Genova, 14 ottobre 2025 — È arrivata la richiesta di condanna più attesa e più pesante del processo per il crollo del Ponte Morandi, la tragedia che il 14 agosto 2018 costò la vita a 43 persone. Dopo oltre tre anni di udienze e sette anni dal disastro, la Procura di Genova ha chiesto per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, una pena di 18 anni e 6 mesi di reclusione.
Si tratta della massima pena possibile, una richiesta che ha fatto tremare l’aula e segnato uno spartiacque nella requisitoria finale del pm Walter Cotugno, che insieme al collega Marco Airoldi ha ricostruito in modo impietoso la catena di responsabilità.
“Il suo è un caso da manuale: profitto prima della sicurezza”
Cotugno ha spiegato la richiesta con parole durissime:
“Tutti gli indicatori per Castellucci sono negativi. Prima della sentenza ThyssenKrupp sarebbe stato un caso da manuale di dolo eventuale. Dopo quella sentenza, la giurisprudenza è cambiata, ma resta una domanda: se non per Castellucci, a chi bisognerebbe dare il massimo della pena prevista dalla legge?”
Secondo la Procura, l’ex ad di Autostrade avrebbe deliberatamente ignorato i segnali di allarme, anteponendo “il profitto, il prestigio personale e la carriera” alla sicurezza. “Gli piaceva il ruolo del manager rampante che garantiva dividendi enormi. Aspi era la sua gallina dalle uova d’oro”, ha detto Cotugno, ricordando che Castellucci “non si poteva neanche nominare in azienda, come Lord Voldemort: nei messaggi interni mettevano i puntini al posto del suo nome”.
“Dopo Avellino non cambiò nulla”
Il pm ha ripercorso il comportamento del manager anche dopo la strage di Avellino, per la quale Castellucci è già detenuto nel carcere di Opera:
“Dopo i 40 morti di Avellino non cambiò nulla. Continuò a gestire la rete con le stesse modalità, accettando il rischio di ritardare le manutenzioni anche sul viadotto Polcevera. È agghiacciante”.
La Procura ha sottolineato che, nonostante le relazioni tecniche interne e le segnalazioni di Spea sui cavi corrosi e sulle criticità strutturali, non furono adottati interventi adeguati. “Non c’è stato errore, ma una precisa scelta gestionale”, ha aggiunto Airoldi.
Le reazioni in aula: “Frastornati ma soddisfatti”
Durante la pausa dell’udienza, Egle Possetti, portavoce del Comitato dei familiari delle vittime, ha commentato con emozione:
“Siamo frastornati ma soddisfatti. Il pm ha fatto un ragionamento lineare sulle enormi responsabilità e sulla cecità di fronte a problemi noti da anni. Questa richiesta di pena è per noi molto importante.”
Possetti ha poi aggiunto:
“Sappiamo che, vista l’età di Castellucci, ci saranno probabilmente agevolazioni come i domiciliari, ma ciò che conta è che ci sia una condanna chiara. È una questione di giustizia e di memoria.”
Un processo monstre, 57 imputati e tre apparati sotto accusa
A processo ci sono 57 imputati, tra ex dirigenti di Autostrade per l’Italia e della controllata Spea Engineering, oltre a funzionari del ministero delle Infrastrutture.
L’accusa è di disastro colposo plurimo, omicidio colposo plurimo e falso.
Cotugno ha ricordato che si tratta di “uno dei casi più gravi di reato colposo nella storia italiana”:
“Mai avevamo visto così tanti morti e livelli di responsabilità così diffusi. Tre strutture complesse — Aspi, Spea e lo Stato — che avrebbero dovuto vigilare e invece hanno fallito insieme.”
Il ponte, che univa due quartieri di Genova, crollò nel pieno di un temporale, trascinando nel torrente Polcevera 200 metri di carreggiata e decine di veicoli.
La metafora del pm: “Come un sistema chiuso di potere”
Nel corso della requisitoria, Cotugno ha descritto il modello di gestione di Autostrade come “un sistema chiuso, dominato dal culto della redditività”, dove la manutenzione era vista come un costo da contenere.
“Castellucci ha costruito un sistema in cui la sicurezza veniva subordinata alla performance economica. In un’impresa che per missione deve garantire la sicurezza, è un paradosso inaccettabile.”
“La pena giusta non la conosce nessuno, ma serve coraggio”
Nella parte conclusiva, il pm ha voluto ricordare che la determinazione della pena non è mai semplice, ma deve basarsi su un principio di giustizia proporzionale alla gravità dei fatti:
“Qual è la pena giusta? Nessuno lo sa con certezza. Ma la legge è la nostra guida. E quando 43 persone muoiono per negligenza e profitto, non possiamo abbassare lo sguardo.”
Un capitolo di giustizia ancora aperto
Dopo anni di indagini, audizioni tecniche e testimonianze, il processo entra nella sua fase decisiva.
Nei prossimi giorni saranno avanzate le altre richieste di condanna per i coimputati, tra ex dirigenti di Spea e funzionari ministeriali.
Per le famiglie delle vittime, quella di oggi è una tappa simbolica di un percorso di dolore e ricerca di verità:
“Non riavremo indietro i nostri cari — ha detto Possetti — ma la giustizia può almeno restituire dignità alla loro memoria.”
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La richiesta shock di 18 anni e mezzo per Giovanni Castellucci segna uno dei momenti più forti dell’intera vicenda giudiziaria del Ponte Morandi.
Un atto che chiude una requisitoria durata mesi e che, per la Procura, incarna la responsabilità di un sistema dove la sicurezza pubblica è stata sacrificata sull’altare del profitto.
Ora la parola passa al tribunale: la sentenza è attesa nei prossimi mesi, ma il messaggio dei pm è già arrivato forte e chiaro — “dopo Avellino e Genova, nessuno potrà più dire di non sapere.”



















