Dopo i servizi di Report, la Procura di Roma apre un’indagine. Intervento della Guardia di Finanza. Nel mirino spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories. I Cinque Stelle: “Colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione”
Un terremoto scuote l’Autorità garante per la protezione dei dati personali. Negli uffici del Garante Privacy si sono svolte perquisizioni e sequestri, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla Procura di Roma in seguito a servizi giornalistici di Report. La notizia innesca una reazione politica immediata: il Movimento 5 Stelle parla di “ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione” e chiede un passo drastico, ritenuto necessario “per semplice igiene istituzionale”: le dimissioni dell’intero Collegio.
L’indagine e l’intervento della Guardia di Finanza
Secondo quanto riferito, l’attività investigativa è scattata con ispezioni e interrogatori negli uffici dell’Autorità, accompagnati da acquisizioni di materiale. Il fatto stesso che si sia arrivati a perquisizioni e sequestri – misura tipicamente legata alla necessità di reperire documentazione e tracce utili alle verifiche – rende la vicenda particolarmente delicata: non solo perché coinvolge un’istituzione di garanzia, ma perché rischia di produrre un contraccolpo diretto sulla percezione di autonomia e affidabilità di chi, per missione, dovrebbe tutelare la riservatezza e i diritti digitali dei cittadini.
Cosa contesta il M5S: “Credibilità colpita e istituzione esposta al ludibrio”
La presa di posizione del M5S è durissima nei toni e netta nella conclusione. Gli esponenti pentastellati in Commissione di Vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato affermano che gli eventi “rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione”, sottolineando che l’inchiesta si inserisce in una sequenza di elementi che “da mesi” metterebbero in discussione “scelte e comportamenti del Collegio”.
Il punto politico, per i Cinque Stelle, è il danno reputazionale: restare in carica “aggrappati alle poltrone” viene definito “un atto di grave irresponsabilità”, perché così – sostengono – si espone l’Autorità “al pubblico ludibrio” e si nega “la minima tutela del suo prestigio”.
I due fronti citati: spese di rappresentanza e mancata sanzione su Meta
Nel comunicato M5S vengono indicati due nuclei specifici attorno a cui ruoterebbe l’inchiesta:
1. Le spese di rappresentanza del Collegio, un capitolo che, in istituzioni indipendenti, è sempre estremamente sensibile perché tocca l’uso di risorse pubbliche e la coerenza tra ruolo di garanzia e gestione interna.
2. La mancata sanzione nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg, i Ray-Ban Stories. È un aspetto che amplifica la portata del caso: qui non si parla solo di procedure interne, ma del cuore stesso della funzione dell’Autorità, cioè la capacità di intervenire con decisioni e sanzioni su soggetti privati potenti, in particolare nel mondo delle big tech.
Il passaggio più sensibile: “Stanzione risulterebbe indagato”
Nel testo citato dal M5S compare anche un elemento che alza ulteriormente la tensione: “Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato”. È una formulazione che politicamente pesa moltissimo, perché sposta la questione dal piano generale dell’istituzione al vertice dell’Autorità.
Va ricordato, sul piano dei principi, che l’apertura di un’indagine non equivale a una condanna e che la responsabilità penale si accerta solo in sede giudiziaria. Ma nella logica istituzionale evocata dal M5S, il tema non è l’esito finale: è l’opportunità di restare alla guida di un organismo che vive di credibilità, terzietà e fiducia pubblica mentre è investito da un’indagine e da perquisizioni.
Perché questa vicenda è diversa da altre: qui è in gioco un’Autorità di garanzia
Il Garante Privacy non è un ufficio qualunque: è un’autorità indipendente che vigila sull’applicazione delle norme in materia di dati personali e può incidere su pubbliche amministrazioni, imprese, piattaforme digitali. In questi anni, in particolare, la tutela dei dati è diventata un tema centrale: identità digitale, profilazione, IA, dispositivi con raccolta di immagini e informazioni biometriche, pubblicità mirata.
Proprio per questo, un’indagine che tocchi presunte criticità interne – dalle spese fino alle decisioni su un colosso come Meta – non viene letta solo come fatto amministrativo o giudiziario: diventa una questione di tenuta istituzionale. Se il garante della privacy finisce al centro di perquisizioni e sequestri, il rischio è che qualunque sua scelta futura venga osservata con sospetto, e che l’Autorità perda autorevolezza proprio mentre dovrebbe fronteggiare i poteri più invasivi del mondo digitale.
La richiesta di dimissioni: “Igiene istituzionale, subito”
La conclusione del comunicato M5S è senza mediazioni: “Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere”.
È una richiesta che mira a separare due piani:
da un lato il percorso giudiziario, che farà il suo corso;
dall’altro la necessità politica-istituzionale, secondo i Cinque Stelle, di evitare che l’Autorità resti “esposta” e indebolita, trascinando con sé la fiducia dei cittadini.
Cosa succede ora: il nodo del prestigio e la prova di trasparenza
Nel breve periodo, la partita si gioca su due fronti: quello investigativo e quello politico. Da una parte l’inchiesta della Procura e le attività della Guardia di Finanza; dall’altra le conseguenze istituzionali, con la pressione che può aumentare perché la vicenda nasce da un racconto giornalistico già noto al pubblico e ora entra in una fase giudiziaria concreta.
Il punto, in definitiva, è che il Garante Privacy dovrebbe essere sinonimo di garanzia e tutela. Per il M5S, perquisizioni e sequestri dentro l’Autorità rappresentano già di per sé un danno così grave da rendere “irresponsabile” restare al proprio posto. Ed è su questo che si consumerà lo scontro: non solo su ciò che verrà accertato, ma su una domanda politica immediata e pesante: *un’istituzione di garanzia può restare credibile mentre è attraversata da un’indagine che colpisce direttamente il suo vertice e le sue scelte?*
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In ogni caso, la vicenda segna uno spartiacque: perché quando a finire sotto la lente non è un ente qualunque ma un’Autorità di garanzia, il danno non si misura solo in eventuali profili di responsabilità, bensì nella fiducia pubblica che quell’istituzione è chiamata a custodire ogni giorno. Ora toccherà alla Procura chiarire fatti e ruoli, distinguere ipotesi e responsabilità, verificare la fondatezza delle contestazioni. Ma sul piano istituzionale e politico la pressione è già massima: trasparenza, chiarimenti immediati e scelte nette diventeranno inevitabili per evitare che l’ombra dell’inchiesta si trasformi in una delegittimazione permanente. Perché, nel tempo in cui i dati personali sono potere, la credibilità del garante è essa stessa parte della tutela dei cittadini.


















