Un Nicola Gratteri devastante contro Nordio e la sua Riforma della Giustizia – Rivela… – IL VIDEO

Scontro frontale nel pieno del referendum

L’intervento di Nicola Gratteri alla festa per i 70 anni de L’Espresso non è stato un semplice contributo tecnico sul tema della giustizia. È diventato, nei fatti, uno dei passaggi più forti e politicamente significativi del confronto sul referendum costituzionale che punta alla separazione delle carriere.
Il procuratore capo di Napoli ha parlato con toni diretti, a tratti durissimi, contestando non solo la riforma in discussione ma la logica che – a suo dire – la sta guidando.

Una fotografia allarmante della lotta alla mafia

Gratteri ha iniziato il suo intervento descrivendo l’attuale capacità dello Stato di contrastare le organizzazioni criminali.
Un quadro netto, senza attenuanti:

“Cinque anni fa potevamo dire che la nostra polizia giudiziaria era tra le migliori al mondo. Oggi non possiamo più farlo: non ha gli strumenti tecnologici necessari. Le mafie fanno transazioni in bitcoin, creano piattaforme criptate. Noi non riusciamo più a intercettarli”.

Il procuratore ha accusato direttamente le classi politiche degli ultimi dieci anni di non aver compreso l’evoluzione della criminalità organizzata e di non aver investito in tecnologia, formazione e strumenti investigativi.

L’attacco alla riforma: “Non serve a nulla”

Il cuore dell’intervento è arrivato quando Gratteri ha affrontato la riforma della giustizia oggetto di referendum.
La sua posizione è netta:

“Voterò NO perché questa riforma non risolve i problemi della giustizia. È inutile. La gente non chiede nuove architetture istituzionali: chiede processi più veloci e sentenze esecutive, non rinvii infiniti”.

Secondo Gratteri, la separazione delle carriere e il nuovo assetto dei CSM non sono strumenti per migliorare l’efficacia della giustizia, ma per creare un sistema in cui il pubblico ministero diventi controllabile dall’esecutivo.

“Il vero scopo è portare il PM sotto il ministero della Giustizia. È una riforma che serve al potere, non ai cittadini”.

La citazione di Nordio come prova politica

Tra gli applausi della platea, Gratteri ha ripreso una frase del ministro Carlo Nordio — già contestatissima — nella quale il guardasigilli aveva dichiarato che la riforma “sarà utile a qualunque forza politica governerà”.

Per Gratteri quella affermazione vale più di qualsiasi nota tecnica:

“Se una riforma costituzionale serve a chi governa, non serve alla giustizia. Serve al controllo”.

 

Un invito provocatorio: “Aboliamo la corruzione e risparmiamo tempo”

Nel momento più duro del suo intervento, Gratteri ha usato un paradosso per descrivere – a suo giudizio – la direzione degli ultimi interventi legislativi:

“Visto che tutte le riforme evitano di toccare i reati dei colletti bianchi, facciamo prima: aboliamo corruzione, concussione e peculato. Così sarà tutto più semplice”.

Una frase volutamente estrema, ma che fotografa il nucleo della sua denuncia: la politica, invece di rendere più efficace il contrasto al crimine economico e istituzionale, starebbe scegliendo la strada opposta.

“Il referendum non è tecnico: è politico e riguarda la democrazia”

Nel finale, Gratteri ha contestato l’idea che il referendum sia una discussione tecnica per addetti ai lavori:

“Questo voto riguarda l’equilibrio democratico del Paese. Se passa la riforma, cambierà il rapporto tra politica e giustizia per decenni”.

E ha concluso con un messaggio diretto agli elettori:

“Un magistrato deve essere libero. Libero di indagare, libero di sbagliare, libero da pressioni politiche. Se non garantiamo questo, non garantiamo giustizia”.

Un intervento che segna il dibattito

Lo scontro sul referendum era già acceso, ma dopo l’intervento di Gratteri assume una dimensione nuova: non più solo un confronto tra forze politiche, ma uno scontro frontale tra potere esecutivo e una delle figure più riconosciute e popolari della magistratura italiana.

Per molti, il discorso alza il livello del dibattito.
Per altri, apre una fase di tensione istituzionale senza precedenti.

In ogni caso, una cosa è certa: Nicola Gratteri non intende tacere.
E la sua posizione peserà — dentro e fuori dai tribunali — fino al voto.

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In questo contesto, il referendum sulla separazione delle carriere rischia di diventare molto più di una consultazione sulla “macchina della giustizia”: è uno spartiacque simbolico sul tipo di democrazia che l’Italia vuole darsi. Da un lato un esecutivo che rivendica la necessità di “riformare” per rendere il sistema più efficiente e governabile; dall’altro una parte significativa della magistratura che vede in questo progetto il rischio di un riequilibrio dei poteri tutto a favore della politica. Le parole di Gratteri, per il prestigio della figura e la radicalità delle argomentazioni, obbligano ora tutti – partiti, giuristi, opinione pubblica – a uscire dalla zona grigia delle formule tecniche e a misurarsi sul merito vero della scelta: quanto siamo disposti a sacrificare, in nome della stabilità e del governo, dell’indipendenza di chi deve indagare proprio sul potere. Il resto lo dirà il voto, ma dopo questo intervento nessuno potrà dire di non aver capito che cosa c’è davvero in gioco.

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