ULTIM’ORA Iran – Scontro alla Camera – Conte affonda Tajani e Crosetto faccia a faccia – VIDEO

Per qualche secondo, nell’aula dell’audizione, tutto scorre come da copione: relazioni tecniche, formule di rito, parole misurate. Ma basta una frase — pronunciata con tono secco, quasi trattenuto — per spostare l’asse della discussione. Non è un attacco generico, né una battuta da social. È una contestazione politica frontale, inchiodata alla cronaca di queste ore e al punto più sensibile: la sicurezza degli italiani, dei militari e dei civili, dentro un’escalation che non si ferma.

Giuseppe Conte prende la parola durante l’audizione di Antonio Tajani e Guido Crosetto sulla crisi in Iran e nel Golfo Persico e ribalta il frame con cui il centrodestra, dice, starebbe raccontando la posizione delle opposizioni. Il leader M5S non concede alibi: “È un disastro, un’escalation senza limiti”. E soprattutto, aggiunge, non si può far finta che basti “un cambio di regime” promesso o auspicato per giustificare una guerra che produce vittime e instabilità a catena.

“Non siamo a favore del regime”: la premessa che cambia il racconto

Conte parte da un nodo politico e comunicativo: la narrazione. Secondo lui, il centrodestra starebbe dipingendo le opposizioni come “filo-regime” solo perché criticano l’intervento militare. E qui arriva il primo colpo: “Secondo la rappresentazione del centrodestra saremmo tutti a favore del regime ma non è così”.

La frase serve a mettere in chiaro un punto che Conte rivendica con forza: il Movimento 5 Stelle — ricorda — è sceso in piazza contro “quel regime feroce”. Ma da questa premessa arriva il passaggio che diventa il cuore politico del suo intervento: essere contro un regime non significa legittimare automaticamente la strategia delle bombe.

“Non possiamo affidarci alle bombe”: il no alla scorciatoia del cambio di regime

Il leader M5S alza il livello e attacca l’idea — che intravede nelle parole e nei silenzi dell’esecutivo — che la soluzione possa essere una “transizione” imposta militarmente.

“Non possiamo affidare alle bombe i cambi di regime perché la storia non ci consiglia mai interventi del genere”, dice Conte, scegliendo un argomento che è insieme politico e storico: l’illusione che una guerra “chirurgica” risolva tutto, quando spesso apre fratture più profonde e più durature.

Non è solo una presa di posizione ideologica. Conte la lega a un effetto concreto, immediato: l’escalation produce morti, destabilizza, trascina altri fronti e — punto decisivo — coinvolge direttamente anche cittadini e militari italiani.

“È un disastro”: l’escalation e le vittime civili

Conte non usa toni sfumati. La sua diagnosi è netta: “È un disastro, un’escalation senza limiti con vittime civili”. E qui inserisce l’accusa politica più pesante verso il governo: l’Italia, sostiene, non può limitarsi a commentare o a inseguire.

Chiede esplicitamente una posizione: “Vorremmo sapere cosa ne pensa il governo”. Perché, aggiunge, “non possiamo illuderci che il regime si faccia di lato”: l’idea che la pressione militare basti a far crollare un apparato di potere viene definita una pericolosa auto-narrazione.

“Missili sui nostri connazionali”: il punto che inchioda l’audizione

Poi Conte entra nella notizia più sensibile: gli italiani coinvolti direttamente nello scacchiere. E lo fa con una frase che non lascia spazio a interpretazioni:

“Piovono missili sui nostri connazionali nella base in Kuwait, tra i nostri 300 militari”.

Qui Conte si rivolge direttamente a Tajani, e in quel “ministro” ripetuto più volte c’è l’intenzione di trasformare l’audizione in un banco di prova: non una conferenza stampa, ma un momento in cui il governo deve rispondere davanti al Parlamento.

“Non sono andati a nascondersi”: la frase sul bunker e l’equilibrio delicato

Il passaggio più discusso è quello sul riparo. Conte sceglie una formula che evita di apparire allarmista ma non minimizza il rischio:

“Ministro Tajani, i nostri militari non sono andati a nascondersi in un bunker: sono al riparo, sempre operativi”.

È una frase costruita con attenzione: da un lato tutela l’immagine e la dignità operativa dei militari (“sempre operativi”), dall’altro ammette la realtà dell’allerta e della minaccia (“al riparo”, “riparo momentaneo”). In mezzo, una parola che pesa: bunker. Perché dice, indirettamente, che il teatro di crisi non è lontano, astratto, televisivo: tocca anche il personale italiano dispiegato nell’area.

La domanda che resta sospesa: che cosa sa (e che cosa decide) il governo?

Il senso politico complessivo dell’intervento di Conte sta in un punto: se la crisi corre più veloce della diplomazia, allora la politica deve spiegare quale direzione intende prendere. Conte non si limita a dire “no” alla guerra: chiede una linea, e soprattutto chiede trasparenza.

Nella sua impostazione, la contraddizione del governo è questa: da una parte si invoca il rischio nucleare come giustificazione di un’azione militare; dall’altra, l’escalation produce conseguenze immediate che ricadono sui cittadini, sul personale militare, sull’economia e sulla sicurezza.

E allora il quesito — non pronunciato come slogan, ma come atto d’accusa parlamentare — diventa inevitabile: che cosa intende fare l’Italia dentro una crisi che mette a rischio anche i suoi uomini?

Un attacco che non è solo a Tajani: è alla strategia dell’esecutivo

Quando Conte parla di “disastro” e di “escalation senza limiti”, non sta contestando solo un dettaglio operativo. Sta contestando l’impianto: l’idea che si possa governare una guerra sperando che produca un risultato politico “ordinato”.

E, soprattutto, prova a disinnescare l’arma retorica più usata in queste ore — “o con noi o con il regime” — ribaltandola: essere contro un regime non significa essere a favore dei bombardamenti. È qui che “spiazza”, come dici tu: perché obbliga il governo a scegliere se rispondere nel merito o rifugiarsi nello schema della tifoseria.

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Alla fine dell’audizione resta un’immagine: un leader di opposizione che porta la crisi sul terreno più concreto — i missili, i civili, i militari italiani in Kuwait — e costringe il governo a uscire dalla comfort zone delle dichiarazioni generiche.

Conte non propone una soluzione semplice. Ma mette un paletto politico preciso: la diplomazia non può essere un accessorio, e il cambio di regime “a colpi di bombe” non può essere venduto come scorciatoia pulita.

Perché, mentre si discute di scenari e strategie, la cronaca batte un altro tempo: quello delle sirene, degli allarmi, dei ripari improvvisati. E in mezzo — ricorda Conte — ci sono anche italiani. Operativi, sì. Ma sotto i missili.

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