Dentro il “caso Iacchetti”: lo scontro in tv, le accuse a Mizrahi, il silenzio della politica, le solidarietà inattese e l’effetto boomerang sul lavoro. Il racconto completo dell’attore e conduttore a Fanpage.it.
Il detonatore: cosa è successo in tv
La miccia si è accesa a È sempre CartaBianca, quando Enzo Iacchetti ha reagito con furia alle parole di Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele. La frase «Definisca bambino» – pronunciata mentre si discuteva delle vittime a Gaza – ha fatto saltare ogni freno. Iacchetti ha perso la pazienza, ha minacciato di lasciare lo studio, ha gridato «È una porcheria» e ha definito l’interlocutore «fascista». Quello scambio, ormai virale, è diventato un caso nazionale e ha spaccato l’opinione pubblica.
A una settimana di distanza, Iacchetti non arretra di un millimetro. Anzi, rilancia: «Ho rotto il palco, ho sfondato la quarta parete. È stato un atto di supplenza morale, perché chi dovrebbe parlare tace». Il riferimento è alla politica ma anche a pezzi del sistema mediatico che, secondo lui, preferirebbero edulcorare o eludere la questione.
La denuncia: lavoro perso e minacce
Il prezzo, dice, è altissimo. «Sto perdendo parecchio lavoro», racconta. «Ieri ho parlato con Morgan: mi ha detto la stessa cosa». Oltre al danno professionale, c’è la pressione psicologica: «Ricevo messaggi del tipo “preparati a morire”. È terribile». Non è la prima volta che un personaggio popolare paghi care posizioni scomode, ma Iacchetti mette in fila gli effetti collaterali con chiarezza: meno chiamate, più ostilità, un clima avvelenato.
Nel mirino: «Mizrahi era un provocatore»
L’attore non usa giri di parole su Mizrahi: «Era un provocatore andato lì per fare propaganda». E sulla frase che ha innescato lo scontro: «“Definisca bambino” è una porcata; neanche il diavolo avrebbe il coraggio di dirlo». Aggiunge di aver saputo che «la stessa comunità ebraica lo ha pesantemente redarguito». Il punto – insiste – non è religioso: «Ho molti amici ebrei e mi hanno ringraziato». Il suo bersaglio è il sionismo “incallito” e una retorica che, a suo giudizio, disumanizza i palestinesi.
La distinzione cruciale: ebraismo ≠ sionismo
Iacchetti teme l’effetto-rimbalzo: «Se nessuno distingue tra sionismo ed ebraismo, anche gli ebrei onesti – che sono la maggioranza e che manifestano contro Netanyahu – verranno additati come assassini per anni». È uno dei passaggi più politici del suo ragionamento: separare una fede dalle scelte di un governo, per evitare generalizzazioni odiose e pericolose.
Il silenzio che fa rumore: «Nessun politico di sinistra mi ha scritto»
Capitolo politica. L’affondo è doppio. Da un lato la denuncia del vuoto: «Non c’è stato un politico di sinistra che mi abbia espresso solidarietà». Dall’altro la presa di distanza da chi governa: «Salvini dice in tv “vi difenderemo sempre”. Io provo vergogna». E sulla premier: «Se continuano così, perderanno anche le prossime elezioni. Lei si sta rendendo conto che non riesce più a tenere persone ignoranti nel suo governo». “Ignoranti”, precisa, nel senso letterale: «Chi ignora la realtà è un ignorante».
La frattura con una parte dei media
Iacchetti se la prende con «giornalisti-giornalai» e direttori che «ti sputano in faccia senza motivo»: «Se non ci fosse Mediaset, molti non farebbero questo mestiere e sarebbero in mezzo a una strada». Il risentimento nasce dall’ondata di editoriali e commenti che lo hanno bollato come “ubriacone”, “miliardario”, “finito a Striscia”. «Il popolo però mi dà ragione: per strada mi abbracciano e mi dicono “avrei fatto come te”».
Le solidarietà inattese
Nonostante l’isolamento istituzionale, qualche voce si è levata a suo favore. Rula Jebreal gli ha scritto dagli Stati Uniti. E soprattutto Antonio Ricci lo ha chiamato e incoraggiato, inviandogli un filmato del Drive In del 1985: «All’epoca molti comici facevano satira feroce contro Israele». Per Iacchetti è «la solidarietà più bella», perché viene dall’uomo che in tv gli ha dato un’identità professionale e che conosce bene la potenza (e i rischi) della satira quando tocca nervi scoperti.
«Non sono un opinionista: voglio tornare al mio lavoro»
Lui rifiuta l’etichetta di tribuno: «Non chiamatemi in ogni programma, non sono un opinionista. Il mio pensiero lo conoscete, io vorrei tornare a fare il mio mestiere». Ma aggiunge che continuerà a parlare se necessario, perché «questa non è una questione ideologica, è una questione umanitaria». Dice di non dormire la notte «per la pena verso quella gente» e di considerare il suo sfogo «un gesto dovuto» in un contesto «distorto».
“Urlare” in tv: quando e perché
Alla critica «in tv non si urla» risponde così: «Si urla quando il contesto è falsato: era l’unico modo per riportare la discussione alla realtà». All’inizio, confessa, era pronto ad alzarsi e uscire: «Sapevo che avrei finito per litigare. Ma sentire certe cose e restare seduto in silenzio mi sarebbe sembrato complicità».
La cornice più ampia: tv, politica e libertà di parola
Il “caso Iacchetti” non è soltanto la reazione veemente di un volto popolare. È il punto di intersezione tra diversi fronti aperti:
Il fronte televisivo, dove la ricerca del “contraddittorio ad ogni costo” spesso produce cortocircuiti: si mettono sullo stesso piano fatti documentati e propaganda brutale, con la conduzione chiamata a tenere insieme l’audience e la tenuta civile del dibattito.
Il fronte politico, che secondo Iacchetti preferisce la prudenza al coraggio, per calcolo o per paura di scottarsi. Da qui la sua idea di “supplenza morale”: se tace chi deve parlare, tocca a chi ha un microfono non girare la testa.
Il fronte sociale, dove la polarizzazione scivola nel linciaggio personale (minacce, insulti) e nel boicottaggio professionale. Un terreno che lui definisce «avvelenato».
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«Mi dicono: “fai il comico e non rompere”. Ma se fossimo in cinquanta a fare come me, perderebbero tantissimi voti», dice. Non cerca pacificazioni di facciata con chi «ha detto porcherie», né abiure a freddo: «Non ho mai picchiato nessuno, non uccido neanche le zanzare. Ma se qualcuno prova a normalizzare l’idea che i bambini non siano bambini, io non sto zitto».
Che cosa resta, oggi
Resta un uomo di spettacolo che dichiara di sentirsi “solo dalla parte di quella povera gente”, che dice di non dormire la notte e che ammette di aver aperto una frattura con il suo stesso ambiente. Resta un frammento di tv diventato caso politico. Resta un elenco di accuse precise (minacce, perdita di ingaggi, attacchi personali) e di responsabilità indicate a dito: la propaganda sionista, il silenzio della sinistra, le parole di membri del governo, i riflessi condizionati di un certo giornalismo.
Soprattutto, resta una domanda che Iacchetti rilancia a chiunque abbia un ruolo pubblico: quanto si è disposti a rischiare per chiamare le cose con il loro nome? Per lui – che rivendica di aver “rotto il vetro del televisore” – la risposta è già arrivata: pagare un prezzo, sì; abbassare lo sguardo, no.


















