ULTIM’ORA – Morte del parlamentare storico – Ecco chi ha lasciato il mondo politico e non solo

Sergio Flamigni è morto a 100 anni. L’annuncio è arrivato dall’Archivio Flamigni, il centro di documentazione da lui fondato e voluto proprio perché il patrimonio di carte, atti e studi accumulato in una vita non andasse disperso.

Partigiano, dirigente del Partito comunista italiano, deputato e senatore tra il 1968 e il 1987, è stato tra i volti più riconoscibili delle commissioni parlamentari che hanno cercato di fare luce sulle pagine più buie della storia repubblicana: il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, la loggia massonica clandestina P2, il terrorismo nero e la mafia.

Muore in un ospedale di Bracciano, dopo aver attraversato da protagonista un secolo: dagli anni della clandestinità antifascista alla Resistenza, dal dopoguerra al Parlamento, fino alla stagione dei “misteri italiani” su cui continuerà a lavorare anche dopo aver lasciato gli scranni istituzionali.

Dall’antifascismo alla Resistenza: le radici di un impegno

Nato a Forlì nel 1925, Flamigni entra giovanissimo nella militanza antifascista: nel 1941 partecipa a un gruppo clandestino di giovani oppositori del regime, poi aderisce al Partito comunista d’Italia.

Con l’8 settembre e l’occupazione tedesca passa alla lotta armata: diventa commissario politico della 29ª brigata GAP “Gastone Sozzi”, formazione partigiana attiva tra Forlì e l’Appennino. L’esperienza della Resistenza segna per sempre il suo modo di intendere la politica: la democrazia non è un fatto acquisito, ma qualcosa da difendere e approfondire, anche scavando nelle zone d’ombra dello Stato.

Nel dopoguerra è sindacalista nella Cgil di Forlì, poi dirigente del PCI emiliano-romagnolo e membro del Comitato centrale del partito. Negli anni Sessanta entra nella direzione nazionale, in piena stagione del centrosinistra e delle grandi riforme sociali.

Vent’anni in Parlamento: Antimafia, Moro, P2

Flamigni viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1968, poi riconfermato per cinque legislature, passando in seguito al Senato fino al 1987.

Nel corso della sua attività parlamentare siede in alcuni degli organismi più delicati:

la Commissione parlamentare Antimafia, che in quegli anni comincia a mappare la presenza delle cosche al Nord e le collusioni con politica ed economia;

la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, istituita dopo l’assassinio del presidente della Dc da parte delle Brigate rosse;

la Commissione sulla loggia P2, chiamata a indagare sul sistema di potere costruito attorno a Licio Gelli e ai suoi contatti nei servizi segreti, nell’esercito, nella magistratura.


In queste sedi Flamigni si distingue per l’attenzione maniacale alle carte, alle discrepanze, alle “zone bianche” dei verbali. Col passare del tempo il suo nome finisce per essere associato soprattutto al caso Moro, di cui diventerà uno degli studiosi più tenaci e controversi.

Il “caso Moro” come ossessione civile

Dopo l’uscita dal Parlamento, Flamigni non smette di lavorare sul sequestro di Aldo Moro. Anzi, è proprio allora che la sua produzione saggistica esplode:

“La tela del ragno. Il delitto Moro” (1988)

“Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2” (1996)

“Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro” (1998)
e molti altri titoli che diventano riferimento obbligato per chiunque voglia studiare quelle vicende.


Per Flamigni, la vicenda Moro non si esaurisce nella responsabilità criminale delle Brigate rosse. Dietro i 55 giorni del sequestro, sostiene, si intrecciano omissioni, depistaggi, reticenze di pezzi dello Stato e dei servizi italiani e stranieri. È una lettura che molti apprezzano come antidoto alle versioni minimaliste degli anni Ottanta e Novanta; altri, soprattutto nel campo storiografico più “ufficiale”, giudicano invece come eccessivamente dietrologica.

Resta il fatto che senza i suoi libri – ricchi di documenti, allegati, cronologie – il dibattito pubblico sul caso Moro sarebbe stato molto più povero. Ancora di recente il Ministero della Cultura ha valorizzato la serie dedicata al caso Moro nel Fondo Flamigni, entrata a far parte dei percorsi ufficiali di Memoria della Repubblica.

L’Archivio Flamigni: un patrimonio per studiosi e cittadini

Nel 2005, consapevole che i fascicoli accumulati in decenni di lavoro rischiavano di perdersi, Flamigni fonda il Centro documentazione Archivio “Flamigni”. L’obiettivo è chiaro: conservare, ordinare e rendere accessibili le fonti su terrorismo, stragi, eversione, mafia, P2, deviazioni dei servizi.

Oggi l’Archivio custodisce:

le carte della sua militanza nel PCI e nella Cgil;

la documentazione raccolta nelle commissioni parlamentari;

migliaia di pagine su Moro, P2, Gladio, strategia della tensione;

atti giudiziari, ritagli di stampa, corrispondenza, appunti personali.


Non è solo un deposito: l’Archivio organizza seminari, collabora con università, partecipa a progetti istituzionali sulla memoria delle stragi. È, in piccolo, un pezzo di “infrastruttura della verità” repubblicana, costruito a partire dall’ostinazione di un singolo.

Le reazioni: “Una vita al servizio della democrazia e della verità”

Nel comunicato con cui annuncia la morte, l’Archivio parla di Flamigni come di una figura che ha dedicato l’intera esistenza alla “democrazia, alla Costituzione, alla memoria storica, alla ricerca di verità, fedele agli ideali di gioventù”. Un ritratto sintetico ma efficace di un percorso che non ha mai reciso il legame con la stagione partigiana.

La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, lo ricorda come uno dei più acuti studiosi del caso Moro e ringrazia a nome del partito per il lavoro svolto nelle commissioni parlamentari e nell’Archivio; la Cgil sottolinea le sue radici sindacali e il contributo dato alla costruzione di una memoria antifascista rigorosa; numerosi storici e giuristi ne evidenziano il ruolo di “cane da guardia” delle istituzioni, spesso scomodo ma necessario.

Anche testate di orientamento diverso – da quotidiani di centrodestra a giornali di sinistra radicale – gli riconoscono lo stesso tratto: la capacità di non accontentarsi mai delle versioni ufficiali. Alcuni, come il manifesto, parlano di lui come del “padre della dietrologia sul caso Moro”, riconoscendogli però di aver costretto il Paese a porsi domande che molti avrebbero preferito evitare.

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Un’eredità controversa ma indispensabile

L’opera di Flamigni non è neutrale, e lui per primo non pretendeva che lo fosse. Le sue ricostruzioni hanno spesso diviso: per alcuni sono state fondamentali per tenere accesi i riflettori su complicità e opacità dentro gli apparati dello Stato; per altri hanno alimentato un clima di sospetto permanente, in cui ogni lacuna diventa prova di un complotto.

Proprio questa ambivalenza, però, racconta la sua funzione nella storia repubblicana:

da un lato, il rigore nel maneggiare le fonti, gli atti processuali, i documenti parlamentari;

dall’altro, la scelta politica di non fermarsi alle versioni di comodo, se necessario scontrandosi con pezzi del suo stesso mondo.


In un’Italia spesso incline all’oblio, Flamigni ha rappresentato una forma di resistenza civile alla rimozione: ricordare che dietro le parole “terrorismo”, “stragi”, “P2” ci sono responsabilità precise, ancora in parte da chiarire.

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