Nelle ore in cui le agenzie internazionali raccontano un salto di qualità senza precedenti nello scontro tra Stati Uniti e Venezuela — con raid, caos a Caracas e l’annuncio americano della cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie — anche in Italia esplode una polemica politica e narrativa: la “guerra alla droga” è davvero la chiave per spiegare quanto sta accadendo, oppure è un’etichetta utile a coprire altro?
Dentro questo dibattito si inserisce Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, che nelle ultime settimane ha contestato apertamente la ricostruzione che mette il Venezuela al centro del problema cocaina, sostenendo che se si vuole colpire davvero la filiera bisogna guardare alla produzione e ai territori dove la coca si coltiva e la cocaina si raffina.
Il contesto: escalation e “narco-state” come cornice pubblica
La giustificazione più ripetuta in queste ore (soprattutto dal fronte statunitense) è che il Venezuela sarebbe un “narco-stato” e che l’operazione rientrerebbe nel contrasto ai cartelli e al traffico di cocaina. Dall’altra parte, Caracas parla di “aggressione militare” e di violazione della sovranità.
In Italia, la vicenda divide e costringe i partiti a muoversi su un crinale complicato: condanna del regime chavista, ma anche forte critica a un’azione militare esterna percepita come fuori dal perimetro del diritto internazionale.
La polemica politica italiana: Ricciardi (M5S) attacca Meloni
Il capogruppo M5S alla Camera, Riccardo Ricciardi, accusa il governo di usare un linguaggio “copione” e chiede di chiamare le cose con un altro nome: “guerra per prendere possesso delle risorse naturali del Venezuela” (questa è la sostanza della contestazione rilanciata nelle agenzie e sui social). La stessa linea, con toni diversi, compare anche in reazioni di esponenti di altri partiti che parlano di “alibi” e di rischio precedente pericoloso.
Nel frattempo Palazzo Chigi ha diffuso una nota più prudente, centrata sul monitoraggio della situazione e sulla tutela dei connazionali, con contatti costanti con la Farnesina.
Gratteri: “Venezuela ultimo Paese di cui occuparsi” se parliamo di narcotraffico
Il punto-chiave che ti interessa (“Gratteri smentisce ricostruzione su Venezuela problema droga”) sta qui: Gratteri sostiene che se la lente è il narcotraffico, la scorciatoia ‘Venezuela = centro della cocaina’ non regge.
In sintesi, la sua tesi è:
la cocaina nasce dove si coltiva coca e dove si processa la materia prima, quindi la leva “decisiva” è nei territori di produzione e nella manodopera agricola, non nel Paese che — al massimo — può essere una tratta o un retroporto;
il Venezuela, nella sua lettura, è più “rifugio/area di transito e di broker” che cuore della filiera globale.
Questa impostazione dialoga anche con i dati ONU: la produzione di coca e cocaina è fortemente concentrata in pochi Paesi, con la Colombia in posizione dominante nelle stime recenti.
Quindi la “droga” è solo un pretesto? Attenzione: tra alibi e semplificazione
Dire “è solo un alibi” è una conclusione politica (e propagandistica) che non si dimostra con uno slogan. Però Gratteri evidenzia un punto tecnico: se l’obiettivo dichiarato è ridurre davvero l’offerta di cocaina, colpire un Paese come simbolo non è automaticamente la strategia più efficace.
Da qui nasce la domanda inevitabile: se non basta la spiegazione ‘antidroga’, che altro pesa?
Gli “interessi di altro tipo”: quali scenari sono plausibili (senza inventare certezze)
Senza trasformare ipotesi in fatti, ci sono almeno quattro livelli di “interessi” che ricorrono nelle analisi e nelle reazioni diplomatiche:
1. Risorse energetiche e materie prime
Il Venezuela resta un Paese strategico per riserve e infrastrutture energetiche. Nella retorica venezuelana e in molte critiche internazionali, l’idea è che dietro l’azione militare ci sia anche (o soprattutto) il controllo di asset e rendite.
2. Geopolitica di sfera e “messaggio” regionale
L’operazione viene descritta da più osservatori come la più dura iniziativa USA nell’area da decenni, con effetti su equilibri regionali, alleanze e reazioni di Russia/Cina/Iran (che infatti risultano tra i più esplicitamente critici).
3. Politica interna e narrativa di forza
La cornice “guerra alla droga” è comunicativamente potente: parla di sicurezza nazionale, confini, fermezza. Ma proprio perché è potente, può diventare una narrazione-ombrello che semplifica obiettivi multipli (sicurezza, regime change, deterrenza, consenso).
4. Gestione del “dopo”: transizione, controllo, legittimità
Quando un’azione esterna dichiara persino l’intenzione di “governare temporaneamente” un Paese fino alla transizione, il punto non è più solo repressivo (antidroga): è apertamente politico-istituzionale. E questo, da solo, sposta il baricentro della discussione.
La frizione decisiva: diritto internazionale e “precedente”
Molte reazioni italiane (non solo M5S) insistono su una conseguenza: anche ammesso che Maduro sia un autocrate, un’azione militare unilaterale crea un precedente che altri attori potrebbero rivendicare altrove, con motivazioni “specchio”. È il motivo per cui la critica si concentra sul metodo, oltre che sul bersaglio.
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Gratteri non sta “assolvendo” il Venezuela: sta dicendo una cosa diversa e molto precisa sulla filiera della cocaina e su dove colpirla se l’obiettivo è davvero quello. Questa smentita tecnica mette in crisi la narrazione più comoda (“Venezuela = droga”), e apre lo spazio alla domanda che fai tu: ci sono interessi di altro tipo?
La risposta più onesta, oggi, è: probabilmente sì, almeno come somma di fattori (risorse, geopolitica, consenso, gestione del dopo). Ma il punto politico, per l’Italia, resta uno: se la giustificazione pubblica non regge sul piano tecnico (come sostiene Gratteri), allora la coerenza del governo e dell’Occidente — sul ripudio della guerra, sul diritto internazionale, e sul doppio standard — diventa inevitabilmente il vero terreno dello scontro.




















