ULTIM’ORA – Il dettaglio che potrebbe far saltare seriamente il Referendum – La Cassazione…

C’è un dettaglio che sembra tecnico, quasi burocratico, ma che può far deragliare l’intera tabella di marcia: il quesito referendario. Oggi l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione ha infatti riformulato la domanda del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia, accogliendo la versione proposta dai promotori della raccolta firme. Una decisione che riapre la partita non solo sul “come” si voterà, ma anche su quando: la data fissata dal governo per 22-23 marzo potrebbe non reggere, con il rischio concreto di uno slittamento ad aprile.

Il punto: perché cambia il quesito

Il referendum riguarda la legge costituzionale “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, e già indetta con decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 2026, che convocava i comizi per domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.

Ma tra il quesito “originario” (quello su cui il governo ha costruito il decreto di indizione) e quello sostenuto dai promotori della raccolta firme c’è una differenza sostanziale: l’indicazione degli articoli della Costituzione modificati. I promotori – un comitato di giuristi che ha raccolto oltre 500mila firme in poche settimane – sostenevano che, trattandosi di legge di revisione costituzionale, nel quesito dovessero comparire gli articoli interessati (in questo caso sette). La Cassazione ha dato loro ragione, ritenendo quell’indicazione obbligatoria in base alla disciplina del referendum costituzionale.

Perché una modifica “formale” può pesare politicamente

La domanda stampata sulla scheda non è un dettaglio neutro: è il primo (e spesso l’unico) elemento che orienta la comprensione di cosa si stia votando. Se il quesito resta generico (“approvate la legge costituzionale…”) l’elettore vede soprattutto un titolo; se invece vengono indicati gli articoli toccati, emerge con più forza l’ampiezza della revisione. Ed è esattamente su questo crinale che la campagna referendaria rischia di irrigidirsi: non solo sul merito della riforma, ma anche su trasparenza e correttezza del percorso.

Il nodo vero: la data del voto può saltare

Qui entra in gioco un problema pratico: il decreto di indizione del 13 gennaio, oltre a fissare la data del 22-23 marzo, richiama il meccanismo previsto dalla legge n. 352/1970: il voto deve tenersi in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto. E infatti nel testo si sottolinea che 22-23 marzo cadono proprio allo scadere del 70° giorno.

Se però il quesito cambia “a valle”, la domanda diventa inevitabile: si può correggere la scheda lasciando in piedi lo stesso decreto e la stessa data, oppure serve un nuovo atto di convocazione? Secondo quanto ricostruito, la situazione è “inedita” e, se si dovesse ripartire con un nuovo decreto, i termini farebbero slittare il voto non prima di aprile.

Un contenzioso già acceso: Tar e “fretta” sulla consultazione

Il tema della tempistica era già esplosivo: i promotori della raccolta firme avevano impugnato la scelta del governo di fissare la consultazione prima che maturassero i tre mesi dalla pubblicazione della legge (finestra entro cui può essere chiesta la consultazione anche tramite firme). Il Tar del Lazio ha però respinto il ricorso, dando torto ai promotori sulla data. Ora, paradossalmente, la Cassazione concede loro ragione su un punto decisivo (il quesito) che può rimettere tutto in movimento.

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Alla fine, questa vicenda racconta una cosa semplice: nei referendum costituzionali forma e sostanza si intrecciano. Una variazione apparentemente tecnica – il modo in cui si “nomina” la riforma sulla scheda – può incidere sulla chiarezza per gli elettori e, soprattutto, far saltare la “macchina” organizzativa costruita su una data già fissata al limite dei termini. In un clima politico già teso, il rischio è che il confronto sulla giustizia venga risucchiato dalla disputa sulle regole. Ma proprio per questo, adesso, la partita decisiva sarà una sola: dare certezze sul quesito e sul calendario, prima che la campagna entri nel vivo e la fiducia nell’intero passaggio referendario si logori ulteriormente.

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