ULTIM’ORA SHOCK – Il Viminale fa una circolare per nascondere il referendum del lavoro? – Beccati

A poco più di un mese dai cinque referendum su cittadinanza e lavoro previsti per l’8 e 9 giugno, scoppia la polemica su una circolare del Ministero dell’Interno che vieta alle pubbliche amministrazioni — comprese le scuole — qualsiasi attività di comunicazione riguardante i quesiti referendari. Il documento, diramato dalle Prefetture, ha suscitato reazioni dure tra i promotori dei referendum, i sindacati e le forze politiche di opposizione.

COSA SI VOTA?

I temi del referendum

I quattro quesiti puntano a:

  • ripristinare le tutele contro i licenziamenti illegittimi cancellate dal Jobs Act,
  • ampliare i diritti dei lavoratori delle piccole imprese, oggi limitati nei risarcimenti,
  • ridurre la precarietà, limitando l’abuso dei contratti a termine,
  • rafforzare la sicurezza sui luoghi di lavoro
    – dare la cittadinanza in 5 anni con i giusti requisiti

 

De Cristofaro (AVS): “Un tentativo di sabotaggio silenzioso”

Tra i primi a denunciare la gravità della situazione c’è Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra e presidente del gruppo Misto al Senato. Il senatore ha parlato apertamente di un boicottaggio da parte del governo e dei partiti di destra, accusandoli di voler ostacolare la partecipazione al voto.
“Non siamo negli anni ’80 e non c’è Craxi a invitare gli italiani ad andare al mare, ma la strategia è la stessa: evitare che i cittadini si informino e votino”, ha dichiarato.
Secondo De Cristofaro, il divieto di informazione imposto alle PA rappresenta una grave lesione del diritto democratico: “Presenterò un’interrogazione al ministro Piantedosi per chiedere spiegazioni su questa circolare che impedisce alle istituzioni, in particolare alle scuole, di parlare del referendum”.

Landini (CGIL): “Così si mette a rischio la partecipazione”

Anche il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha espresso forte preoccupazione per il silenzio mediatico attorno ai cinque referendum.
“Giornali, TV e istituzioni non stanno fornendo alcuna informazione utile. Di fatto, una buona parte del Paese ignora completamente che a giugno si vota”, ha detto.
Il rischio più concreto, secondo Landini, è che non venga raggiunto il quorum, rendendo nullo il risultato. “Non è solo un problema tecnico, ma politico: chi ha promosso questi referendum vuole cambiare un sistema che, negli ultimi trent’anni, ha prodotto solo precarietà per giovani e donne. C’è chi teme il cambiamento e preferisce che tutto resti nell’ombra”, ha aggiunto.

Magi (Più Europa): “Meloni parli, come faceva quando era all’opposizione”

Dure critiche anche da Riccardo Magi, segretario di Più Europa, che ha lanciato un appello diretto alla premier Giorgia Meloni.
“Almeno dica: ‘Andate a votare’. Sarebbe un gesto di rispetto verso la democrazia”, ha affermato.
Magi ha ricordato come, in passato, Meloni attaccasse duramente i governi che non promuovevano la partecipazione referendaria, accusandoli di censura e autoritarismo. “Lo fece con il referendum sulla giustizia, e ancora prima con quello sulle trivelle. Ora però tace”, ha osservato con amarezza.

La replica del Viminale: “È la legge, non una novità”

Alle accuse ha risposto il Ministero dell’Interno, spiegando che il divieto di comunicazione da parte delle PA è previsto dall’articolo 9 della legge 28/2000.
“Dal momento della convocazione dei comizi elettorali e fino alla conclusione del voto, le amministrazioni pubbliche non possono svolgere attività di comunicazione, salvo che siano impersonali e strettamente necessarie per l’assolvimento delle proprie funzioni”, chiariscono fonti ministeriali.
La circolare contestata, la n. 21/2025 del 1° aprile, rientrerebbe quindi in una prassi consolidata per garantire equità nell’accesso all’informazione elettorale. “Non è un’eccezione ma una prassi standard, replicata ad ogni tornata elettorale”, assicurano dal Viminale.

Il rischio quorum e il futuro della democrazia diretta

Il punto critico resta quello della partecipazione. Perché i referendum siano validi, è necessario che voti almeno il 50% più uno degli aventi diritto. In un contesto di scarsa informazione, questo traguardo appare sempre più lontano.

La posta in gioco è alta: i cinque quesiti referendari toccano temi fondamentali come i contratti precari, i tirocini gratuiti, la sicurezza sul lavoro, e l’accesso alla cittadinanza per i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia. Argomenti che riguardano milioni di persone, ma che rischiano di restare fuori dal dibattito pubblico.

Il silenzio delle istituzioni – legittimo o meno – si sovrappone a quello di molte testate e dei principali canali di comunicazione. Così, in un clima di generale disattenzione, il referendum – uno dei pochi strumenti rimasti di democrazia diretta – rischia di trasformarsi in un’occasione mancata.

Mentre le forze politiche d’opposizione si preparano a sollevare la questione in Parlamento, il calendario corre. L’8 e 9 giugno si vota, ma in pochi – almeno per ora – sembrano esserne consapevoli. E in democrazia, il diritto al voto vale quanto il diritto all’informazione.

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Conclusione: tra legge e trasparenza, il rischio è il silenzio

Se è vero che la normativa impone alle PA di mantenere un profilo neutrale in campagna elettorale, è altrettanto vero che l’attuale assenza di un’informazione capillare e accessibile rischia di compromettere il diritto fondamentale alla partecipazione.
Con cinque quesiti che toccano temi cruciali come la cittadinanza e i diritti sul lavoro, il silenzio informativo potrebbe avere l’effetto di sterilizzare uno degli strumenti più diretti di democrazia: il referendum. E in un momento in cui la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici, favorire la conoscenza e il voto dovrebbe essere una priorità, non un rischio da contenere.

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