ULTIM’ORA SHOCK – Ecco cosa farà Grillo sul Referendum, col si o col no? Arriva l’indiscrezione

C’è un retroscena che, se confermato nei prossimi giorni dai fatti, rischia di pesare più di molte dichiarazioni ufficiali: Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle, non sarebbe intenzionato a votare al referendum sulla giustizia. Non un “Sì” e nemmeno un “No”. La “terza via” sarebbe l’astensione. Una posizione che sorprende, perché arriva da chi ha costruito un’intera stagione politica sul rapporto – spesso conflittuale e identitario – tra politica e magistratura, e perché cade nel pieno di una campagna referendaria che il M5S (e parte dell’opposizione) sta vivendo come uno spartiacque.

Nel racconto che circola nel mondo politico e mediatico, Grillo appare distante, disincantato, quasi infastidito dalla polarizzazione: né con i politici né con i magistrati. Una scelta che non è solo personale, ma potenzialmente politica, perché un’astensione “pesante” può fare rumore quanto un’indicazione di voto.

La “terza via”: né Sì né No, ma fuori dal campo

Il punto centrale del retroscena è questo: Grillo non si riconoscerebbe né nella narrazione del governo – che spinge sul “Sì” – né in quella del fronte del “No”, dove comunque si addensa una parte importante dell’opposizione e anche mondi vicini al M5S. Il fondatore, secondo quanto viene riferito da persone a lui vicine, guarderebbe al referendum con un misto di scetticismo e distacco: il tema “non lo appassiona”, non lo considera il terreno decisivo, non ne vede l’urgenza così come viene raccontata.

E soprattutto: non percepirebbe quel rischio “apocalittico” di una magistratura “assoggettata” al potere esecutivo, uno degli argomenti più usati dagli avversari della riforma. Questo, almeno, è il ragionamento che trapela: se non vedi il pericolo, perché mobilitarti? Se la campagna è solo propaganda incrociata, perché legittimarla con la partecipazione?

Una scelta che spiazza il Movimento: il paradosso del “giustizialismo” senza Grillo

L’astensione di Grillo – o anche solo la sua freddezza pubblica – è un messaggio potenzialmente destabilizzante per il Movimento 5 Stelle. Perché il M5S, anche nella versione “Conte”, porta ancora addosso la sua “legacy” originaria: l’idea che la giustizia sia un campo identitario, che l’etica pubblica si misuri anche sulla durezza verso privilegi e zone grigie, e che la magistratura sia un contrappeso essenziale contro le degenerazioni della politica.

Se il fondatore si mette di lato, non sta semplicemente dicendo “non mi interessa”: sta togliendo al Movimento una parte di mito fondativo, proprio mentre il referendum rischia di diventare il luogo in cui si decide chi interpreta davvero il concetto di “legalità” e chi invece lo usa come clava.

Ed è qui che nasce il paradosso: Grillo, padre del “Vaffa”, finirebbe per essere percepito come l’anti-mobilitatore per eccellenza. Nel momento in cui le truppe si schierano, lui non alza la bandiera: la lascia a terra.

L’ombra lunga delle ferite personali e il rapporto cambiato con i giudici

Il retroscena allude anche a un elemento più profondo, che nel tempo avrebbe inciso sul modo in cui Grillo guarda alla giustizia: le vicende personali e familiari che, negli ultimi anni, lo hanno portato a vivere il rapporto con la magistratura non più solo come “idea” o “battaglia”, ma come esperienza concreta.

E quando l’esperienza diventa carne, cambiano le categorie: l’istinto giustizialista può trasformarsi in diffidenza, o in distanza, o in un rifiuto di farsi arruolare. È un passaggio psicologico prima ancora che politico: non perché si diventi “garantisti” nel senso classico, ma perché la giustizia smette di essere un simbolo astratto e diventa un campo doloroso, complicato, non riducibile a slogan.

Dentro questo passaggio si inserisce un’altra frase-chiave del retroscena: l’idea che “se i giudici sbagliano difficilmente pagano”. È un tema che nel dibattito pubblico esiste da anni, ma detto (o fatto filtrare) da Grillo cambierebbe peso specifico, perché suonerebbe come una presa di distanza da quel riflesso automatico “magistratura = bene” che ha nutrito una parte dell’immaginario grillino.

Il vero referendum che Grillo avrebbe voluto: legge elettorale e “voto alla persona”

Nel racconto che circola, Grillo avrebbe detto più volte che un referendum “vero”, capace di incendiare la sua passione politica, sarebbe stato quello sulla legge elettorale: un quesito per superare il sistema delle liste, per tornare a scegliere “la persona”, per rompere il meccanismo dei nominati e dei pacchetti di potere.

È un dettaglio tutt’altro che marginale: rivela che l’interesse del fondatore non è tanto la partita tecnica sulla giustizia, quanto la forma della democrazia e della rappresentanza. In altre parole: non gli interessa la riforma come viene confezionata oggi; lo interesserebbe un colpo al sistema che produce classe dirigente per cooptazione. È un Grillo “originario” che riemerge, ma in versione malinconica: la nostalgia di Rousseau, della democrazia diretta, dell’idea che il cittadino conti più delle architetture istituzionali.

Un’astensione che non è neutra: l’effetto politico sul quorum e sulla narrazione

In un referendum, l’astensione non è mai neutra. Può essere disinteresse autentico, ma può diventare anche un atto politico: delegittimare la domanda, rifiutare il terreno, non riconoscere la cornice.

Se Grillo si astiene e lo dice (o lo fa capire chiaramente), il suo gesto potrebbe avere due effetti:

1. Sull’elettorato M5S più “storico”, quello che continua a vedere Grillo come coscienza originaria del Movimento: una parte potrebbe seguirlo, allontanandosi dalle indicazioni del gruppo dirigente.


2. Sulla narrazione complessiva, perché l’astensione del fondatore offre al governo e ai sostenitori del “Sì” un argomento potente: “persino Grillo non si schiera col No”. E, specularmente, mette il M5S in difficoltà: come si mobilita la base se l’icona fondativa non scende in campo?

 

Anche se l’astensione non sposta milioni di voti, può spostare il clima. E nei referendum il clima conta quanto i numeri.

Conte e l’equilibrismo impossibile: tenere insieme identità e nuova fase

Per Giuseppe Conte il tema è delicato: da un lato deve mantenere l’identità del Movimento e il suo ruolo nel fronte di opposizione; dall’altro non può ignorare che Grillo, anche da “ritirato”, resta un simbolo capace di far vibrare una parte della base.

Se il fondatore sceglie l’indifferenza, Conte rischia un doppio contraccolpo:

interno, perché si riapre la domanda: “di chi è davvero il Movimento?”;

esterno, perché il Movimento appare meno compatto proprio su un tema – la giustizia – che dovrebbe essere casa sua.

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Conclusione: Grillo fuori scena, ma non fuori dalla partita

Il retroscena sull’astensione racconta un Grillo diverso: meno tribuno, più osservatore; meno capo politico, più “guru laterale” concentrato su tecnologia, Cina, idee personali, e lontano dalla mischia romana.

Ma proprio per questo la sua scelta pesa: perché è un gesto “anti-politico” nel momento più politico. Se davvero perseguirà la terza via, Grillo non starà solo disertando un voto: starà dicendo che il conflitto tra politica e magistratura, così come viene messo in scena oggi, non lo rappresenta più. E quando il fondatore del “Vaffa” diventa l’uomo dell’astensione, l’effetto shock non è il silenzio: è l’eco che quel silenzio produce nel suo stesso campo.

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