La decisione del governo di fissare le date del 22 e 23 marzo 2026 per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia accende lo scontro politico e istituzionale. Subito dopo l’annuncio ufficiale, sono esplose le polemiche e si profila una battaglia legale: il comitato promotore della raccolta firme per il No, guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi, ha annunciato iniziative giudiziarie e ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, contestando la scelta dell’esecutivo di anticipare la data senza attendere la scadenza dei termini per l’iniziativa popolare.
La decisione del governo e le date del referendum
Il Consiglio dei ministri ha stabilito che il referendum costituzionale sulla riforma Nordio — che contiene, tra i punti centrali, la separazione delle carriere dei magistrati — si svolgerà il 22 e 23 marzo, in concomitanza con le elezioni suppletive. La data era stata anticipata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno e poi formalizzata dall’esecutivo.
Dal punto di vista strettamente giuridico, la scelta non viola la legge. Tuttavia, secondo i promotori del referendum popolare, rompe una prassi consolidata: dal 2001, a partire dal governo Amato, si è sempre atteso il decorso dei tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta Ufficiale prima di fissare la data del voto.
Il nodo delle firme e la scadenza del 30 gennaio
Il cuore della contestazione riguarda i tempi della raccolta firme. La legge costituzionale è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025: da quella data decorrono i 90 giorni entro cui cittadini, parlamentari o Consigli regionali possono chiedere un referendum confermativo. Il termine ultimo, quindi, è il 30 gennaio 2026.
Dal 22 dicembre è possibile firmare online sul sito del ministero della Giustizia tramite Spid o Carta d’identità elettronica. In appena tre settimane, il comitato promotore ha già superato le 350mila firme, avvicinandosi alla soglia delle 500mila sottoscrizioni necessarie per depositare un secondo quesito referendario.
Secondo il comitato, fissare la data del voto prima della scadenza del termine significa comprimere il diritto dei cittadini a completare l’iniziativa popolare e a organizzare adeguatamente la campagna referendaria.
Il ricorso al Tar e la possibile sospensiva
Per questo motivo, il comitato ha annunciato un ricorso al Tar del Lazio, chiedendo una sospensiva del decreto che indice il referendum. L’obiettivo è ottenere il tempo necessario per completare la raccolta firme e permettere alla Corte di Cassazione di valutare l’eventuale raggiungimento delle 500mila sottoscrizioni su un ulteriore quesito.
Il testo della riforma è stato approvato in seconda votazione dal Senato il 30 ottobre 2025 e dalla Camera il 18 settembre 2025, entrambe con la maggioranza assoluta ma non con i due terzi dei componenti. Per questo, la Costituzione consente il ricorso al referendum confermativo.
La lettera al Quirinale e il ruolo di Mattarella
Il comitato promotore ha annunciato l’invio di una lettera al presidente della Repubblica. Pur non spettando a Mattarella una valutazione di costituzionalità sulla decisione del governo — il suo ruolo è limitato alla firma del decreto che indice la consultazione — l’iniziativa ha un forte valore politico e istituzionale.
“Informeremo il presidente della Repubblica e i comitati promotori parlamentari delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede”, ha dichiarato il portavoce del comitato, Carlo Guglielmi. Al momento non risultano appuntamenti fissati al Quirinale, ma la pressione istituzionale resta alta.
La posizione della maggioranza: “I tempi erano obbligati”
La maggioranza di governo rivendica la correttezza della procedura. Il referendum, infatti, è stato già richiesto da parlamentari ed è stato ammesso dall’Ufficio centrale della Corte di Cassazione con ordinanza del 18 novembre 2025. In base alla legge, entro 60 giorni da quella ordinanza, il presidente della Repubblica deve indire il referendum su proposta del Consiglio dei ministri.
Seguendo questo ragionamento, il termine ultimo per fissare la data sarebbe stato il 17 gennaio 2026, rendendo necessaria una decisione immediata. Da qui la scelta del 22 e 23 marzo, che il governo considera pienamente legittima.
Le parole di Guglielmi e lo scontro politico
Lo scontro si è ulteriormente inasprito dopo le dichiarazioni del ministro Tommaso Foti, che ha ironizzato sulla possibilità di ricorsi. Un’uscita che Guglielmi ha duramente criticato, accusando il governo di “ignorare la Costituzione” e di mancare di “cultura istituzionale”, arrivando — secondo il comitato — a deridere le centinaia di migliaia di cittadini che hanno già firmato.
Il sostegno del Comitato “Società civile per il No”
A sostenere apertamente l’iniziativa del comitato firme è intervenuto anche il Comitato “Società civile per il No”, presieduto da Giovanni Bachelet. Ne fanno parte numerose associazioni e organizzazioni — tra cui Cgil, Acli, Anpi, Arci, Libera, Auser, Pax Christi, Articolo 21, Lega delle Autonomie Locali, Libertà e Giustizia, oltre a realtà studentesche — ed è sostenuto da figure come Rosy Bindi, Christian Ferrari, Gianfranco Pagliarulo, Silvia Albano, Gaetano Azzariti e Benedetta Tobagi.
In una nota, il Comitato definisce “molto grave” la scelta del governo, accusandolo di voler strozzare i tempi della campagna elettorale e comprimere il contraddittorio pubblico, come già avvenuto — secondo la critica — durante l’iter parlamentare della riforma.
Le critiche dei costituzionalisti e dell’Anm
Secondo Giovanni Bachelet, l’accelerazione sulla data rappresenta “un maldestro tentativo di limitare il dibattito” e riflette il timore del governo per la crescita delle ragioni del No nel Paese. Una lettura condivisa anche da Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No promosso dall’Associazione nazionale magistrati, secondo il quale l’effetto concreto della riforma sarebbe quello di una maggiore soggezione della magistratura alla politica.
Il quesito referendario e l’assenza di quorum
Il quesito su cui gli elettori saranno chiamati a esprimersi recita:
“Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”
Gli elettori dovranno votare Sì per confermare la riforma, No per respingerla. Trattandosi di un referendum confermativo costituzionale, non è previsto alcun quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dall’affluenza.
Uno scontro destinato a proseguire
Con ricorsi annunciati, lettere al Quirinale e una campagna di raccolta firme ancora in corso, il referendum sulla giustizia si avvia a diventare non solo un passaggio cruciale sul merito della riforma, ma anche un terreno di scontro sulle regole democratiche, sui tempi della partecipazione e sul rapporto tra governo e cittadini. Le prossime settimane, e in particolare la scadenza del 30 gennaio, saranno decisive per capire se la data del voto resterà invariata o se la partita si sposterà nelle aule dei tribunali.
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Al di là del merito della riforma, la vicenda mette in luce una frattura profonda sul modo in cui vengono gestiti i tempi e le garanzie della partecipazione democratica. La scelta di anticipare il voto, pur formalmente legittima, rischia di trasformare il referendum in un passaggio segnato più dalle controversie procedurali che dal confronto sul contenuto della riforma della giustizia. In questo quadro, lo scontro tra governo e promotori del No assume un valore che va oltre la singola consultazione: riguarda il rispetto delle prassi costituzionali, l’equilibrio tra poteri e il diritto dei cittadini a incidere pienamente sulle scelte fondamentali dell’ordinamento. È su questo terreno, prima ancora che nelle urne, che si giocherà una partita decisiva per la credibilità delle istituzioni e per la qualità del dibattito pubblico nel Paese.


















