Scontro frontale tra Roma e la Commissione Ue: rischio procedura di infrazione per l’Italia
Roma, 8 luglio 2025 – Un altro scivolone per il governo Meloni sul fronte europeo. Stavolta, al centro della bufera c’è la decisione dell’esecutivo di applicare il Golden Power sull’acquisizione del Banco Bpm da parte di Unicredit, operazione che Bruxelles contesta duramente e che rischia di trasformarsi in una nuova procedura d’infrazione per l’Italia.
Bruxelles all’attacco: “Il governo italiano non aveva il diritto di intervenire”
Secondo un’esclusiva dell’agenzia Bloomberg, la Commissione Europea sarebbe pronta a notificare formalmente al governo italiano che le condizioni imposte a Unicredit sono illegittime.
In base alle norme europee sulle concentrazioni d’impresa, solo la Commissione ha il potere di intervenire su fusioni e acquisizioni di tale portata. L’operazione Unicredit-Bpm ha già ricevuto il via libera comunitario il mese scorso, ma il governo Meloni aveva ugualmente imposto condizioni restrittive sfruttando il Golden Power, lo strumento che consente di intervenire in operazioni strategiche per la sicurezza nazionale.
Il rischio: procedura d’infrazione e scontro con Bruxelles
Per Bruxelles, il governo italiano avrebbe abusato di questo strumento, travalicando i limiti fissati dall’articolo 21 del regolamento Ue sulle concentrazioni. La Commissione contesta in particolare l’assenza di motivazioni sufficienti legate alla “sicurezza nazionale” e annuncia che chiederà formalmente il ritiro del decreto.
Se Roma dovesse rifiutarsi, l’Italia rischierebbe una procedura d’infrazione per violazione del diritto comunitario.
Golden Power sotto accusa: ecco cosa prevede la legge Ue
L’articolo 21 del regolamento europeo permette agli Stati membri di bloccare o condizionare operazioni di fusione solo in casi molto specifici e circoscritti, come la tutela della sicurezza pubblica o del pluralismo dei media. Ma qualsiasi intervento deve essere notificato, giustificato e compatibile con il diritto Ue.
Il governo Meloni ha difeso la sua scelta sostenendo di agire in nome della sicurezza nazionale, ma secondo la Commissione il provvedimento sarebbe sproporzionato e in contrasto con i principi europei.
Il governo Meloni in trappola: tutti gli errori dell’esecutivo
Questa nuova grana europea rischia di trasformarsi in un boomerang per il governo, già sotto pressione su diversi fronti.
L’esecutivo aveva imposto il Golden Power a Unicredit lo scorso aprile, in piena campagna elettorale per le europee, presentandolo come una mossa a tutela dell’interesse nazionale. Ma secondo Bruxelles, si è trattato solo di un’operazione politica, priva di basi giuridiche solide.
Il risultato? Un cortocircuito che ora potrebbe costare caro all’Italia, sia in termini economici che di immagine.
Effetto immediato in Borsa: boom per Unicredit e Banco Bpm
La notizia ha avuto immediato impatto sui mercati. Alla Borsa di Milano, i titoli di Banco Bpm hanno guadagnato oltre il 4,5% e quelli di Unicredit il 2,7%, segno che gli investitori scommettono sul ritiro delle imposizioni italiane e sul buon esito dell’operazione.
Il verdetto del Tar del Lazio, atteso per mercoledì 9 luglio, si annuncia quindi esplosivo: se il Tar dovesse confermare la decisione del governo, la battaglia si sposterebbe direttamente a Bruxelles, con il rischio concreto di una procedura d’infrazione formale.
La difesa traballante del governo: “Tuteliamo la sicurezza nazionale”
Il governo continua a difendere la propria scelta, sostenendo che il Golden Power è stato usato in difesa di interessi strategici, in un settore delicato come quello bancario. Ma il tentativo di giustificazione appare sempre più debole.
L’Eu Pilot, la procedura di dialogo informale già avviata tra Roma e Bruxelles, non sembra destinato a chiudersi in tempi rapidi. E se la Commissione dovesse passare alle vie formali, il governo Meloni si ritroverebbe incastrato tra il pressing europeo e la necessità di non cedere sul fronte interno.
Questa vicenda rappresenta l’ennesimo inciampo europeo del governo Meloni, che già in passato aveva accumulato tensioni con Bruxelles su diversi dossier, dai migranti alle politiche fiscali.
Stavolta, però, il rischio è ancora più alto: una sanzione per violazione delle norme sulla concorrenza e un ulteriore scossone alla già precaria credibilità dell’Italia sui mercati.
Il caso Unicredit-Bpm mostra, ancora una volta, quanto l’attuale esecutivo fatichi a muoversi nei delicati equilibri tra politica interna e regole europee. E il conto, come sempre, potrebbe pagarlo tutto il Paese.
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Il braccio di ferro sul caso Unicredit-Bpm segna un nuovo, pesante scivolone per il governo Meloni in Europa. Quella che doveva apparire come una mossa a difesa dell’interesse nazionale si sta trasformando in un boomerang, con il rischio concreto di una procedura d’infrazione e di una nuova spaccatura tra Roma e Bruxelles.
Ancora una volta, l’esecutivo si ritrova incastrato tra propaganda interna e vincoli europei, mostrando tutti i suoi limiti nella gestione dei dossier più complessi. E mentre il governo tenta di difendere il Golden Power, i mercati festeggiano il possibile stop alle restrizioni italiane.
Il verdetto del Tar e le prossime mosse della Commissione Ue diranno chi vincerà questa partita. Ma il danno di immagine, per l’Italia, è già fatto. E rischia di lasciare un segno profondo sulla credibilità del Paese in Europa.



















