L’apertura: Crozza alza l’asticella
Seconda puntata della nuova stagione di Fratelli di Crozza (Nove, venerdì in prime time, anche su Discovery+): Maurizio Crozza torna con una puntata compatta e molto politica. Il comico mette in fila tre nuclei di satira: l’America di Trump, l’Italia di Meloni e la sinistra “confusa”. Il tono è quello delle grandi serate: ritmo alto, scrittura fitta, poca indulgenza.
Crozza–Trump: il “Nobel bucato” e il musical con Netanyahu
Il blocco più potente è l’imitazione di Donald Trump. Crozza costruisce il personaggio su due assi: l’autocompiacimento (“il Nobel l’ho reso famoso io”) e la riduzione della diplomazia a show business.
La gag si spinge fino al numero musicale: entra in scena un Trump da Broadway che, in duetto con un Netanyahu di cartapesta, canta un refrain beffardo (“soldi, soldi, soldi”) immaginando progetti faraonici per una Gaza “ripensata” più come affare che come ricostruzione. Il non detto – ed è qui che la satira morde – è che la pace non può diventare un format da monetizzare.
L’effetto è straniante: si ride, ma quel ritornello resta in testa come un monito.
Crozza–Meloni: i meriti, le “minacce” e i silenzi selettivi
Cambio di scena, stessa ferocia comica. Nei panni di Giorgia Meloni, Crozza gioca sulla tendenza della premier ad intestarsi successi (“la pace? grazie a me”) e sui silenzi a geometria variabile: severa con certe piazze, distratta con altre; inflessibile in alcuni casi, sfuggente in altri.
La caricatura funziona perché evita l’urlo e punta sul meccanismo: il personaggio si autoincensa, esagera la narrazione del “contributo decisivo” dell’Italia e poi inciampa quando deve spiegare i dettagli. Comicità di precisione.
Il monologo sulla sinistra “confusa”
Terzo atto: Crozza parla a sinistra. Un monologo che non è carezza: la critica va al cortocircuito identitario – slogan e simbologia che divorano i contenuti – e alla sproporzione tra battaglie simboliche (hamburger vegani, lessici infiniti) e salari fermi.
La tesi è semplice: la sinistra che perde il contatto con il portafoglio e con il lavoro smette di essere popolare. La risata qui è più amara, ma la platea capisce.
Regia, scrittura e tempi comici
La puntata è costruita con architettura teatrale: prologo, atto centrale, epilogo.
Scrittura: battuta breve, ritorni di frase, call-back che legano i blocchi (il “Nobel bucato” torna più volte).
Regia: fondali rapidi, cambi costume puliti, luci da varietà.
Tempi: Crozza rallenta nelle parti “civiche”, accelera nei brani musicali; il pubblico entra ed esce con facilità.
Perché questa puntata resta
1. Satira internazionale: il numero su Trump e Netanyahu trasforma l’attualità in parodia musicale senza sconti.
2. Politica italiana: l’imitazione di Meloni non si limita alla spalla alzata; scava nell’autonarrazione del potere.
3. Autocritica progressista: il monologo sulla sinistra è una cartina di tornasole per chi, davanti all’inflazione e ai contratti, parla ancora solo di simboli.
Reazioni e sottotesto
Sui social, clip e quote rimbalzano per ore: il refrain “soldi, soldi, soldi” diventa meme, mentre la parte su “pace intestata” alla premier accende il dibattito. Il sottotesto della serata è chiaro: democrazia e pace non sono format né merchandising. La satira, quando è buona, ricorda proprio questo.
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“Fratelli di Crozza” conferma la sua centralità: intrattenimento che non rinuncia a prendere posizione, dialogo continuo con l’attualità e una macchina scenica che valorizza la scrittura. Si ride, spesso forte; quando la risata si spegne, resta qualche domanda ben piantata. Ed è esattamente lì che la satira ha fatto centro.


















