ULTIM”ORA – “Rottura shock” tra M5S e PD: ecco cosa fa fare Conte ai suoi senatori. Ecco che accade

Lo strappo arriva in Senato, nel luogo dove spesso le fratture politiche diventano numeri, verbali e atti ufficiali: la Commissione Esteri-Difesa approva una risoluzione bipartisan sull’Iran che esprime “preoccupazione” per la crisi in corso e condanna la repressione delle autorità. Ma, a differenza di tutti gli altri gruppi, il Movimento 5 Stelle sceglie l’astensione. E da lì si consuma quella che, nel racconto politico della giornata, viene definita una “rottura shock” con il Pd sulla linea da tenere.

Il punto non è solo parlamentare: la scelta del M5S viene motivata con parole nette, che intrecciano la condanna del regime iraniano, il sostegno ai manifestanti e – soprattutto – una barriera politica esplicita contro qualsiasi scenario di intervento militare. Un passaggio che, nella lettura dei 5 Stelle, avrebbe dovuto essere scritto nero su bianco nella risoluzione unitaria. Non accade. E l’astensione diventa la conseguenza dichiarata.

La risoluzione in Commissione e l’astensione isolata dei 5 Stelle

Secondo quanto riportato dalle agenzie, la Commissione Esteri-Difesa del Senato dà il via libera a un testo condiviso e trasversale che condanna la repressione in Iran. In quel voto, però, il M5S rimane l’unico gruppo a non aderire pienamente: non vota contro, ma si astiene.

È una scelta che pesa perché interrompe l’immagine di compattezza parlamentare su un tema di politica estera e diritti umani che, nella narrazione delle forze politiche, tende a essere presentato come “unitario”. E, proprio per questo, amplifica il significato politico della decisione: l’astensione non è un dettaglio tecnico, ma un gesto che separa i 5 Stelle dal resto dell’emiciclo e, in particolare, dal fronte progressista con cui il dialogo viene spesso evocato.

La motivazione del M5S: “Sostegno alle proteste, ma non a una guerra”

La linea viene spiegata in una dichiarazione attribuita ai senatori M5S della Commissione Esteri e Difesa: il Movimento afferma di non voler vedere l’Italia coinvolta nel sostegno a “un’altra azione illegale” e in “un’altra guerra per il petrolio”, evocando direttamente il rischio di un intervento militare unilaterale. I 5 Stelle sostengono di aver chiesto l’inserimento nella risoluzione unitaria di un impegno per scongiurare proprio quello scenario, ma il loro auspicio – dicono – è stato rigettato e per questo hanno scelto l’astensione.

Nella stessa nota, il Movimento chiarisce anche un altro elemento: condanna il regime teocratico iraniano e la repressione, dichiara di sostenere “ogni forma di sostegno concreto e non violento” ai manifestanti e auspica una svolta democratica in Iran frutto dell’autodeterminazione del popolo iraniano. Ma ribadisce la contrarietà a qualsiasi ipotesi di intervento armato esterno, descrivendolo come un fattore potenzialmente detonante: rischio di guerra civile, carneficina e destabilizzazione dell’intero Medio Oriente.

L’attacco politico di Ricciardi: “Nessuna lezione da amici di Netanyahu”

Nel giro di poche ore, alla motivazione “procedurale” e politica dell’astensione si aggiunge la risposta più dura sul piano dello scontro tra schieramenti. Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera, interviene sui social con toni che alzano ulteriormente la temperatura della rottura: ribadisce che il Movimento è “al fianco del popolo iraniano” e dei giovani in piazza, ma senza avallare “folli interventi militari”. E respinge le accuse di vicinanza a regimi o dittatori, sostenendo che chi le muove lo farebbe per coprire “complicità” con il “genocidio del popolo palestinese”, aggiungendo: “Non accettiamo lezioni da chi ha stretto le mani pregne di sangue di Netanyahu” e da chi avrebbe “amicizie ben più che discutibili”.

Questo passaggio è politicamente rilevante perché sposta la questione dal merito del testo alla cornice di legittimazione morale: non è più soltanto “intervento sì / intervento no”, ma diventa anche un regolamento di conti su chi abbia titolo per parlare di diritti umani e politica estera nel contesto mediorientale.

Il cuore della frattura: scrivere o no il “no” all’intervento militare nel testo

La linea del M5S, per come viene rappresentata dalle dichiarazioni, è piuttosto definita: sostegno alle proteste e condanna della repressione, ma necessità di esplicitare in modo vincolante e inequivoco il rifiuto di un intervento militare unilaterale.

Il fatto che questo elemento non sia stato accolto è, nella ricostruzione dei 5 Stelle, il punto che rende la risoluzione “non votabile” fino in fondo. Per questo l’astensione assume un significato diverso da quello tradizionale: viene presentata come una scelta di “segnalazione” politica, non come una posizione di neutralità sul regime iraniano.

L’effetto immediato: isolamento in Commissione e tensione con il Pd

Sul piano parlamentare, l’effetto è semplice e brutale: tutti gli altri votano, il M5S no. E nel racconto pubblico questo produce la parola che circola nelle ore successive: “rottura”.

Per il Pd, lo strappo ha un impatto perché cade su un tema – l’Iran e la repressione – su cui l’adesione a una posizione comune è spesso usata come prova di affidabilità internazionale e di chiarezza sui diritti. Per il M5S, invece, la scelta viene rivendicata come l’unico modo per non lasciar passare un testo che – nella loro lettura – non mette al riparo l’Italia da un coinvolgimento in scenari militari.

La linea “doppia” che il M5S rivendica: solidarietà ai manifestanti, ma rifiuto del “regime change” armato

Nella dichiarazione dei senatori, i 5 Stelle richiamano anche l’esperienza storica di altri “regime change” armati e la loro efficacia (o inefficacia) nel rimuovere regimi, sostenendo che un intervento esterno potrebbe peggiorare ulteriormente il quadro e trascinare la regione in una spirale.

Questa impostazione, nella narrazione M5S, serve a blindare una posizione che non vuole essere letta come ambigua: “stiamo con chi protesta”, ma non si accetta che la solidarietà diventi una porta aperta a opzioni militari.

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La giornata si chiude con un dato chiaro: la risoluzione passa e il M5S resta fuori dal voto favorevole, motivando l’astensione con la mancata introduzione di un impegno contro un intervento militare unilaterale.
Parallelamente, la dichiarazione di Ricciardi alza il livello dello scontro politico, collegando la polemica sull’Iran a quella – ancora più incendiaria – su Israele, Netanyahu e la guerra in Medio Oriente.

Se la frattura è “shock” è perché non riguarda un dettaglio tecnico, ma un confine politico: come si tiene insieme la condanna della repressione e il rischio di una deriva bellica, e chi ha il diritto di rivendicare coerenza su questi temi. In Commissione, intanto, il segnale è già scritto negli atti: la linea “unitaria” passa, ma senza i 5 Stelle.

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