Valditara e la gaffe su Piersanti Mattarella: il ministro attribuisce alle… IL VIDEO ASSURDO

Una scuola intitolata a una figura simbolo della lotta alla mafia, una giornata istituzionale in Campania, le proteste degli studenti e un ministro chiamato a difendere la propria riforma. Il contesto era già politicamente teso. Ma a trasformare l’appuntamento in un caso è stata una frase pronunciata da Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, durante la sua visita in Irpinia.

Parlando dell’assassinio di Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Valditara è inciampato in una gaffe clamorosa: ha attribuito l’omicidio alle Brigate Rosse, quando invece Piersanti Mattarella fu ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980 a Palermo.

Una svista pesante, soprattutto perché arrivata nel corso di un appuntamento legato proprio alla memoria di Mattarella, figura centrale della politica siciliana e nazionale, presidente della Regione Siciliana assassinato dalla mafia mentre cercava di imprimere una svolta di legalità e rinnovamento all’amministrazione regionale.

La frase del ministro ad Avellino

Il ministro Valditara si trovava ad Avellino, dove era arrivato per l’inaugurazione di una scuola intitolata a Piersanti Mattarella e per un’iniziativa politica della Lega. Dopo aver difeso la riforma della scuola e attaccato i contestatori, il ministro ha voluto richiamare alla memoria il tragico assassinio del fratello del Capo dello Stato.

Nel farlo, però, ha pronunciato una frase destinata a far discutere. Valditara ha ricordato di avere quasi 19 anni all’epoca dei fatti e di avere impressa nella memoria la fotografia drammatica di Sergio Mattarella accanto al fratello appena colpito. Ma ha aggiunto che Piersanti sarebbe stato “assassinato dalle Brigate Rosse”.

Il passaggio ha generato imbarazzo e incredulità tra i presenti. Perché quell’omicidio non appartiene alla storia del terrorismo brigatista, ma a quella della violenza mafiosa. Piersanti Mattarella fu assassinato da Cosa Nostra in un agguato che segnò profondamente la storia della Sicilia e della Repubblica.

L’errore storico: Piersanti Mattarella fu ucciso dalla mafia

Il punto centrale della gaffe è proprio questo: Piersanti Mattarella non fu vittima delle Brigate Rosse. Fu ucciso dalla mafia.

La mattina del 6 gennaio 1980, a Palermo, il presidente della Regione Siciliana venne raggiunto dai colpi di un sicario mentre si trovava in auto con la famiglia. Quell’immagine, con Sergio Mattarella che soccorre il fratello morente, è diventata una delle fotografie più dolorose della storia repubblicana.

L’omicidio di Piersanti Mattarella viene ricordato come uno dei delitti politici più gravi compiuti da Cosa Nostra. Non fu soltanto l’eliminazione di un esponente della Democrazia Cristiana. Fu un messaggio contro un progetto politico e amministrativo che puntava a spezzare intrecci, opacità e condizionamenti mafiosi nella gestione della Regione Siciliana.

Attribuire quel delitto alle Brigate Rosse significa confondere due capitoli diversi, entrambi tragici, della storia italiana: da un lato il terrorismo politico degli anni di piombo, dall’altro la violenza mafiosa contro rappresentanti delle istituzioni.

Perché la gaffe pesa politicamente

Gli errori possono capitare. Ma non tutti hanno lo stesso peso. In questo caso la scivolata del ministro Valditara assume un significato particolare per almeno tre motivi.

Il primo è il contesto. Il ministro non stava parlando in una conversazione informale, ma durante una giornata pubblica legata a una scuola intitolata proprio a Piersanti Mattarella. In un’occasione dedicata alla memoria, la precisione storica diventa parte stessa del messaggio istituzionale.

Il secondo riguarda il ruolo di Valditara. Parliamo del ministro dell’Istruzione, cioè del rappresentante del governo che più direttamente ha la responsabilità politica della scuola, della formazione e della trasmissione della memoria civile. Da un ministro dell’Istruzione ci si aspetta particolare attenzione quando si evocano pagine così delicate della storia nazionale.

Il terzo motivo è il valore simbolico della figura di Piersanti Mattarella. La sua vicenda non può essere separata dal tema della lotta alla mafia. Spostare, anche per errore, la responsabilità del suo assassinio dalle organizzazioni mafiose al terrorismo brigatista rischia di indebolire il senso storico e civile di quella memoria.

Una giornata già segnata dalle proteste

La gaffe è arrivata in una giornata tutt’altro che tranquilla. Valditara era in Campania mentre gli studenti protestavano contro la sua riforma. Il ministro, secondo quanto riportato, aveva difeso il proprio intervento sulla scuola e criticato i “violenti” che lo contestavano.

L’appuntamento aveva dunque già un forte contenuto politico. Non era soltanto un’inaugurazione istituzionale, ma anche un momento di confronto acceso sul futuro della scuola e sulle contestazioni studentesche. In questo clima, la frase su Piersanti Mattarella ha finito per oscurare il resto.

L’errore storico è diventato immediatamente il centro della notizia. Non la riforma, non la contestazione, non l’inaugurazione della scuola: a imporsi è stata quella frase sulle Brigate Rosse.

La memoria di Piersanti Mattarella

Per comprendere la gravità della confusione, bisogna ricordare chi era Piersanti Mattarella.

Esponente della Democrazia Cristiana, presidente della Regione Siciliana, Mattarella rappresentava una linea politica orientata alla modernizzazione amministrativa e alla moralizzazione della vita pubblica siciliana. Il suo impegno per rendere più trasparente la gestione della Regione lo mise in rotta di collisione con interessi consolidati e ambienti legati al potere mafioso.

La sua uccisione avvenne in una stagione in cui Cosa Nostra colpiva magistrati, politici, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti e servitori dello Stato. Fu uno dei delitti che mostrarono con più chiarezza la capacità della mafia di attaccare direttamente le istituzioni quando queste provavano a sottrarsi al suo controllo.

Proprio per questo Piersanti Mattarella è una figura centrale della memoria antimafia. Ricordarlo significa parlare di coraggio politico, di legalità, di amministrazione pubblica e di resistenza alle pressioni criminali.

Brigate Rosse e Cosa Nostra: due ferite diverse della Repubblica

La frase di Valditara ha colpito anche perché accosta impropriamente due fenomeni diversi. Le Brigate Rosse furono protagoniste della stagione del terrorismo politico, con sequestri, attentati e omicidi che insanguinarono l’Italia negli anni Settanta e Ottanta. Cosa Nostra, invece, è l’organizzazione mafiosa che per decenni ha condizionato la vita economica, sociale e politica della Sicilia e del Paese.

Entrambe rappresentano ferite profonde della Repubblica. Ma confonderle significa perdere il senso specifico delle loro responsabilità storiche.

Piersanti Mattarella appartiene alla storia della lotta alla mafia. Come Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tante altre figure uccise per avere sfidato il potere criminale mafioso. Inserirlo, anche involontariamente, nel capitolo delle Brigate Rosse altera la cornice storica del suo sacrificio.

Una gaffe che imbarazza il governo

La frase del ministro arriva in un momento in cui ogni parola pronunciata da un esponente del governo viene letta anche sul piano simbolico. L’errore di Valditara rischia quindi di diventare un caso politico, soprattutto perché riguarda una figura direttamente legata al Presidente della Repubblica.

Sergio Mattarella non è soltanto il Capo dello Stato. È anche il fratello di Piersanti, testimone diretto di quella tragedia familiare e nazionale. L’immagine evocata dal ministro, quella di Sergio Mattarella accanto al fratello ferito mortalmente, è una delle più potenti e dolorose della memoria repubblicana.

Proprio per questo la gaffe appare ancora più delicata. Non riguarda un dettaglio secondario, ma il cuore della vicenda: chi uccise Piersanti Mattarella e perché.

Il peso delle parole nella memoria pubblica

La politica vive anche di simboli, date, nomi e ricordi condivisi. Quando un ministro parla di una vittima della mafia, soprattutto davanti a studenti o in un contesto scolastico, le parole diventano uno strumento di educazione civile.

Per questo la precisione non è formalismo. È rispetto.

Dire che Piersanti Mattarella fu ucciso dalla mafia significa riconoscere la natura di quella battaglia. Significa ricordare che Cosa Nostra colpì un uomo delle istituzioni perché rappresentava un progetto politico incompatibile con i suoi interessi. Significa trasmettere agli studenti una lezione chiara: la mafia non è solo criminalità comune, ma anche potere, intimidazione, controllo, attacco alla democrazia.

Un errore su questo punto rischia di produrre un cortocircuito nella memoria. E quando a commetterlo è il ministro dell’Istruzione, il caso diventa inevitabilmente più rilevante.

L’immagine che Valditara voleva evocare

Valditara, nel suo intervento, ha richiamato la fotografia del giovane Sergio Mattarella accanto al fratello Piersanti dopo l’agguato. Quella immagine è rimasta nella coscienza civile del Paese perché unisce dolore privato e tragedia pubblica.

È la fotografia di un fratello che soccorre un fratello. Ma è anche l’immagine di uno Stato colpito dalla mafia. Di una famiglia ferita da un delitto politico-mafioso. Di una stagione in cui servire le istituzioni poteva significare esporsi a un rischio mortale.

Il ministro ha provato a evocare quella memoria, ma l’ha fatto con una ricostruzione sbagliata. Ed è proprio il contrasto tra la forza emotiva del ricordo e l’errore storico a rendere la gaffe così evidente.

Il ruolo della scuola e della memoria antimafia

C’è poi un altro aspetto. La scuola è uno dei luoghi principali in cui si costruisce la memoria antimafia. Ogni anno studenti e docenti lavorano sui nomi delle vittime innocenti, sulle stragi, sui delitti politici, sui magistrati assassinati, sulle storie di resistenza civile.

Intitolare una scuola a Piersanti Mattarella significa inserire quella comunità educativa dentro un percorso di memoria e responsabilità. Significa dire agli studenti che quel nome non è decorativo, ma porta con sé una storia precisa.

Per questo, in un’occasione simile, ricordare correttamente la matrice mafiosa dell’omicidio non è un dettaglio. È il fondamento stesso dell’intitolazione.

Una scivolata destinata a restare

La gaffe di Giuseppe Valditara non cancella naturalmente il senso della giornata né il valore della memoria di Piersanti Mattarella. Ma è una scivolata destinata a restare nel dibattito pubblico, proprio perché pronunciata da chi guida il Ministero dell’Istruzione.

In politica le parole sbagliate pesano. Pesano ancora di più quando riguardano la storia del Paese, le vittime della mafia e la memoria condivisa delle istituzioni repubblicane.

L’episodio mostra quanto sia fragile il rapporto tra comunicazione politica e memoria storica. In un tempo in cui le dichiarazioni vengono registrate, rilanciate e discusse in pochi minuti, un errore può trasformarsi rapidamente in un caso nazionale.

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La gaffe di Valditara su Piersanti Mattarella non è soltanto una frase sbagliata. È un errore che tocca una delle pagine più dolorose della storia repubblicana. Piersanti Mattarella fu assassinato da Cosa Nostra, non dalle Brigate Rosse. E questa distinzione non è un tecnicismo: è la chiave per comprendere il senso politico, civile e storico del suo sacrificio.

Nel giorno in cui il ministro dell’Istruzione si trovava in Campania per l’inaugurazione di una scuola dedicata proprio a Mattarella, quell’imprecisione ha prodotto imbarazzo e incredulità. Perché la scuola, più di ogni altro luogo, dovrebbe custodire e trasmettere la memoria corretta.

La vicenda ricorda che la memoria pubblica non può essere approssimativa. Soprattutto quando riguarda chi ha pagato con la vita il tentativo di liberare le istituzioni dal potere mafioso. Piersanti Mattarella resta una vittima di Cosa Nostra, un simbolo della lotta alla mafia e una figura centrale della storia democratica italiana. Su questo, la politica non può permettersi confusioni.

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