Roma — Nella puntata di “Fratelli di Crozza” su Nove, Maurizio Crozza ha riaperto il suo arsenale satirico: bersaglio principale, come spesso accade, la politica italiana e i suoi protagonisti, tratteggiati tra iperboli, paradossi e battute affilate. Il comico genovese ha attraversato l’attualità come una radiografia impietosa di ego, risse istituzionali e incoerenze, chiudendo con un incoraggiamento a Sigfrido Ranucci e un applauso in studio in giornata di lutto nazionale, con condoglianze alle famiglie dei carabinieri caduti.
Calenda vs Urso (e non solo): risse di Palazzo e “ego” in primo piano
Crozza parte dal duello al Senato tra Carlo Calenda e il ministro Adolfo Urso, ironizzando sull’eccezionalità dello scontro: “In un Paese normale non vedresti mai l’ex ministro dello Sviluppo contro quello in carica. Sembra un titolo da cinepanettone”.
Da lì, il comico allarga il quadro alla lite di Calenda con l’AD di Enel, Flavio Cattaneo—“scintille in tribunale”—e alla polemica con John Elkann (“non sarò io a difenderlo”, punzecchia Crozza, ricordando vecchie vicende giudiziarie). Sul merito, riconosce che alcune critiche di Calenda (utili Enel, bollette, malaffare nelle Regioni) “hanno senso”, ma il punto satirico è un altro: Calenda “non fa squadra”, ha rotto con “Bonino, Renzi, PD, M5S”, e “alle elezioni in Toscana, per paura del 5%, Azione non si è nemmeno presentata”.
Il ritornello è chiaro: idee talvolta condivisibili, ma veicolate da un “ego” che riduce la platea. “Chi lo vota? Il suo ego”.
Vannacci, “ego extralarge” e la sconfitta: “Badoglio sembra Alessandro Magno”
La seconda scena satirica è per Roberto Vannacci: Crozza gioca sull’ego e sul crollo della Lega, con immagini volutamente iperboliche (“In Toscana una ‘battosta’ storica… se fosse stata una battaglia, un ufficiale si sarebbe fatto da parte”). Il bersaglio è la perseveranza ostinata di chi non ammette la sconfitta: “Chi si crede un genio incompreso non molla mai”.
Sangiuliano “is back”, la sfidante Boccia e Bandecchi: telenovela campana
Nel capitolo Campania, Crozza tratteggia il ritorno di Gennaro Sangiuliano come un serial (“is back”), con il tono surreale del “miracolo che si scioglie e si riforma”. A incrociarlo, la candidata Maria Rosaria Boccia “con Bandecchi”: la satira evoca “mazzate” già prese e una nuova sfida che promette “divertimento”. Qui la comicità è tutta metafora televisiva, tra “telenovela” e cliffhanger del “next week”.
“Fatevi vedere da uno bravo”. E il cameo su Recalcati (via Augias)
Crozza ricorre al suo leitmotiv sull’ego ipertrofico (“andate da uno bravo”), salvo poi rilanciare con una frecciatina per Massimo Recalcati — il tutto con il siparietto di Corrado Augias su La7 a fare da controcanto. Una parentesi metatelevisiva, in cui la satira non risparmia intellettuali e opinion maker.
Il finale: “Non mollare mai, Ranucci”
La chiusura si fa seria: Crozza manda un “in bocca al lupo” a Sigfrido Ranucci (“non mollare mai”), in giorni segnati dalle minacce e dalle tensioni attorno alla libertà di stampa. Poi l’applauso in studio e il pensiero al lutto nazionale: “Condoglianze alle famiglie dei carabinieri caduti”.
Lettura politica della serata
Satira come cartina di tornasole: Crozza intercetta nervi scoperti — caro-bollette, governance pubblica, conflitti d’interesse — e li riconsegna in forma comica, spesso più efficace del talk.
Il file rouge è l’ego: da Calenda a Vannacci, da Sangiuliano ai “duelli” tv, il potere dell’io prevale sul noi. È il messaggio più politico della puntata.
La tv che torna “civica”: l’abbraccio a Ranucci collega intrattenimento e diritto di cronaca, ricordando che la comicità può farsi spazio pubblico.
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Conclusione: su Ranucci, la satira diventa argine civile
Il “non mollare mai” di Crozza a Sigfrido Ranucci non è una frase di rito: è un invito a difendere il giornalismo d’inchiesta quando il clima si fa ostile. In un Paese dove il dibattito scivola spesso in rissa e autocompiacimento, la satira può ancora mettere in riga le stonature e ricordare l’essenziale: le voci scomode non si spengono.
Se le istituzioni faranno la loro parte — tutele effettive per i cronisti, contrasto alle querele temerarie, rispetto dell’autonomia editoriale — il “non mollare” diventerà un impegno collettivo, non solo un applauso in studio. E allora sì, alla fine, la risata avrà fatto il suo lavoro migliore: tenere accesa la luce dove qualcuno preferirebbe il buio.




















