ULTIM’ORA – Mattarella interviene ancora una volta sul tema e avverte il Governo Meloni

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella interviene ancora una volta sul tema che, più di ogni altro, attraversa la vita quotidiana di famiglie e imprese: il lavoro. E lo fa con parole insolitamente nette, che suonano come un vero e proprio richiamo alla politica e al mondo produttivo.
Nel messaggio inviato all’assemblea di Confesercenti, il Capo dello Stato chiede che salari e redditi di piccole e medie imprese e lavoratori autonomi siano finalmente adeguati alle “attese definite dalla Costituzione”. Una frase che, letta sullo sfondo di inflazione, salari fermi e precarietà diffusa, assume il tono di un attacco durissimo allo status quo.

Piccole imprese e autonomi al centro del modello Italia

Mattarella parte dal riconoscimento del ruolo delle piccole e medie imprese e dei lavoratori autonomi. Nel suo messaggio, ricorda che questi soggetti, presenti nei settori del turismo, del commercio, dei servizi, dell’artigianato e dell’industria, rappresentano:

un motore essenziale di crescita occupazionale;

un fattore di sviluppo economico diffuso sul territorio;

un presidio fondamentale di coesione sociale.


Le Pmi e gli autonomi, sottolinea il presidente, sono spesso il primo argine allo spopolamento delle aree interne e un punto di riferimento nelle periferie urbane. Attraverso di loro passano competenze, formazione sul campo e opportunità per i giovani che cercano di inserirsi nel mondo del lavoro fuori dai grandi gruppi industriali.

Il “valore lavoro” e la critica implicita alle disuguaglianze

Al centro del messaggio c’è l’elemento lavoro, che per Mattarella svolge “un ruolo prezioso”. Il riferimento non è solo all’occupazione in sé, ma alla qualità del lavoro, alla dignità di chi lo svolge, alla possibilità di costruire su quel reddito un progetto di vita.

In un Paese in cui i salari reali sono tra i più bassi dell’Europa occidentale, in cui una parte crescente dei lavoratori poveri è composta da occupati a tempo pieno, il richiamo del presidente suona come una critica implicita a:

retribuzioni troppo basse, spesso incapaci di coprire il costo della vita;

condizioni di lavoro discontinuo e precario, soprattutto nei servizi, nel turismo e nel commercio;

l’idea che la competitività debba passare quasi esclusivamente attraverso il contenimento del costo del lavoro.


Quando il Capo dello Stato ricorda che il lavoro deve contribuire al “progresso economico” e all’aumento del “benessere delle comunità”, mette in discussione un modello in cui la crescita dei profitti non si traduce automaticamente in miglioramento dei redditi e dei diritti di chi lavora.

L’articolo 36 sullo sfondo: “corrispondano alle attese della Costituzione”

Il passaggio chiave del messaggio è quello in cui Mattarella afferma che è “essenziale che i salari e i redditi che ne derivano corrispondano alle attese definite dalla Costituzione”.

Dietro questa formula, apparentemente neutra, si intravede il riferimento diretto all’articolo 36 della Costituzione, che stabilisce che il lavoratore ha diritto a una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

In sostanza, il presidente ricorda che:

il problema dei bassi salari non è solo economico, ma costituzionale;

un Paese che tollera una larga fascia di lavoratori poveri tradisce lo spirito della Carta;

la dignità del lavoro non può essere compressa dall’inflazione, dalla concorrenza al ribasso o da logiche di mero contenimento dei costi.


È un messaggio che parla tanto al governo, quanto alle parti sociali: la crescita non può poggiare su retribuzioni stagnanti, né sulle difficoltà strutturali dei piccoli imprenditori che non riescono a garantire trattamenti adeguati.

Pmi, sostegni e responsabilità politica

Mattarella definisce le iniziative a sostegno di Pmi e lavoratori autonomi “lungimiranti”, ma avverte: non basta parlare di incentivi, crediti d’imposta o sgravi contributivi. Quei settori vanno sostenuti in modo che possano remunerare il lavoro in maniera giusta, non solo sopravvivere.

Il richiamo implica una doppia responsabilità:

1. Della politica, chiamata a costruire un quadro normativo e fiscale che non scarichi sui lavoratori il peso delle crisi e della concorrenza globale.


2. Degli stessi imprenditori, chiamati a riconoscere che il lavoro non è una variabile meramente “aggiustabile”, ma il cuore del patto sociale.

 

In questo senso il messaggio all’assemblea di Confesercenti non è un semplice saluto formale, ma un monito: il sostegno pubblico ai settori produttivi deve essere legato anche al rispetto di standard salariali coerenti con i principi costituzionali.

Coesione sociale, aree interne, periferie: perché i salari contano

Un altro punto forte del discorso riguarda il ruolo di Pmi e autonomi nel mantenere viva la coesione sociale. Le attività economiche diffuse:

contrastano lo spopolamento delle aree interne;

tengono aperti presidi di socialità nelle periferie urbane;

creano reti di relazioni che costituiscono il tessuto stesso della convivenza civile.


Quando i salari sono troppo bassi o i redditi d’impresa insufficienti a garantire stabilità, tutto questo sistema entra in crisi: i giovani emigrano, le botteghe chiudono, le periferie si impoveriscono, la distanza tra chi ce la fa e chi resta indietro si allarga.

Il richiamo di Mattarella dunque non è solo un tema di “busta paga”, ma tocca il modello di società: senza lavoro dignitosamente retribuito, la coesione si sfalda e aumentano disuguaglianze, rancori, sfiducia nelle istituzioni.

Un messaggio politico in piena regola

Pur mantenendo il tono istituzionale che lo contraddistingue, il Capo dello Stato manda un messaggio che ha evidenti implicazioni politiche.

Nel momento in cui il dibattito pubblico oscilla tra riforme fiscali, tagli alla spesa e misure una tantum, Mattarella ricorda che la bussola resta la Costituzione: nessuna politica economica può dirsi riuscita se non porta a salari e redditi adeguati.

È una presa di posizione che si inserisce nel solco di altri interventi del Quirinale sul lavoro:

la difesa del contratto collettivo nazionale come strumento di tutela;

l’attenzione ai giovani costretti a emigrare;

la denuncia della piaga degli incidenti sul lavoro.


Ora il focus è sui redditi, in particolare di quelle Pmi e di quegli autonomi che spesso reggono l’economia reale ma si trovano schiacciati tra costi crescenti e margini ridotti. Il presidente chiede che nessuno utilizzi questa difficoltà come alibi per comprimere ulteriormente il valore del lavoro.

Leggi anche

Il durissimo attacco di Sergio Mattarella non è fatto di toni urlati, ma di richiami precisi: la qualità della nostra democrazia si misura anche da come retribuiamo il lavoro.

Se salari e redditi non consentono più “un’esistenza libera e dignitosa”, allora non è solo un problema di mercato, ma di fedeltà alla Costituzione. Spetta alla politica, alle imprese e alle parti sociali raccogliere questo monito e tradurlo in scelte concrete.

Perché, ricorda in filigrana il Capo dello Stato, senza lavoro giusto e ben pagato non c’è vera crescita, non c’è coesione sociale e, in fondo, non c’è neppure quell’Europa dei diritti e del benessere a cui l’Italia continua a dichiarare di voler appartenere.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini