Bruxelles torna a incendiarsi – letteralmente – nel giorno del Consiglio europeo. Le immagini che arrivano dal quartiere delle istituzioni mostrano copertoni in fiamme, lanci di oggetti, vetri danneggiati e interventi della polizia: è il volto più duro della protesta degli agricoltori, tornati nella capitale belga con circa mille trattori e ottomila manifestanti (numeri indicati dalla polizia di Bruxelles Capitale) per contestare due dossier che, a loro giudizio, mettono a rischio la sopravvivenza di aziende e filiere: i tagli prospettati alla Politica agricola comune (PAC) nel bilancio 2028-2034 e l’accordo commerciale UE–Mercosur.
La giornata, iniziata come una mobilitazione annunciata e organizzata, è degenerata a tratti in una situazione di forte tensione soprattutto a Place du Luxembourg, davanti al Parlamento europeo, dove si sono registrati scontri e disagi estesi anche alla viabilità e al trasporto pubblico.
La miccia: PAC “ridotta” e Mercosur “così com’è” non passa
La protesta ruota attorno a tre richieste politiche, ripetute dai rappresentanti del settore: una PAC “forte, comune e ben finanziata” dopo il 2027, un commercio “equo e trasparente” e una semplificazione reale con certezza del diritto. In concreto, nel mirino finiscono:
la proposta della Commissione per il Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034, che accorperebbe programmi oggi distinti (tra cui PAC e Coesione) in un unico fondo e ridurrebbe le risorse destinate all’agricoltura;
l’intesa UE–Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) vista da molte organizzazioni agricole come un’apertura massiccia all’import agroalimentare sudamericano, con effetti potenzialmente depressivi sui prezzi e sui margini degli agricoltori europei.
I numeri della piazza: “promessa mantenuta”
Non si è trattato di una manifestazione simbolica. Dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, passando per Belgio e altri Paesi, gli agricoltori hanno portato a Bruxelles trattori e delegazioni: la cornice è quella di un settore che vuole farsi vedere e sentire proprio mentre i leader europei discutono di bilancio e dossier strategici.
Il messaggio è chiaro: le decisioni prese oggi sulla prossima programmazione e sul commercio internazionale, sostengono i manifestanti, si traducono domani in chiusure, compressione dei redditi e indebolimento della produzione europea.
Coldiretti alza la voce: “reciprocità o concorrenza sleale”
Nel racconto della mobilitazione pesa la presenza della delegazione italiana, con Coldiretti in prima linea. Il presidente nazionale Ettore Prandini mette l’accento su un punto: l’agroalimentare è una voce chiave dell’export europeo, ma rischia di essere indebolito da un accordo che “favorirebbe altre filiere” e finirebbe per “svendere” agricoltura e food europeo.
Il principio rivendicato è quello della reciprocità: le stesse regole imposte agli agricoltori europei – su fitofarmaci, standard ambientali, tracciabilità, benessere animale, controlli – dovrebbero valere anche per chi esporta in Europa. Diversamente, la competizione diventa (secondo loro) sleale.
“Taglio da 90 miliardi”: la cifra che incendia la protesta
La contestazione non è solo ideologica: si attacca una cifra precisa. Secondo quanto denunciato in piazza, nella prossima programmazione ci sarebbe un taglio complessivo di 90 miliardi destinati al comparto agricolo.
Prandini aggiunge un altro dato politico: l’impatto, per l’Italia, sarebbe di circa 9 miliardi in meno, giudicati “inaccettabili” in una fase in cui – sostengono – altri Paesi nel mondo stanno investendo per produrre più cibo e fare innovazione.
E qui arrivano anche i numeri di sistema che Coldiretti usa come argomento: la filiera agroalimentare italiana viene descritta come un patrimonio da 707 miliardi, con 4 milioni di occupati e un record export 2025 da 73 miliardi.
L’affondo di Gesmundo: “90 miliardi ai contadini o ai carri armati?”
Tra gli interventi più politici spicca quello del segretario generale Vincenzo Gesmundo, che pone la questione in modo brutale: “Possiamo essere felici di un’Europa che toglie 90 miliardi ai contadini per darli alla Germania per costruire i nuovi carri armati e finanziare la riconversione industriale?”. Una frase che salda due piani: la protesta agricola e la critica a una UE percepita come più orientata su difesa e industria bellica che su agricoltura e sicurezza alimentare.
È un passaggio che spiega anche perché, nelle piazze, le rivendicazioni economiche si mescolano a quelle politiche: non si contesta solo un accordo commerciale o un capitolo di bilancio, ma una gerarchia di priorità.
Tabacco in piazza: “discriminati nella PAC e penalizzati sul fisco”
Tra i manifestanti compaiono anche produttori del tabacco, che denunciano un approccio “penalizzante” su due fronti: da un lato la discriminazione del tabacco nella PAC, dall’altro il rischio di una revisione della direttiva accise che “penalizza eccessivamente” il settore del tabacco greggio. È un tassello che allarga la protesta: non solo cerealicoltura e allevamento, ma filiere specifiche che temono di finire schiacciate tra regole UE e concorrenza esterna.
Bruxelles divisa sul Mercosur: Merz “sì”, Macron “no”. E Meloni diventa “ago della bilancia”
Mentre fuori si protesta, dentro i palazzi il tema Mercosur spacca ancora l’Europa. Le posizioni citate sono nette: per il cancelliere tedesco Friedrich Merz “la decisione può essere una sola: che l’Europa dia il suo consenso”, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ritiene che l’accordo “non possa essere firmato”.
In questo braccio di ferro entra l’Italia. Secondo quanto riportato, il presidente brasiliano Lula racconta di aver parlato con Giorgia Meloni, descrivendo un’Italia non contraria in linea di principio ma politicamente sotto pressione per le proteste degli agricoltori. Da Roma arriva una conferma politica tramite nota: il governo sarebbe “pronto a sottoscrivere l’intesa” non appena arriveranno “risposte necessarie agli agricoltori”, legate alle decisioni della Commissione europea e definibili “in tempi brevi”.
Il punto è che, con Parigi contraria e Berlino favorevole, la posizione italiana pesa: può rallentare, condizionare o sbloccare la traiettoria politica dell’accordo.
La giornata “shock”: lanci, fuochi, danni e cariche
La parte più impressionante – quella che rende “shock” le immagini – è la cronaca degli scontri. A Place du Luxembourg i manifestanti hanno lanciato patate, barbabietole, uova, ma anche pietre, bottiglie e petardi. Sono stati appiccati fuochi, con copertoni incendiati e alcuni alberi danneggiati. Vengono segnalati danni alle vetrate di un edificio che si affaccia sulla piazza (Station Europe).
La risposta delle forze dell’ordine è stata progressiva: idranti, poi fumogeni, con l’obiettivo di contenere e disperdere i gruppi più aggressivi. Nel caos, secondo i resoconti circolati, sarebbero stati colpiti anche alcuni giornalisti presenti sul posto.
Trasporti nel caos: bus e tram interrotti nel quartiere europeo
Gli effetti si sono allargati oltre la piazza. La compagnia dei trasporti di Bruxelles (Stib) ha comunicato interruzioni della circolazione di bus e tram nel quartiere europeo, nel centro città e anche in zone più periferiche come Woluwe Saint Pierre. Una conseguenza tipica di mobilitazioni con mezzi agricoli: la pressione su viabilità e servizi diventa parte della protesta, perché rende visibile l’impatto anche a chi non partecipa.
Perché la protesta torna ciclica: margini, regole, importazioni e “paura di essere sacrificati”
Dietro i trattori e i falò c’è una frattura che si ripresenta: molti agricoltori europei ritengono di subire una doppia stretta.
1. Regole interne sempre più vincolanti (ambientali, sanitarie, burocratiche) che aumentano costi e tempi.
2. Aperture commerciali che consentirebbero l’ingresso di prodotti esteri a prezzi inferiori, senza standard identici, comprimendo i margini.
Quando queste due dinamiche si sommano a un possibile ridimensionamento della PAC, l’esito – nella narrazione dei manifestanti – è uno solo: la filiera europea viene usata come moneta di scambio per altri interessi industriali e geopolitici.
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Bruxelles ha vissuto una giornata che somiglia a un messaggio in fiamme: il settore agricolo chiede soldi, regole chiare e reciprocità, e lo fa nel modo più rumoroso possibile, proprio mentre i leader discutono di bilancio e accordi internazionali.
Le immagini dei copertoni incendiati davanti al Parlamento europeo non sono solo cronaca: sono la rappresentazione di un conflitto aperto tra istituzioni e mondo agricolo sul futuro dell’Europa produttiva. E finché PAC e Mercosur resteranno dossier senza una risposta percepita come “equa” dagli agricoltori, il rischio è che quella piazza – con o senza trattori – torni a riempirsi.



















