Ci sono delitti che in Italia non smettono mai di essere presente. Non importa quanti decenni passino, quante commissioni, quante sentenze, quante ricostruzioni. Tornano sempre, come se avessero ancora qualcosa da dire — o qualcosa da nascondere. E il caso Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980, è esattamente uno di questi: quarantasei anni dopo, la Procura di Palermo e il Tribunale del Riesame descrivono uno scenario inquietante, fatto di prove che spariscono, versioni che cambiano, e soprattutto di un “reticolo di contatti” che potrebbe ancora condizionare la ricerca della verità.
Il cuore della nuova stagione investigativa ruota attorno a un nome: Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra mobile di Palermo nel 1980, poi arrivato ai vertici della carriera fino a diventare prefetto. Oggi è ai domiciliari (dal 24 ottobre 2025) con l’accusa di depistaggio: secondo l’impianto accusatorio avrebbe “maneggiato” — e soprattutto fatto scomparire — un reperto decisivo, il guanto che i killer avrebbero dimenticato sull’auto della fuga.
Il “reperto fantasma”: il guanto che c’era e non c’è più
La storia sembra un dettaglio tecnico, ma è una di quelle cose che, nei processi, cambiano tutto: un guanto ritrovato sulla vettura usata per la fuga dopo l’omicidio. Un oggetto potenzialmente in grado di restituire tracce, impronte, contatti. E invece quel guanto oggi non si trova.
Secondo quanto ricostruito negli atti e negli articoli che hanno seguito l’inchiesta, Piritore avrebbe riferito di aver affidato il guanto a un poliziotto della Scientifica (un certo Di Natale) perché lo consegnasse al magistrato Piero Grasso. Ma sia Di Natale sia Grasso hanno negato di averlo mai ricevuto; inoltre, in quei giorni Di Natale risultava in malattia, circostanza che rende il racconto ancora più problematico.
Poi arriva un secondo cambio di versione: Piritore avrebbe sostenuto di aver consegnato successivamente il guanto a un altro uomo della Scientifica, un presunto “Lauricella”, sempre su disposizione di Grasso. Ma la Procura contesta anche questo passaggio, arrivando a sostenere che quella figura non risulterebbe negli organici indicati.
E qui il caso diventa “shock” davvero: non è più solo la memoria di un uomo a traballare. È un reperto chiave che evapora nel nulla, mentre le versioni su dove sia finito si moltiplicano.
“Sto male, non ricordo”: le amnesie che non convincono i giudici
Davanti al giudice, Piritore avrebbe lasciato filtrare una frase pesantissima, quasi un mezzo passo indietro: qualcuno potrebbe avergli “detto” di procedere in un certo modo. Subito dopo però avrebbe sostenuto di stare male, di non ricordare, di essere confuso.
Il Tribunale del Riesame, però, non sembra disposto ad archiviare la questione come semplice confusione: nelle motivazioni con cui è stata confermata la misura dei domiciliari, i giudici parlano della necessità di impedire che l’indagato possa compromettere l’acquisizione degli elementi o continuare ad agire per condizionare l’accertamento della verità.
È un passaggio che suona come un’allerta istituzionale: non “solo” un depistaggio del passato, ma un rischio di interferenze ancora oggi.
Il passaggio più inquietante: il “reticolo di contatti” che non si sarebbe dissolto
Il punto che colpisce di più, nelle parole riportate e nelle motivazioni richiamate, è proprio questo: secondo i giudici, lo “stato di quiescenza” (la pensione) non avrebbe cancellato automaticamente la rete di relazioni costruita in carriera. Si parla esplicitamente di un reticolo di contatti nel quale l’ex prefetto sarebbe “ancora inserito”.
È un concetto durissimo, perché ribalta l’idea rassicurante del tempo che passa e “sistema” le cose. Qui, invece, il tempo sembra aver lasciato intatta una zona grigia: una trama di conoscenze, ruoli, rapporti — potenzialmente capace di orientare o disturbare un’indagine.
E infatti il depistaggio non viene descritto come un errore burocratico: viene trattato come un atto che può ancora produrre effetti, oggi.
Il delitto del 6 gennaio 1980: un omicidio che non ha mai chiuso davvero i conti
Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Siciliana, viene ucciso a Palermo. È un omicidio simbolico, perché colpisce un uomo che nella ricostruzione storica e giudiziaria è stato spesso descritto come una figura di rinnovamento e rottura.
Eppure, dopo 46 anni, resta un paradosso: la scena dell’agguato e la fuga consegnano piste, descrizioni e reperti, ma mancano ancora certezze definitive sui killer. Nelle ricostruzioni richiamate, la Procura ha continuato a muoversi tra piste diverse e intrecci che riguardano mafia e ambienti eversivi.
Mafia, estremismo nero, vecchie piste e nuove tecnologie: il Dna come ultima speranza
Nella fase più recente dell’inchiesta, la Procura di Palermo ha disposto nuovi accertamenti tecnici su un’altra traccia: un frammento di impronta repertato all’epoca sulla parte interna dello sportello dell’auto utilizzata nella fuga. L’obiettivo è provare a estrarre un profilo genetico e confrontarlo con quello di persone finite nel mirino investigativo.
È uno snodo importante perché mostra due cose insieme:
da un lato, la sensazione che ci sia ancora margine per “aprire” il caso con la scienza forense moderna;
dall’altro, la gravità del depistaggio contestato: se un reperto decisivo sparisce, è come se qualcuno avesse provato a spegnere sul nascere proprio quella possibilità che oggi la tecnologia potrebbe riaccendere.
L’ombra di Bruno Contrada: legami, agenda, promozioni e una domanda che torna
Nello scenario descritto nelle ricostruzioni giornalistiche, compare anche il nome di Bruno Contrada, all’epoca capo della Squadra mobile di Palermo, poi figura di vertice nei servizi. Gli atti richiamati parlano di un rapporto stretto con Piritore che andrebbe oltre la mera dimensione professionale, citando anche un’annotazione in agenda relativa a un battesimo e ricordando avanzamenti di carriera successivi.
È un passaggio delicato, perché attiva immediatamente una sensazione: quando un’indagine su un grande delitto torna a incrociare nomi e apparati, l’opinione pubblica non legge più solo “procedura”. Legge potere.
Paragrafi shock: la domanda che resta sospesa
Shock 1: un guanto trovato sull’auto della fuga sparisce.
Non è una sfumatura. È il tipo di dettaglio che, se fosse rimasto agli atti, avrebbe potuto parlare per decenni.
Shock 2: due (o più) versioni incompatibili su dove sia finito.
Un reperto non può essere consegnato a persone che dicono di non averlo mai visto, passando per nomi e uffici che non tornano.
Shock 3: i giudici temono che l’indagato possa ancora influire sulle indagini.
Non “poteva”, ma “può”: è la parola che trasforma il depistaggio da storia del passato a pericolo del presente.
Shock 4: il “reticolo di contatti” evocato nelle motivazioni.
È la fotografia di un Paese in cui certe reti non si sciolgono con la pensione.
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Conclusione: il depistaggio come seconda arma del delitto
La verità giudiziaria sull’omicidio Mattarella è un terreno complesso, fatto di piste, depistaggi, silenzi, assoluzioni e intuizioni investigative che hanno attraversato decenni. Ma la vicenda Piritore consegna un punto fermo, almeno sul piano della percezione istituzionale: se davvero qualcuno ha sottratto o fatto sparire un reperto cruciale, allora dopo l’arma che ha ucciso Piersanti Mattarella ce n’è stata un’altra, meno visibile e forse più efficace: il depistaggio.
E la domanda che fa più paura, quella che il caso continua a riproporre ogni anno, è sempre la stessa: chi avrebbe avuto interesse — e forza — per far sparire un guanto e riscrivere la scena?



















