Dopo Anchorage, lo scontro diplomatico si sposta negli Stati Uniti
Il vertice di Ferragosto in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin ha lasciato sul tavolo più domande che risposte. Dopo oltre tre ore di colloquio, definito “produttivo” dalle parti, nessuna tregua è stata concordata e le divergenze restano profonde. Mosca insiste per ottenere concessioni territoriali, Washington punta a un accordo complessivo di sicurezza, Kyiv ribadisce la sua intransigenza sul tema della sovranità. Ora l’attenzione si sposta a Washington, dove lunedì si terrà un incontro chiave alla Casa Bianca, con il coinvolgimento diretto dell’Europa.
Due linee contrapposte: tregua o trattato definitivo
Al centro del negoziato emergono due visioni.
Da un lato, gli Stati Uniti cercano di costruire un quadro negoziale ampio, che includa non solo un cessate il fuoco, ma anche garanzie di sicurezza e una stabilizzazione di lungo periodo.
Dall’altro, l’Ucraina insiste su un cessate il fuoco immediato e verificabile, senza alcuna concessione territoriale. Per Kyiv, ogni ipotesi di ritiro da parti del Paese significherebbe riconoscere come legittima l’aggressione russa, un precedente inaccettabile sul piano del diritto internazionale.
Von der Leyen avverte: «No a negoziati sull’Ucraina senza l’Ucraina»
Da Bruxelles, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha alzato i toni. «I confini non si cambiano con la forza», ha dichiarato, ribadendo la linea delle cancellerie europee. Due i punti fermi della posizione Ue:
1. Nessuna trattativa può essere condotta sull’Ucraina senza l’Ucraina.
2. Servono garanzie di sicurezza durature, che rendano il Paese in grado di difendersi da eventuali nuove aggressioni.
Con queste parole, l’Europa manda un messaggio a Trump: ogni accordo bilaterale che escluda Kyiv o che comporti concessioni territoriali sarebbe politicamente inaccettabile e minerebbe la credibilità stessa dell’ordine internazionale.
Il nodo del Donbass e il rischio di un congelamento del conflitto
Tra le indiscrezioni circolate dopo Anchorage, una delle più rilevanti riguarda la richiesta russa di un ritiro ucraino da Donetsk e Luhansk in cambio di un congelamento delle linee del fronte a sud, tra Kherson e Zaporizhzhia. Una simile ipotesi, secondo diversi analisti, equivarrebbe a sancire una spartizione di fatto del territorio, con il rischio di un conflitto “congelato” ma pronto a riaccendersi in futuro, come accaduto in Georgia e in Moldavia.
L’Europa aumenta la pressione diplomatica
In vista dell’incontro di Washington, le cancellerie europee hanno intensificato i contatti. Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno chiesto di mantenere un fronte compatto, mentre da Roma Giorgia Meloni ha ribadito che «qualsiasi soluzione deve garantire la piena sovranità di Kyiv». L’obiettivo comune è evitare che il negoziato bilaterale Trump-Putin diventi un diktat imposto agli alleati, relegando l’Europa a un ruolo marginale.
Il peso dell’opinione pubblica e le incognite politiche
Sul vertice di Washington pesano anche variabili interne. Negli Stati Uniti, Trump deve bilanciare la promessa di “chiudere la guerra” con la necessità di non apparire troppo conciliante con Mosca. In Europa, invece, i governi devono rispondere a opinioni pubbliche divise: da un lato, la stanchezza per una guerra che sembra non finire; dall’altro, la paura che un accordo sbilanciato apra la strada a nuove aggressioni russe.
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Conclusione: Washington crocevia della crisi
Il vertice di Anchorage ha segnato un passaggio interlocutorio. Quello di Washington, invece, rischia di essere decisivo. In gioco non c’è soltanto il futuro dell’Ucraina, ma la stessa tenuta dell’ordine internazionale basato sulle regole. Von der Leyen ha fissato la linea: nessun confine può essere cambiato con la forza. Resta da vedere se, attorno al tavolo della Casa Bianca, questa posizione troverà spazio o se prevarrà la logica del compromesso imposto dai rapporti di forza.


















