Ultim’ora – Riarmo Pil 5%? Sanchez (spagna) ferma Rutte (Nato)? La grande lezione a Meloni

Nel giorno in cui i Paesi della NATO siglano uno degli impegni più radicali della storia dell’Alleanza – portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035 – arriva una presa di posizione inaspettata e clamorosa: la Spagna non aderirà al piano. A comunicarlo è stato lo stesso premier Pedro Sanchez in una dichiarazione ufficiale dal Palazzo della Moncloa, trasmessa anche in video e già diventata virale sui social.

“Nessuna logica in questa scelta. Noi investiremo il 2,1%”

“Per il governo spagnolo non ha senso spendere il 5% del PIL per la difesa”, ha affermato Sanchez, chiarendo che le stime tecniche delle forze armate spagnole indicano come pienamente sufficiente un investimento del 2,1% per adempiere agli obblighi strategici dell’Alleanza. “I nostri tecnici sono stati chiari, concisi e molto professionali: quella percentuale garantisce la copertura completa delle capacità operative, del personale, delle attrezzature e delle infrastrutture”.

L’annuncio segna un punto di rottura con la linea prevalente tra gli Alleati, emersa nel vertice di L’Aia, e rilancia con forza il dibattito interno all’Unione Europea sull’opportunità – e la sostenibilità – di una simile escalation nella spesa militare.

“Serve disarmo, non riarmo. In guerra nessuno vince”

Il passaggio più forte del discorso arriva nella seconda parte, dove Sanchez si smarca completamente dalla retorica bellicista: “Dobbiamo puntare al disarmo, alla diplomazia, alla prosperità e alla pace. Perché la verità, troppo spesso taciuta, è che in guerra non ci sono vincitori. Solo perdite, solo distruzioni”.

Un messaggio controcorrente, in un contesto internazionale dominato dalle tensioni con la Russia, dal proseguimento del conflitto in Ucraina, e dalla crescente militarizzazione di bilanci e politiche industriali nei Paesi occidentali.

L’Italia dice sì, ma cresce la fronda: “Meloni doveva fare come Sanchez”

Il gesto del leader spagnolo è destinato a pesare anche sul dibattito politico italiano. Se Giorgia Meloni ha sottoscritto convintamente l’accordo sul 5%, definendolo “una prova di coerenza e di leadership”, le opposizioni insorgono. In particolare, la segretaria del PD Elly Schlein ha subito commentato: “Meloni doveva fare come Sanchez, ma non sa dire no a Trump”. Il riferimento è al ruolo di pressione esercitato dagli Stati Uniti per spingere i membri europei a rafforzare il contributo militare all’Alleanza.

Anche il Movimento 5 Stelle, per voce della delegazione al Parlamento europeo, ha definito l’accordo “una ghigliottina sul futuro dell’Italia”. E proprio oggi, il presidente Giuseppe Conte ha rilanciato la critica parlando di “un suicidio politico, economico e sociale”.

L’isolamento della Spagna o l’inizio di una frattura?

Al momento, la Spagna è l’unico Paese a dichiararsi apertamente contrario al nuovo obiettivo NATO. Ma secondo fonti diplomatiche europee, anche altri Stati – come il Belgio, il Portogallo e la Grecia – nutrirebbero forti riserve, pur non avendo (ancora) rotto la disciplina dell’Alleanza.

L’intervento di Sanchez potrebbe dunque rappresentare l’inizio di una frattura più ampia. “La NATO è un’alleanza politica prima ancora che militare – avrebbe detto un alto funzionario di Bruxelles – e la Spagna ha ricordato a tutti che la sicurezza si costruisce anche con la cooperazione, non solo con i carri armati”.

Il conto per l’Italia: 100 miliardi l’anno

Intanto, i numeri cominciano a farsi sentire. Per l’Italia, il raggiungimento del 5% del PIL in spese militari significherebbe destinare oltre 100 miliardi di euro all’anno alla difesa, triplicando gli attuali stanziamenti. Una cifra che inevitabilmente andrà sottratta ad altri comparti: sanità, scuola, trasporti, innovazione. Proprio quelli che, secondo l’ISTAT, richiederebbero “investimenti straordinari” per rimanere al passo con la media europea.

Sanchez rompe il silenzio europeo: “Sì alla NATO, ma con giudizio”

In conclusione, la posizione della Spagna non mette in discussione la permanenza nell’Alleanza Atlantica, né la solidarietà con gli altri Paesi membri. Ma stabilisce un principio di autonomia politica e responsabilità democratica. “Restiamo nella NATO, restiamo solidali – ha detto Sanchez – ma con giudizio, con razionalità, e con lo sguardo rivolto al futuro delle nostre comunità. Non a un eterno presente fatto di minacce e armi”.

Un discorso che, mentre la corsa al riarmo accelera, rischia di diventare una voce scomoda. Ma che, per molti in Europa, rappresenta una necessaria boccata d’aria.

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Con parole semplici ma potenti, Pedro Sánchez ha fatto ciò che in molti, in Europa, finora hanno solo sussurrato: ha detto no alla logica del riarmo senza limiti, al conformismo strategico e alla spesa militare come unica risposta alle insicurezze globali. Lo ha fatto da alleato leale della NATO, ma anche da leader consapevole delle priorità sociali del proprio Paese.

Mentre l’Italia si prepara a triplicare le spese per la difesa, rinunciando a investimenti fondamentali per il benessere collettivo, la Spagna ha tracciato una linea politica netta: pace, cooperazione, responsabilità democratica. Non un ritiro, ma una scelta di campo diversa, che antepone la sostenibilità alla propaganda, il futuro dei cittadini al consenso immediato.

Il discorso di Sánchez potrebbe restare isolato. Oppure segnare l’inizio di una nuova consapevolezza europea. In ogni caso, ha riportato una parola dimenticata al centro della scena politica: disarmo. E ha ricordato a tutti che, in tempo di pace, la forza più grande resta quella del buon senso.

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