Un dirigente del Mef che, anche per un guadagno relativamente contenuto, finisce indagato in un contesto di informazioni riservate è la fotografia perfetta di ciò che l’opposizione definisce commistione tra pubblico e privato.
Il telefono sequestrato e l’inchiesta più ampia sul risiko bancario
Un dettaglio cruciale: il telefono di Di Stefano era stato sequestrato dalla Guardia di Finanza già a novembre, nell’ambito delle indagini sul risiko bancario. Da lì, gli accertamenti avrebbero preso corpo fino all’iscrizione nel registro degli indagati per insider trading.
Parallelamente, procede un altro filone – distinto, secondo quanto riportato – sull’ipotesi di un “concerto” (un coordinamento occulto) attorno alla scalata Mps-Mediobanca, che vede coinvolti altri nomi di peso del capitalismo italiano. Anche se Di Stefano non risulta in quel fascicolo, la vicinanza temporale e tematica fa sì che nell’opinione pubblica i piani si sovrappongano, creando l’impressione di un’unica grande “zona grigia”.
Il cortocircuito istituzionale: perché al Mef è (davvero) caos
Il caso Di Stefano non è solo una grana giudiziaria. È un problema di governance e di fiducia interna al ministero più delicato: quello che gestisce conti pubblici, partecipazioni, dossier bancari e rapporti con le autorità di vigilanza.
Quando un dirigente apicale finisce indagato per insider trading su un’operazione che riguarda una banca partecipata e strategica, la macchina amministrativa deve reagire su più livelli:
gestione delle deleghe e delle catene decisionali;
rapporti con Mps e con le autorità di controllo;
coordinamento politico: chi risponde? chi mette la faccia? chi garantisce che non ci siano altri “buchi” nella gestione?
E soprattutto: la credibilità del Mef – già sotto pressione in fasi di instabilità economica – diventa una posta in gioco politica.
“Cade il governo?”: la vera domanda e la risposta più realistica
La tentazione di leggere ogni scossone come preludio a una crisi è forte, ma qui la dinamica è più sottile. Un caso del genere, da solo, difficilmente fa cadere un esecutivo se la maggioranza tiene. Però può fare tre cose molto concrete:
1. Logorare: costringere il governo a giorni di difesa, smentite, distinguo e tensioni interne.
2. Bloccare: rallentare dossier sensibili (anche solo per prudenza, per cambio di interlocutori, per timore di esporsi).
3. Accumulare: sommarsi ad altri fronti aperti (referendum, Rai, infrastrutture, economia) fino a creare una percezione di “fine corsa”.
In politica, spesso non crolli per un colpo solo: crolli perché la somma dei colpi rende impossibile sostenere la narrazione di efficienza e controllo.
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Il “caso Di Stefano” è destinato a restare perché tocca un nervo scoperto: chi governa gli snodi tra Stato e finanza deve essere inattaccabile, o quantomeno percepito come tale. Invece qui l’immagine che passa è quella di un cortocircuito: un dirigente pubblico in una posizione sensibile, un ruolo in Mps, un’operazione di mercato, un sospetto di informazioni privilegiate.
Il governo non è automaticamente al capolinea. Ma il Mef, in queste ore, è costretto a gestire l’emergenza più scomoda: quella che non riguarda un annuncio politico o una polemica televisiva, ma la fiducia nel cuore dello Stato economico.



















