ULTIM’ORA SHOCK – Arriva la condanna per il famoso politico italiano – Ecco chi è cosa sconta

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione per Irene Pivetti, ex presidente della Camera dei deputati. L’esponente politica è stata riconosciuta colpevole di evasione fiscale e autoriciclaggio in relazione a una serie di operazioni commerciali risalenti al 2016, per un valore complessivo stimato di circa 10 milioni di euro.

Si tratta di un passaggio cruciale in un procedimento che, fin dall’inizio, ha acceso i riflettori sui rapporti tra finanza creativa, società di intermediazione e personaggi pubblici.

Il cuore dell’accusa: le operazioni sulle Ferrari Granturismo

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – in particolare dal pm Giovanni Tarzia e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza – al centro del processo ci sarebbero alcune compravendite di tre Ferrari Granturismo, effettuate nel 2016.

Queste operazioni:

avrebbero avuto un valore complessivo di circa 10 milioni di euro;

sarebbero state strutturate attraverso una catena di società e passaggi di proprietà;

secondo l’accusa, non rispondevano a reali esigenze commerciali, ma sarebbero state funzionali a mascherare e reimmettere nel circuito legale proventi frutto di illeciti fiscali.


In sostanza, l’ipotesi accusatoria è che le compravendite delle auto di lusso siano servite come strumento di autoriciclaggio: denaro sottratto al fisco tramite artifici contabili sarebbe stato “ripulito” attraverso queste transazioni, facendo apparire come legittimi ricavi ciò che in origine derivava da evasioni.

Evasione fiscale e autoriciclaggio: i reati contestati

La condanna confermata in Appello riguarda due capi d’imputazione principali:

1. Evasione fiscale

Secondo l’accusa, attraverso un sistema di fatturazioni e operazioni societarie, sarebbero stati occultati redditi e falsati i conti, consentendo di pagare meno imposte di quanto dovuto allo Stato.

Le operazioni sulle Ferrari, in questa prospettiva, sarebbero state parte di un disegno volto a gonfiare o spostare valori per ridurre la base imponibile.

2. Autoriciclaggio

Si tratta del reato che scatta quando chi ha commesso un illecito – in questo caso di natura fiscale – impiega, sostituisce o trasferisce il denaro proveniente da quel reato in attività economiche o finanziarie, con l’obiettivo di ostacolarne l’identificazione.

Per la Procura, proprio le compravendite delle vetture di lusso avrebbero svolto questo ruolo: un passaggio successivo che, sfruttando il mondo dell’auto di pregio, avrebbe reso più difficile tracciare la reale origine dei fondi.


La Corte d’Appello, confermando la sentenza di primo grado, ha quindi ritenuto solido l’impianto accusatorio costruito dall’accusa.

La reazione di Irene Pivetti: “Sono innocente, la verità verrà fuori”

Subito dopo la lettura della sentenza, Irene Pivetti ha voluto commentare il verdetto con i cronisti presenti. Le sue parole sono nette:

“La verità verrà fuori, sono tranquilla, la verità è che io sono innocente.”

L’ex presidente della Camera ha spiegato di essersi aspettata un esito diverso in Appello:

“Mi sarei aspettata un esito diverso, ora sono molto curiosa di vedere le motivazioni, ma sono anche molto tranquilla, perché la verità prima o poi verrà fuori, non sono preoccupata.”

È una posizione di totale estraneità alle accuse, ribadita in più occasioni durante il procedimento. Pivetti sostiene di aver agito sempre nel rispetto della legge e di non aver mai avuto l’intenzione di evadere il fisco o riciclare denaro.

Il suo atteggiamento, almeno pubblicamente, è improntato alla fiducia nel successivo grado di giudizio: una volta depositate le motivazioni della Corte d’Appello, lei e i suoi legali potranno infatti presentare ricorso in Cassazione.

Il prossimo passo: il ricorso in Cassazione

La conferma della condanna in Appello non chiude il caso. Il percorso giudiziario prevede ancora:

1. La pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano.

Sarà un documento chiave per capire nel dettaglio come i giudici hanno valutato le prove,

quali passaggi dell’impianto accusatorio sono stati ritenuti più convincenti,

e quali argomenti della difesa non hanno trovato accoglimento.

2. Il possibile ricorso in Cassazione da parte della difesa di Pivetti.

La Suprema Corte non entra nel merito dei fatti, ma valuta la correttezza giuridica della sentenza impugnata: verifica cioè se vi siano stati errori nell’applicazione della legge o vizi di motivazione.

In caso di accoglimento, la condanna potrebbe essere annullata (con o senza rinvio a un nuovo giudice d’Appello); in caso di rigetto, la sentenza diverrebbe definitiva.


Fino a quel momento, Irene Pivetti resta innocente fino a sentenza definitiva, come stabilito dal principio costituzionale della presunzione di innocenza.

Chi è Irene Pivetti: dall’ascesa fulminea alla Camera al banco degli imputati

La figura di Irene Pivetti ha avuto, negli ultimi trent’anni, un percorso pubblico peculiare:

giornalista e volto televisivo agli esordi;

eletta giovanissima deputata della Lega Nord negli anni Novanta;

nel 1994 diventa la più giovane presidente della Camera della storia italiana, a soli 31 anni;

nel tempo si allontana dalla Lega, intraprende altre esperienze politiche e imprenditoriali, spesso legate al mondo della comunicazione e del commercio.


Negli anni più recenti, il suo nome è tornato alla ribalta delle cronache soprattutto per inchieste giudiziarie e attività societarie finite nel mirino della magistratura, compresa quella legata alla vendita di mascherine durante la pandemia (procedimenti in parte separati rispetto a quello milanese sulle Ferrari).

La condanna confermata dalla Corte d’Appello rappresenta, per la sua biografia pubblica, un punto di svolta pesantissimo, che rischia di offuscare definitivamente l’immagine costruita ai tempi della seconda carica dello Stato.

Un caso simbolico nel dibattito su evasione e reati dei “colletti bianchi”

Al di là della singola vicenda personale, il processo a Irene Pivetti tocca anche temi più generali:

il contrasto all’evasione fiscale in un Paese che ogni anno perde decine di miliardi di euro di gettito;

la difficoltà di perseguire efficacemente i reati economici complessi, spesso costruiti su schemi societari opachi e transazioni internazionali;

la percezione dell’opinione pubblica, spesso convinta che i “colletti bianchi” restino impuniti.


La conferma di una condanna a 4 anni per un’ex presidente della Camera, se diventerà definitiva, potrebbe essere letta come un segnale di maggiore severità nei confronti dei reati finanziari, ma solleva al contempo interrogativi sulla fiducia nelle istituzioni: vedere un ex vertice di Montecitorio imputata per evasione e autoriciclaggio non può non alimentare un certo disincanto verso la classe dirigente.

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Conclusione: tra tribunali e opinione pubblica, una vicenda ancora aperta

La storia giudiziaria di Irene Pivetti è, per ora, tutt’altro che conclusa. La conferma in Appello della condanna a 4 anni per evasione fiscale e autoriciclaggio rafforza l’impianto accusatorio, ma la difesa ha già annunciato l’intenzione di proseguire la battaglia in Cassazione, fiduciosa di ribaltare il verdetto.

Nel frattempo, il caso rilancia il dibattito su legalità, responsabilità dei personaggi pubblici e lotta ai reati economici. Da un lato, l’esigenza di non trasformare le indagini in processi mediatici anticipati; dall’altro, la consapevolezza che quando ad essere giudicata è una figura che ha ricoperto i vertici dello Stato, ogni sentenza assume inevitabilmente un valore simbolico.

Se la Suprema Corte confermerà o meno il verdetto di Milano lo dirà il tempo. Di certo, però, l’immagine di Irene Pivetti – tra toga e telecamere, tra scranni parlamentari e aule di tribunale – resterà per molto al centro del confronto pubblico italiano.

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