ULTIM’ORA – Trump, Meloni è in crisi non sa più che fare. Ecco cosa è stato scoperto. Ha fatto sparire…

C’è una cifra che pesa più di molte dichiarazioni ufficiali: 5 per cento del Pil. È l’obiettivo indicato in sede Nato per le spese legate alla Difesa e alla sicurezza. Una soglia enorme, destinata a tradursi per l’Italia in un aumento della spesa fino a circa 70 miliardi l’anno. Una prospettiva politicamente esplosiva, soprattutto mentre il Paese fa i conti con salari bassi, sanità in affanno, caro energia, crisi industriali e un clima internazionale sempre più instabile.

Ed è proprio su questo terreno che Giorgia Meloni sembra muoversi con una doppia strategia: rassicurare gli alleati internazionali, in particolare gli Stati Uniti, e allo stesso tempo evitare che il tema del riarmo diventi una bomba politica interna. Da qui nasce quello che appare come un vero e proprio gioco delle tre carte: l’impegno preso nei vertici internazionali resta sullo sfondo, il governo continua a rivendicare affidabilità atlantica, ma nei testi parlamentari più delicati il riferimento alle spese militari viene alleggerito, sfumato o addirittura fatto sparire.

L’avviso di Rubio e il messaggio arrivato da Washington

Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha inviato un messaggio in occasione della Festa della Repubblica italiana. Un messaggio che, nella ricostruzione del quotidiano, suona come un richiamo molto preciso al governo Meloni su due dossier centrali per Washington: l’aumento delle spese militari e l’impegno italiano nell’area dello Stretto di Hormuz.

Rubio avrebbe espresso apprezzamento per gli investimenti italiani nella Difesa e per il ruolo dell’Italia nella sicurezza marittima, nella stabilità del Medio Oriente e negli sforzi legati al conflitto tra Russia e Ucraina. Parole formalmente diplomatiche, ma politicamente pesanti. Perché arrivano in un momento in cui il governo italiano sta cercando di frenare proprio sul punto più sensibile: l’aumento della spesa militare.

La Casa Bianca, insomma, ringrazia. Ma quel ringraziamento diventa anche un promemoria. Gli Stati Uniti ricordano all’Italia gli impegni presi. E lo fanno mentre Roma, almeno sul piano interno, sembra preferire il silenzio.

Il nodo del 5 per cento e la paura del consenso

Il punto centrale è l’obiettivo Nato del 5 per cento del Pil. Una quota suddivisa, secondo la ricostruzione, tra il 3,5 per cento destinato alle spese propriamente militari e l’1,5 per cento legato alla sicurezza. Per l’Italia significherebbe arrivare a circa 70 miliardi l’anno: una cifra enorme, difficile da spiegare agli elettori in una fase in cui il governo è già sotto pressione su economia, servizi pubblici e costo della vita.

Ed è qui che la strategia di Meloni mostra tutta la sua ambiguità. Nei vertici internazionali l’Italia si presenta come partner affidabile, pronta a rispettare gli impegni con la Nato e con gli Stati Uniti. Ma quando quegli impegni devono essere tradotti in atti politici interni, la maggioranza sembra fare un passo indietro.

La premier, secondo quanto riportato, avrebbe già fatto capire che non è possibile dire ai cittadini che ci sono risorse solo per la Difesa. Una frase che fotografa il problema politico: il riarmo può essere rivendicato davanti agli alleati, ma rischia di diventare tossico davanti agli elettori.

La mozione di maggioranza e la sparizione delle armi

Il passaggio più significativo riguarda la mozione parlamentare della maggioranza. Dopo le tensioni già emerse al Senato, dove una mozione aveva creato imbarazzo proprio per il riferimento all’impegno Nato del 5 per cento, alla Camera il centrodestra avrebbe scelto una strada più prudente: evitare il tema delle spese militari.

Secondo Il Fatto Quotidiano, nella mozione su energia e investimenti per la Difesa la maggioranza avrebbe preferito concentrarsi soprattutto sulla trattativa europea per i fondi energetici, chiedendo flessibilità nel quadro della governance economica europea e il riconoscimento dell’eccezionalità della crisi in corso. In sostanza, il testo punterebbe sull’energia, non sulle armi.

La parte finale del ragionamento è chiara: nessun riferimento esplicito alle spese militari. Meglio evitare, almeno per il momento.

Ed è qui che il “gioco delle tre carte” diventa evidente. Prima carta: l’Italia firma e si impegna in sede Nato. Seconda carta: gli Stati Uniti ringraziano e ricordano pubblicamente quegli impegni. Terza carta: in Parlamento, dove il tema diventa politicamente scomodo, la maggioranza lo nasconde dietro il dossier energia e dietro la richiesta di flessibilità europea.

Il precedente al Senato e l’imbarazzo del centrodestra

Il governo ha già sperimentato quanto il tema sia delicato. Una settimana prima, sempre secondo la ricostruzione, una mozione al Senato aveva mandato in difficoltà la maggioranza perché alcuni riferimenti all’impegno Nato erano stati considerati politicamente rischiosi. Si parlava del 5 per cento come di un obiettivo “irrealistico”, una formulazione che avrebbe irritato Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Alla fine, quel riferimento sarebbe stato cancellato. Un segnale chiarissimo: la maggioranza sa che il tema divide, pesa e può trasformarsi in un boomerang. Non solo nei rapporti tra i partiti del centrodestra, ma anche nel rapporto con l’opinione pubblica.

Meloni deve tenere insieme due piani difficili da conciliare. Da un lato c’è la fedeltà alla Nato, agli Stati Uniti e agli impegni internazionali. Dall’altro c’è il timore che gli italiani vedano nell’aumento delle spese militari l’ennesima priorità lontana dai problemi quotidiani.

Il taglio dei fondi Safe e la retromarcia italiana

Nel quadro descritto emerge anche un altro elemento: la riduzione dei fondi Safe richiesti all’Europa. Secondo l’articolo, l’Italia avrebbe ridimensionato la richiesta iniziale, con un taglio di 10 miliardi rispetto ai 15 miliardi inizialmente previsti.

Anche questo passaggio racconta una frenata. Il governo non può permettersi di apparire disallineato rispetto agli alleati, ma allo stesso tempo non vuole intestarsi apertamente una corsa alla spesa militare. Soprattutto in una fase segnata dalla crisi mediorientale e dalla necessità di dare priorità all’energia.

La crisi internazionale, dunque, diventa il contesto perfetto per giustificare la prudenza. Ma resta la domanda politica: Meloni sta davvero cambiando linea oppure sta solo cercando di guadagnare tempo?

La priorità diventa l’energia, non la Difesa

La mozione della maggioranza sembra spostare il baricentro proprio sull’energia. Il governo chiede di proseguire l’azione in sede europea per ottenere margini di flessibilità e per aiutare i settori più colpiti. Il riferimento è alla possibilità di scorporare alcune spese dal Patto di Stabilità, richiamando l’eccezionalità della crisi.

Questa impostazione consente a Meloni di presentarsi in Italia come una premier concentrata su bollette, imprese e stabilità economica. Ma allo stesso tempo evita di mettere nero su bianco il nodo più esplosivo: l’aumento delle spese per la Difesa.

Il risultato è una comunicazione a doppio binario. All’estero si parla di sicurezza, Nato, impegni militari e affidabilità strategica. In Italia si parla di energia, flessibilità, emergenza economica e tutela dei settori produttivi.

Il problema politico: chi paga il conto?

Il punto vero, però, resta sempre lo stesso: chi paga il conto? Se l’Italia dovesse davvero avvicinarsi all’obiettivo del 5 per cento del Pil per Difesa e sicurezza, servirebbero risorse gigantesche. E ogni euro destinato a quel capitolo diventerebbe politicamente contestabile se, nello stesso momento, mancano fondi per sanità, scuola, trasporti, salari, pensioni, enti locali e politiche sociali.

È per questo che il governo sembra muoversi con estrema cautela. Non perché il dossier non esista, ma perché è troppo pesante per essere raccontato apertamente. La promessa fatta agli alleati rischia di entrare in collisione con la realtà interna del Paese.

Meloni sa che l’opinione pubblica potrebbe non accettare facilmente l’idea di un aumento così imponente delle spese militari. E sa anche che le opposizioni potrebbero trasformare il tema in una campagna politica durissima: da una parte i miliardi per la Difesa, dall’altra le difficoltà quotidiane degli italiani.

La contraddizione della premier

La contraddizione è tutta qui. Meloni si presenta come leader forte, autorevole, capace di parlare alla pari con gli alleati occidentali. Ma sulla Difesa appare costretta a una manovra difensiva. Deve rassicurare Washington senza spaventare Roma. Deve confermare gli impegni internazionali senza farli pesare troppo nel dibattito nazionale. Deve mostrarsi fedele alla Nato senza offrire alle opposizioni un bersaglio politico enorme.

Da qui nasce la scelta di “far sparire” il tema dalle mozioni più esposte. Non una cancellazione del problema, ma una sua temporanea rimozione dal campo visibile. Come se bastasse non scrivere la parola “armi” per cancellare la questione del riarmo.

Ma la politica, prima o poi, presenta sempre il conto. E se gli impegni sono stati presi, il governo dovrà spiegare come intende rispettarli, con quali risorse e con quali conseguenze per i conti pubblici.

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Il caso raccontato da Il Fatto Quotidiano mostra una premier stretta tra due esigenze opposte: compiacere gli alleati e non perdere consenso in patria. Il messaggio di Rubio ricorda a Roma che gli Stati Uniti osservano con attenzione il dossier Difesa. La mozione della maggioranza, invece, dimostra che il governo preferisce non trasformare quel dossier in un caso politico interno.

È il gioco delle tre carte: l’impegno c’è, ma non si vede; la promessa è stata fatta, ma non si dice; la spesa incombe, ma viene nascosta dietro l’emergenza energia.

Meloni prova così a prendere tempo. Ma il tempo, su temi come la Difesa, la Nato e i miliardi pubblici, non basta mai davvero. Prima o poi il governo dovrà dire chiaramente agli italiani se quei 70 miliardi l’anno sono un obiettivo reale, un impegno rinviato o una promessa fatta agli alleati e poi nascosta in Parlamento.

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