ULTIM’ORA – Salvini beccato sul Ponte sullo stretto! Arriva la scoperta denuncia shock – Video

Lo stop dagli Stati Uniti

Il sogno del Ponte sullo Stretto di Messina, tornato ciclicamente al centro dell’agenda politica italiana, subisce un nuovo e clamoroso stop. Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti avrebbero frenato l’ipotesi di finanziare il progetto con fondi NATO, inserita nei documenti negoziali di giugno. Washington è stata categorica: “No a spese militari per infrastrutture discutibili”. Una presa di posizione netta che mette in crisi i piani del governo e in particolare quelli del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, il principale sponsor politico dell’opera.

Un progetto da 13,5 miliardi sempre più fragile

Il piano, che avrebbe dovuto poggiare su un investimento stimato di 13,5 miliardi di euro, rischia ora di vacillare definitivamente. La strategia di agganciare il Ponte ai fondi per la difesa NATO — giustificandolo come infrastruttura strategica — è stata smentita con fermezza. Gli USA hanno fatto intendere che le risorse destinate alla sicurezza e al riarmo non possono essere dirottate verso un’opera civile controversa, per di più soggetta da decenni a polemiche, inchieste e critiche di natura ambientale ed economica.

Il tentativo di Roma

Come finanziare un’opera da 13,5 miliardi di euro senza gravare interamente sul bilancio nazionale e, allo stesso tempo, rispettare i durissimi impegni di spesa militare presi con la NATO? La risposta trovata dal governo – e fortemente spinta da Matteo Salvini – era tanto semplice quanto rischiosa: dichiarare il Ponte sullo Stretto un’infrastruttura strategica per la difesa, quindi una spesa “dual use” da far rientrare nei conti della NATO.

Un’idea che, come ha ricordato l’avvocato e divulgatore Angelo Greco, somigliava più a una “furbata contabile” che a una strategia diplomatica.

La doccia fredda dagli USA

L’escamotage, però, non ha convinto né a Bruxelles né, soprattutto, a Washington. L’ambasciatore americano presso la NATO, Matthew Whitaker, è stato netto: “Basta con la contabilità creativa: le spese militari servono per la difesa, non per opere civili discutibili”.

Il messaggio è stato un avvertimento in piena regola, accompagnato da un chiaro richiamo: l’Alleanza dispone di strumenti di sorveglianza per monitorare gli impegni di spesa dei membri e terrà sotto stretta osservazione i conti italiani.

La rapida retromarcia

Di fronte al rischio di un incidente diplomatico e di un’ulteriore perdita di credibilità, a Roma si è corsi subito ai ripari. Nel giro di poche ore, il governo ha fatto marcia indietro: il Ponte non rientrerà più tra le spese NATO. Torna a essere, come ha sottolineato Greco, “un’opera civile costosissima, senza scorciatoie militari per finanziarla”.

Un passo indietro che segna una figuraccia internazionale, perché solo un mese fa un documento ufficiale lo descriveva come “strategico per la difesa europea e della NATO”.

La polemica politica

Per l’opposizione si tratta dell’ennesima prova dell’irrealizzabilità del progetto e della mancanza di serietà da parte di Salvini. “Un’altra promessa che si infrange contro la realtà”, accusano le opposizioni, puntando il dito contro un’opera che già vacilla sul piano economico, tecnico e ambientale.

Il ministro delle Infrastrutture, invece, continua a difendere la scelta, insistendo sull’importanza strategica del Ponte per collegare la Sicilia al continente. Ma la retromarcia imposta dagli alleati mette ora Salvini in seria difficoltà: non solo il finanziamento resta incerto, ma anche la credibilità internazionale del governo Meloni ne esce compromessa.

La figuraccia internazionale

Il risultato è stato un clamoroso passo indietro. Nel giro di poche ore, il governo ha dovuto correggere la rotta: il Ponte non rientrerà più tra le spese NATO. Torna quindi a essere un’opera civile costosissima, senza scorciatoie militari per finanziarla.

Una retromarcia che pesa doppio, perché appena un mese fa un documento ufficiale lo aveva definito “strategico per la difesa europea e della NATO”. Lo stesso documento oggi appare carta straccia e segna, come ha commentato Greco, “una figuraccia internazionale che riduce la nostra credibilità agli occhi degli alleati”.

Salvini sotto pressione

Per Matteo Salvini si tratta di un duro colpo. Il Ponte sullo Stretto è diventato il simbolo della sua azione politica, il vessillo da sventolare davanti al suo elettorato come promessa di modernizzazione e grandezza nazionale. Ma i continui stop – prima tecnici, poi ambientali, ora addirittura internazionali – rischiano di trasformare questa bandiera in un boomerang politico.

Le opposizioni parlano apertamente di una “ossessione personale” che rischia di bruciare miliardi di risorse pubbliche. Persino all’interno della maggioranza iniziano a emergere malumori: l’idea che Roma sia stata messa in imbarazzo a livello internazionale non piace, soprattutto a chi teme ripercussioni nei rapporti con Washington e Bruxelles.

Una storia di promesse mancate

Il Ponte sullo Stretto non è un’idea nuova. Se ne parla da oltre cinquant’anni. Già negli anni ’70 furono commissionati i primi studi di fattibilità, poi accantonati per i costi eccessivi. Negli anni ’90 il progetto tornò alla ribalta con il governo Berlusconi, che lo indicò come opera simbolo delle grandi infrastrutture italiane.

Nel 2001 Berlusconi ne fece un cavallo di battaglia elettorale, arrivando persino a promettere la posa della prima pietra. Ma dopo anni di annunci e rinvii, nel 2006 il governo Prodi ne decretò lo stop. Il progetto riaffiorò nel 2008, di nuovo sotto Berlusconi, ma anche in quel caso rimase incompiuto, fino a essere definitivamente accantonato da Mario Monti nel 2012, per ragioni di bilancio.

Negli anni successivi, tra governi tecnici e maggioranze fragili, il Ponte è rimasto più che altro uno slogan politico, capace di infiammare il dibattito ma mai di arrivare a un cantiere. Oggi Salvini tenta di rilanciarlo come simbolo della sua leadership, ma i fatti dimostrano che l’opera resta prigioniera degli stessi ostacoli di sempre: costi, sicurezza, impatto ambientale e ora anche credibilità internazionale.

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Al di là delle schermaglie politiche, resta aperta la questione fondamentale: come finanziare un’opera da 13,5 miliardi senza scivolare in contorsioni contabili o “furbate” destinate a essere smascherate?

Come ha osservato Angelo Greco, il problema non è solo contabile: “La furbata è durata poco ed è finita con una figuraccia internazionale. Resta la domanda: è stato un tentativo legittimo di difendere l’interesse nazionale o solo un goffo escamotage che ci ha fatto perdere credibilità?”.

Un interrogativo che lascia in sospeso il futuro di un progetto che da decenni viene presentato come volano di sviluppo, ma che puntualmente si arena tra veti, contraddizioni e colpi di scena.

 

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