In primis perché Gaetano Galvagno è al centro della bufera?
Il caso che coinvolge Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) e figura di rilievo di Fratelli d’Italia, nasce nell’estate 2024 con l’approvazione di un maxiemendamento da 70 milioni di euro, distribuito in modo opaco e informale, senza dibattito né atti ufficiali, ma tramite fogli scritti a mano circolati tra i banchi dell’Aula.
Nel gennaio 2025 le indagini si focalizzano sull’apparato del cerimoniale dell’Ars, in particolare sulla portavoce Sabrina De Capitani, ritenuta figura centrale nella gestione dei fondi e nei contatti con imprenditori, enti e fondazioni. Le intercettazioni rivelano un sistema di pressioni, favoritismi e scambi: contributi pubblici in cambio di eventi, progetti o assunzioni, come nel caso del nipote dell’assessora Elvira Amata.
Emergono anche legami con l’ex assessore Manlio Messina e con l’imprenditore Vincenzo Marchese Ragona, descritto come “l’uomo del territorio”, coinvolto in operazioni sospette su hotel, edilizia e investimenti pilotati.
Galvagno non risulta formalmente indagato, ma è al centro di una rete di relazioni politiche e interessi privati che hanno generato forti tensioni istituzionali e un grave danno d’immagine per Fratelli d’Italia in Sicilia.
Il caso ha fatto emergere un sistema trasversale di gestione clientelare dei fondi pubblici e ha provocato paralisi politica, sedute rinviate e silenzio dai vertici regionali. La vicenda rimane aperta, con l’attesa di sviluppi giudiziari e politici destinati a pesare sugli equilibri del centrodestra siciliano.
Ma nelle ultime ore la GUARDIA DI FINANZA ha scoperto nuove sconcertanti rivelaizioni:
L’inchiesta scuote Fratelli d’Italia: spinelli nella casa del presidente dell’Ars
Una scena surreale, quasi grottesca, quella ricostruita dagli atti dell’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo su un giro di fondi regionali e frequentazioni poco sobrie nelle stanze del potere siciliano. Al centro, stavolta, la casa di Gaetano Galvagno, esponente di Fratelli d’Italia e presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Un nome considerato vicino a Ignazio La Russa, e tra i più promettenti del partito della premier Giorgia Meloni.
A creare scalpore è quanto emerge dalle intercettazioni e dalle indagini della Guardia di Finanza: nella casa di Galvagno si sarebbero svolti incontri in cui circolava hashish, fumato da una collaboratrice e da un artista. E mentre Galvagno si dichiara totalmente ignaro, a parlare è la sua ex portavoce, intercettata mentre racconta in tono colloquiale:
> “L’altro giorno… ehm… ero fuori come un balcone perché mi son pufettata una canna”.
“Era della portavoce”: il titolo che irrita Fratelli d’Italia
Il Fatto Quotidiano ha titolato: “Era della portavoce”, a sottolineare come la sostanza stupefacente fosse, secondo le indagini, in uso personale della collaboratrice di Galvagno, oggi ex portavoce. Una precisazione che, tuttavia, non ha impedito che la vicenda generasse imbarazzo e irritazione nei vertici di Fratelli d’Italia, da sempre schierati su posizioni proibizioniste e intransigenti verso qualunque tipo di droga, “leggera” o pesante.
Galvagno si difende: “Non c’entro nulla”, avrebbe dichiarato secondo fonti interne al partito. Ma è la seconda volta in pochi mesi che il suo nome finisce accostato a frequentazioni discutibili. Già nel 2023, in un altro filone d’inchiesta, era emerso che Giancarlo Migliorisi, suo collaboratore, fosse coinvolto in un sistema di gestione opaca di fondi regionali.
Il fornitore, gli artisti, e il “barman”: il retroscena delle intercettazioni
La sostanza stupefacente sarebbe stata acquistata, secondo gli inquirenti, da un artista, De Capitani, che a sua volta si sarebbe rivolto a un presunto spacciatore noto come “Angelo il barman”. La ex portavoce avrebbe poi riferito agli inquirenti che la canna fumata proveniva proprio da quella fonte, pur sottolineando che Galvagno non fosse presente né al corrente.
“Parte di questa droga va ad un artista amico di De Capitani, l’altra finisce a una donna che collabora con il presidente Galvagno”, si legge negli atti dell’inchiesta. Nomi e dettagli che rendono difficile per il partito derubricare la vicenda a semplice leggerezza individuale.
Proibizionisti nei comizi, trasgressivi nei salotti: il cortocircuito della destra siciliana
Fratelli d’Italia, e più in generale il fronte meloniano, si è sempre caratterizzato per una netta opposizione a qualunque ipotesi di depenalizzazione delle droghe leggere. Il contrasto con quanto accaduto nella casa di uno dei suoi esponenti di punta in Sicilia è stridente e imbarazzante, tanto più perché la destra siciliana è da tempo al centro di altre indagini.
La stessa inchiesta che ha coinvolto la portavoce e l’artista ruota attorno a fondi regionali sospettati di essere finiti a imprenditori e politici vicini al partito, come ha rivelato Il Fatto Quotidiano. Nei documenti è riportata anche una frase emblematica:
> “Gestione di sostanza stupefacente”, con riferimento al consumo di cannabis all’interno di ambienti istituzionali.
Galvagno nella bufera, test antidroga per i consiglieri
Il caso ha ridato forza a una campagna avviata nel 2024 dal consigliere Ismaele La Vardera, oggi nel gruppo Controcorrente, per l’introduzione di test antidroga obbligatori per i membri dell’Assemblea regionale. In quell’occasione, solo 36 consiglieri su 70 si sottoposero al test, tra loro né Galvagno né altri esponenti coinvolti nelle cronache più recenti.
Ora La Vardera rilancia: “È inaccettabile che si predichi rigore e legalità in pubblico, mentre in privato si fuma hashish nelle case dei rappresentanti istituzionali. Serve trasparenza e responsabilità”.
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Conclusioni: politica e doppia morale
Al di là del consumo personale e delle responsabilità penali, tutte ancora da accertare, la vicenda solleva interrogativi politici ed etici sul mondo che ruota attorno a Fratelli d’Italia in Sicilia. Il cortocircuito tra l’immagine pubblica di rigore e le pratiche private tollerate (o ignorate) rischia di danneggiare gravemente l’intera leadership meloniana nell’isola.
Intanto, la procura di Palermo prosegue le indagini, che potrebbero portare a ulteriori sviluppi nelle prossime settimane. Sullo sfondo, resta una certezza: la distanza tra la retorica della legalità e la realtà dei salotti del potere siciliano sembra sempre più difficile da colmare.


















