ULTIM’ORA – La caduta shock del Governo… per le dimissioni del Primo Ministro – L’accaduto in

L’annuncio in diretta: “Mi dimetto”

Le dimissioni del primo ministro bulgaro Rossen Jeliazkov (Rosen Zhelyazkov nella traslitterazione internazionale) arrivano in diretta televisiva, poche ore prima di un voto di sfiducia che il suo esecutivo rischiava seriamente di non superare.
Con un discorso alla nazione, il premier ha comunicato di rimettere l’incarico suo e dell’intero governo, riconoscendo che “il clima di sfiducia” e le massicce proteste di piazza hanno reso “impossibile proseguire il percorso riformatore”.

La caduta del governo Jeliazkov, in carica solo da gennaio 2025, si consuma così dopo meno di un anno di mandato e a poche settimane da un passaggio cruciale per il Paese: l’ingresso ufficiale della Bulgaria nella zona euro, previsto per il 1° gennaio 2026.

Una crisi annunciata: corruzione sistemica e stanchezza democratica

Le dimissioni non sono un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo di una crisi annunciata.
Da anni la Bulgaria è indicata da Bruxelles e da diverse ONG come uno degli Stati membri più esposti alla corruzione sistemica, con problemi strutturali nello stato di diritto, nella trasparenza e nell’indipendenza della magistratura. La stessa Commissione europea ha ripetutamente richiamato Sofia a rafforzare le misure anticorruzione e a garantire processi credibili contro gli abusi di potere.

Il governo Jeliazkov, nato dopo l’ennesima fase di stallo istituzionale e sostenuto da una coalizione eterogenea guidata dal partito conservatore GERB, aveva promesso di voltare pagina, ma si è rapidamente trovato impantanato tra scandali, accuse di collusioni con gli oligarchi e una percezione crescente di distanza rispetto ai cittadini.

Il detonatore: il bilancio 2026 e le piazze contro le tasse e gli oligarchi

Il detonatore politico è stato il progetto di bilancio 2026, il primo interamente denominato in euro, che prevedeva aumenti delle contribuzioni sociali e delle tasse sui dividendi, oltre a nuove spese statali. La manovra, presentata come necessaria per sostenere la transizione all’euro e rafforzare il welfare, è stata percepita da ampie fasce della popolazione come l’ennesimo sacrificio imposto ai ceti medi e più fragili, mentre la corruzione continuava a prosperare.

Nel giro di pochi giorni, migliaia di persone – soprattutto giovani, professionisti, lavoratori urbani – hanno riempito le strade di Sofia e delle principali città bulgare. Le manifestazioni, inizialmente concentrate davanti al parlamento, si sono trasformate in un vero e proprio movimento anti-corruzione, con cortei che hanno superato le 100mila presenze nella capitale, secondo stime delle agenzie internazionali.

La protesta non si limitava al rifiuto della manovra economica: nel mirino c’erano i legami del governo con figure controverse come il deputato e magnate dei media Delyan Peevski, già sanzionato da Stati Uniti e Regno Unito per presunta corruzione e traffico di influenze. Per i manifestanti, la presenza di Peevski e del suo partito tra i sostenitori parlamentari dell’esecutivo rappresentava la prova che nulla era davvero cambiato.

Una coalizione fragile, logorata da veti incrociati

Sul piano istituzionale, il governo Jeliazkov era nato già fragile: una coalizione tripartita con appoggi esterni, costruita a fatica dopo mesi di negoziati e preceduta da diversi governi tecnici.

Al suo interno convivevano:

i conservatori pro-europei di GERB,

settori socialisti,

forze populiste e movimenti di centro,


accomunati più dal timore di nuove elezioni che da una reale visione condivisa.

Quando la piazza ha iniziato a chiedere a gran voce le dimissioni del premier e una “pulizia” radicale della politica, le tensioni tra i partner di governo sono esplose: alcuni chiedevano un rimpasto e la rottura dei rapporti con Peevski, altri difendevano la coalizione, temendo un ritorno all’instabilità.

Nelle ultime settimane, Jeliazkov ha affrontato ripetuti voti di fiducia in parlamento: il voto previsto per l’11 dicembre sarebbe stato il sesto dall’insediamento del governo a gennaio, un numero che da solo fotografa la precarietà del suo esecutivo.

L’ultima giornata: il premier cede prima del voto

Nel giorno decisivo, il copione si è consumato rapidamente.
Mentre in parlamento l’opposizione preparava il voto di sfiducia e i manifestanti tornavano a radunarsi davanti al palazzo dell’Assemblea nazionale, Jeliazkov ha convocato i leader dei partiti della maggioranza. Dall’incontro è emerso che non esisteva più una maggioranza coesa in grado di sostenerlo.

Da qui la scelta di anticipare il verdetto dell’Aula con un annuncio solenne: dimissioni del governo, bilancio ritirato, riconoscimento della “legittimità delle preoccupazioni dei cittadini” e appello a una transizione ordinata.

La decisione è stata accolta da un’ovazione nelle piazze, dove molti manifestanti hanno interpretato la caduta del governo come una prima vittoria contro un sistema considerato opaco e oligarchico. Le forze d’opposizione, dal fronte liberale ai partiti anti-corruzione, hanno salutato le dimissioni come “un passo necessario per ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.

Il ruolo del presidente Radev e gli scenari istituzionali

Ora la palla passa al presidente Rumen Radev, che negli ultimi mesi non ha nascosto le sue critiche al governo, invitando più volte l’esecutivo a “ascoltare la voce della piazza” e a valutare la possibilità di un passo indietro.

La Costituzione bulgara prevede che:

1. Il premier presenti formalmente le dimissioni al parlamento.


2. Il presidente consulti i gruppi parlamentari per verificare se esista una nuova maggioranza pronta a sostenere un altro governo nella legislatura in corso.


3. Se i tentativi falliscono, Radev potrà nominare un governo ad interim e indire nuove elezioni anticipate.

 

Si tratterebbe, in caso di nuovo voto, dell’ottava elezione nazionale dal 2021, un dato che conferma la cronica instabilità politica del Paese e la difficoltà di costruire coalizioni durature.

L’ombra dell’euro e lo sguardo dell’Unione Europea

La crisi arriva in un momento estremamente delicato: la Bulgaria è a poche settimane dall’ingresso formale nella zona euro, che dovrebbe scattare il 1° gennaio 2026, trasformando il lev in una moneta del passato.

Da mesi Bruxelles vigila sul rispetto dei parametri economici e, soprattutto, sui progressi nel campo dello stato di diritto e della lotta alla corruzione. La Commissione europea, pur confermando l’adesione all’eurozona, ha più volte sottolineato le criticità del sistema giudiziario bulgaro e l’urgenza di riforme strutturali.

La caduta del governo apre interrogativi:

un eventuale esecutivo tecnico riuscirà a garantire un passaggio ordinato alla moneta unica?

le tensioni sociali e la sfiducia verso le élite politiche alimenteranno il fronte euroscettico, già sensibile al tema dell’inflazione e del costo della vita?


A Sofia c’è chi teme che, senza un governo forte e legittimato, l’ingresso nell’eurozona possa essere vissuto più come un trauma che come un’opportunità.

Proteste come laboratorio civico: cosa resta al di là delle dimissioni

Al di là dei passaggi istituzionali, la crisi bulgara racconta anche un fenomeno più ampio: la nascita di un movimento civico anti-corruzione capace di imporre il proprio tema nell’agenda politica, superando le divisioni tradizionali tra destra e sinistra.

I manifestanti non si sono limitati a chiedere le dimissioni del premier, ma hanno avanzato richieste precise:

maggiore trasparenza nei contratti pubblici;

riforma della magistratura e dei servizi di sicurezza;

stop alla cattura dello Stato da parte di oligarchi e grandi interessi privati;

limiti più stringenti ai conflitti di interesse tra politica, business e media.


Se queste istanze troveranno rappresentanza politica stabile o resteranno circoscritte alla stagione delle piazze è uno dei nodi centrali dei prossimi mesi.

Leggi anche

Le dimissioni del governo Jeliazkov chiudono una parentesi, ma non risolvono la crisi di fondo della Bulgaria: un sistema politico frammentato, attraversato da clientelismi, corruzione e sfiducia che da anni impediscono al Paese di consolidare i progressi economici e democratici compiuti dall’ingresso nell’Unione Europea.

Il rischio è quello di una nuova spirale di elezioni e governi effimeri, con la conseguenza di ritardare riforme cruciali e di alimentare ulteriormente l’astensione e il disincanto. Ma c’è anche un’opportunità: se la pressione delle piazze e l’attenzione dell’UE riusciranno a trasformarsi in un’agenda concreta di cambiamento – dalla giustizia alla trasparenza, dall’economia alla lotta agli oligarchi – la crisi potrebbe rappresentare l’inizio di una vera rifondazione democratica.

Per ora, l’unica certezza è che “le dimissioni sono arrivate”. Il resto dipenderà da quanto la classe politica bulgara saprà ascoltare il messaggio che, per settimane, è risuonato nelle strade di Sofia: “niente più governi prigionieri della corruzione”.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini