Venezuela, il giornalista Andrea Scanzi affonda la Premier Giorgia Meloni – Ecco cosa ha fatto

Andrea Scanzi torna a colpire Giorgia Meloni con un post durissimo, costruito come un atto d’accusa politico e morale. Il bersaglio è la posizione della premier sul caso Trump–Venezuela (o comunque sull’azione militare attribuita a Trump), riassunta in una frase che, per Scanzi, è la sintesi perfetta dell’ambiguità: secondo Meloni, “l’azione militare di Trump non è la strada da percorrere, ma l’intervento difensivo Usa è legittimo”.

Per Scanzi è l’ennesima dichiarazione “a due facce”, un modo di parlare che consente di non scegliere mai davvero: criticare un gesto, ma contemporaneamente legittimarlo; prendere le distanze, ma senza rompere con l’alleato; mostrarsi prudente, ma restando allineata. Ed è proprio questa doppiezza che il giornalista trasforma nel nucleo del suo attacco: Meloni, quando si tratta di Trump, “dice tutto e l’esatto contrario”.

Il punto politico: l’ambiguità come linea di governo

Nella lettura di Scanzi, non è un inciampo comunicativo. È un metodo. La contraddizione non è un errore: è la linea politica. Quella che lui definisce, senza attenuanti, una postura cerchiobottista, cioè l’arte di stare con tutti senza stare davvero con nessuno, di dire una cosa e contemporaneamente la sua negazione per non pagare mai il costo di una scelta netta.

Scanzi la descrive come una politica “pavida”: non perché non parli, ma perché parla in modo da non esporsi. E il bersaglio non è soltanto la frase: è l’idea che, davanti a una questione enorme come un’azione militare contro uno Stato sovrano, una presidente del Consiglio non possa limitarsi a un equilibrio lessicale che salva la forma e svuota la sostanza.

“Chi l’ha votata per cambiare dovrebbe darsi del grullo”

Il post si fa ancora più feroce quando Scanzi chiama in causa direttamente l’elettorato che ha sostenuto Meloni con l’aspettativa di una rottura rispetto al passato. Qui l’attacco è politico, ma anche culturale: chi pensava che Meloni avrebbe “cambiato veramente le cose” — scrive — dovrebbe “darsi del grullo in eterno”.

È un passaggio che mira a demolire la narrazione originaria della leader di destra: quella della “novità”, della “discontinuità”, dell’outsider che avrebbe sfidato establishment e conformismi. Scanzi sostiene l’opposto: la premier sarebbe diventata l’emblema della continuità più classica, una figura che non rompe gli equilibri ma li conserva.

“Gattoparda fatta e finita”: la trasformazione in establishment

La definizione più pesante è proprio questa: “Una gattoparda fatta e finita.” Il riferimento è trasparente: cambiare tutto perché non cambi nulla. Per Scanzi, Meloni avrebbe tradito l’idea di una svolta e si sarebbe accomodata nella gestione del potere, puntando soprattutto a preservarlo.

Da qui la sequenza di etichette — volutamente offensive e politicamente distruttive — con cui la descrive: “democristiana di terza fascia”, “attaccata al potere”, “establishment puro”. L’obiettivo è chiaro: ribaltare la percezione identitaria della premier. Non più leader “anti-sistema”, ma sistema al quadrato.

Il punto più duro: “Vassalla servile di Trump”

Il bersaglio principale del post, però, è la relazione con Trump. Scanzi sostiene che la premier, quando c’è di mezzo Trump, si riduca a una posizione “vassalla”, “accondiscendente” e “platealmente servile”.

È un attacco che punta a un nervo scoperto: la credibilità internazionale e la sovranità politica. Per Scanzi, la frase di Meloni non è equilibrio diplomatico, ma sottomissione politica mascherata da prudenza. Il concetto è: pur di non incrinare rapporti e alleanze, si può arrivare a legittimare ciò che a parole si dice di non condividere.

In questa lettura, la premier non avrebbe una linea autonoma: avrebbe una linea compatibile con la necessità di mantenere rapporti e consenso internazionale, anche a costo di rinunciare a coerenza e chiarezza.

“Imbarazzante”: la critica alla legittimazione dell’attacco

Scanzi porta l’attacco al punto di massimo impatto: sostiene che Meloni, nei fatti, avrebbe detto una cosa moralmente e politicamente esplosiva. In sostanza: attaccare uno Stato sovrano ammazzando civili è brutto e “irrituale”, però Trump era legittimato a farlo.

Qui Scanzi costruisce la contraddizione in modo volutamente brutale: se dici che non è “la strada da percorrere”, come puoi dire che è “legittimo”? Se prendi le distanze dall’azione, come fai contemporaneamente a riconoscerla come intervento difensivo?

La sua conclusione è una condanna non solo della frase, ma della gerarchia morale che essa sottintenderebbe: un attacco può essere “sbagliato” sul piano opportuno o estetico, ma comunque “legittimo” perché compiuto da un alleato forte.

Il diritto internazionale “fino a un certo punto”

Nella parte finale, Scanzi collega la vicenda a un tema più ampio: il diritto internazionale come principio piegato a convenienza. Scrive che “siamo sempre lì”: “il diritto internazionale esiste, sì, ma fino a un certo punto.”

E richiama un precedente di linguaggio politico attribuito a Tajani: la formula secondo cui le regole valgono con elasticità diversa a seconda dei soggetti e delle alleanze. Il senso dell’accusa è quello del doppio standard: il diritto internazionale invocato contro i “nemici”, relativizzato per gli “amici”.

Per Scanzi, questa non è diplomazia: è un modo di svuotare la legalità internazionale e di rendere la forza più importante delle regole.

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Il post di Scanzi non è una critica puntuale: è una delegittimazione complessiva. Non contesta solo una frase di Meloni, ma la descrive come una leader senza coraggio politico, senza coerenza, senza autonomia, ridotta a gestione del potere e allineamento.

Il punto finale è un verdetto secco: “Sono imbarazzanti.” Plurale, perché l’attacco non riguarda solo Meloni ma una classe dirigente che, nella sua lettura, usa la retorica dei principi quando conviene e la sospende quando diventa scomoda.

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