È un Gustavo Zagrebelsky inedito, diretto, visibilmente indignato quello che ieri sera è intervenuto su La7, ospite del programma In Altre Parole, condotto da Massimo Gramellini. L’ex presidente della Corte costituzionale ha dedicato gran parte del suo intervento a una durissima critica nei confronti del linguaggio politico contemporaneo, che ha definito “degradato e indegno di una democrazia civile”.
A scatenare la reazione del giurista sono stati tre episodi recenti: l’insulto del deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli al giornalista Giacomo Salvini, le parole pronunciate in Aula da Licia Ronzulli contro Matteo Renzi, e il consueto linguaggio offensivo utilizzato dall’ex presidente americano Donald Trump. “Tutti casi – ha detto – che testimoniano una deriva verbale preoccupante”.
“Tu sei le parole che usi”
Zagrebelsky ha aperto il suo intervento con una citazione del poeta e filosofo Friedrich Schiller: “Noi usiamo la lingua per comunicare con gli altri, ma la lingua parla di noi”. Da qui il ragionamento: “Se uso un linguaggio volgare, sono una persona volgare. Le parole che scegli dicono chi sei. E oggi vediamo sempre più spesso rappresentanti delle istituzioni usare parole da baraccone, da curva sud, con l’unico scopo di denigrare, umiliare, distruggere l’altro”.
Il caso Donzelli
La parte più dura dell’intervento è stata dedicata a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, che pochi giorni fa ha apostrofato il giornalista del Fatto Quotidiano Giacomo Salvini con un insulto pesantissimo: “pezzo di merda”.
“Donzelli – ha commentato il professore – ha detto: ‘Non parlo con lui, è un pezzo di merda’. Questo significa: siccome non la pensa come me, io lo disumanizzo. Non è una persona, è spazzatura. Ma allora il mondo si divide in due: i ‘pezzi di merda’ e i ‘non pezzi di merda’, dove ovviamente chi insulta si mette tra i puri. Ma chi gli dice che l’altro non pensi la stessa cosa di lui?”
E ancora: “Con queste categorie il dibattito politico si riduce a uno scambio di insulti, si trasforma in un’arena indegna, un frullato di volgarità. Si perde ogni aggancio con i problemi reali, si dimenticano le soluzioni, resta solo la violenza verbale”.
La reazione in studio
Visibilmente colpito dai toni usati, Gramellini ha cercato di riportare la conversazione su un binario più sobrio: “Professore, non l’ho mai sentita parlare così”. Ma Zagrebelsky non si è ritratto: “Per una volta mi sfogo, ma lo faccio usando parole altrui e con senso di responsabilità. Perché non si può più tacere”.
Un problema culturale prima che politico
“Il problema – ha aggiunto il costituzionalista – non è solo morale. È un fatto culturale. Se degradiamo il linguaggio, degradiamo anche il pensiero. Il linguaggio è lo strumento con cui elaboriamo e condividiamo idee. Se si riduce a insulti, anche la democrazia si svuota”.
Secondo Zagrebelsky, non si tratta di casi isolati, ma di un trend ormai consolidato: “Una politica che si legittima non più attraverso il ragionamento, ma attraverso lo scontro verbale, il sarcasmo, la delegittimazione. E questo vale sia per chi governa sia per chi fa opposizione”.
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L’appello finale
In chiusura, l’ex presidente della Consulta ha rivolto un appello al mondo politico e all’opinione pubblica: “Abbiamo bisogno di ricostruire un’etica della parola pubblica. Perché il linguaggio non è neutro: educa, diseduca, costruisce o distrugge. E oggi, purtroppo, sta distruggendo”.
Un intervento potente, che ha lasciato il segno. Non solo per i toni inusuali, ma per la chiarezza con cui ha richiamato tutti – cittadini, giornalisti e politici – alla responsabilità di ciò che si dice. Perché, come ha ricordato Zagrebelsky, “Tu sei le parole che usi”.
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