Il Movimento 5 Stelle torna all’attacco sul dossier Venezuela con toni durissimi e una linea che punta dritta al cuore della politica estera del governo Meloni. A parlare è Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera, che sui social smonta la narrazione attribuita alla premier e la definisce senza mezzi termini “ipocrisia vergognosa”.
Il punto di rottura è il linguaggio: secondo Ricciardi, Meloni avrebbe inquadrato quanto accade in Venezuela come “azione difensiva contro un’aggressione ibrida”. Un lessico da manuale di comunicazione geopolitica, che per il M5S non descrive i fatti ma serve a renderli “accettabili” sul piano pubblico.
La contestazione principale: “Chiamatela guerra per prendere le risorse”
Nel messaggio citato dall’AGI, Ricciardi ribalta la cornice interpretativa e propone una definizione alternativa, volutamente brutale: “Chiamatela guerra per prendere possesso delle risorse naturali del Venezuela”.
Qui lo scontro si fa netto: non si discute più di sfumature diplomatiche, ma della natura stessa dell’azione. Ricciardi sostiene che usare parole come “difesa” e “aggressione ibrida” significa coprire un obiettivo diverso, che nel suo racconto è materiale e strategico: il controllo delle risorse.
È una scelta politica precisa: portare il confronto su una verità scomoda, togliendo alla narrazione governativa ogni patina di moralità o necessità.
“Recitano a memoria un copione”: l’accusa di subordinazione
Il M5S non si limita a criticare le parole, ma attacca la postura dell’esecutivo: Ricciardi descrive gli interlocutori come persone che “recitano a memoria un copione in cui neanche loro credono”.
È un’accusa pesantissima perché evoca un governo non autonomo, che non decide davvero la linea ma la ripete. Nel linguaggio politico, “copione” significa due cose:
1. una narrativa confezionata altrove;
2. l’assenza di un pensiero critico e di una strategia nazionale indipendente.
Ed è qui che si innesta l’idea – riassunta nella tua richiesta – del “governo schiavo Usa”: non come slogan generico, ma come giudizio politico sulla dipendenza dell’Italia da un’interpretazione e da un’agenda che, secondo il M5S, non nasce a Roma.
Il vero problema, per Ricciardi: chi sta ai vertici del Paese e del continente
Ricciardi spinge oltre l’attacco e allarga il bersaglio: non è solo Meloni, è una classe dirigente più ampia. Scrive infatti che il problema è che queste persone sono “ai vertici di questo Paese e di questo continente”.
Qui l’affondo diventa sistemico: il M5S denuncia un modo di fare politica estera che non riguarda solo l’Italia, ma l’allineamento occidentale nel suo complesso. E lo fa con un’accusa ancora più grave: negli anni, sostiene Ricciardi, questi vertici avrebbero “appoggiato, sostenuto, fatto affari con i criminali della peggior specie in giro per il mondo”.
È una frase che mira a delegittimare moralmente l’autorità di chi oggi parla di “libertà” e “popolo oppresso”, perché – nella narrazione M5S – lo farebbe dopo aver sostenuto regimi e attori discutibili quando conveniva.
La critica alla retorica “liberatrice”: libertà a corrente alternata
Il finale del messaggio di Ricciardi chiude il cerchio: oggi — scrive — parleranno del “bisogno di dare libertà a un popolo oppresso”. Ma l’implicito è chiaro: sarebbe una libertà selettiva, usata quando serve a giustificare interventi, pressioni o conflitti.
È un tema ricorrente nelle accuse di doppio standard: il M5S mette in discussione la coerenza etica dell’Occidente, sostenendo che la retorica dei diritti e della liberazione venga spesso impiegata come copertura per obiettivi geopolitici, economici o strategici.
La posta politica interna: mettere Meloni in difficoltà sul terreno “atlantista”
Sul piano interno, l’attacco non è casuale. Il Venezuela diventa un campo di battaglia utile perché tocca un nervo identitario del governo: l’adesione piena alla cornice euro-atlantica. Ricciardi sceglie di colpire esattamente lì, perché sa che su quel terreno l’esecutivo rivendica coerenza e affidabilità.
Il M5S, invece, cerca di rovesciare la narrativa: affidabilità non come valore in sé, ma come obbedienza; alleanza non come cooperazione, ma come subordinazione; “sicurezza” non come difesa, ma come copertura linguistica per operazioni di forza.
Il messaggio del M5S: cambiare linguaggio per cambiare verità
Il punto più interessante dell’intervento di Ricciardi è che non è solo un attacco politico: è una disputa sul linguaggio. Perché nel discorso internazionale le parole non sono neutre: “azione difensiva”, “aggressione ibrida”, “libertà”, “popolo oppresso” sono etichette che orientano immediatamente il giudizio pubblico.
Il M5S dice: chiamate le cose con il loro nome, e allora potremo discutere. Se invece si resta dentro un vocabolario precostituito, si parlerà solo con persone che ripetono frasi imparate, senza assumersi la responsabilità della realtà.
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Nella lettura del M5S, la vicenda Venezuela non è un capitolo esterno. È la prova di un problema interno: l’Italia, secondo Ricciardi, rischia di ridursi a ripetere narrazioni “da copione”, rinunciando a una politica estera autonoma e coerente.
Per questo l’attacco è così duro: perché non accusa solo una scelta, ma una postura. Non contesta solo una definizione, ma un intero modo di stare nel mondo. E pone una domanda implicita che pesa come un macigno: l’Italia decide, o esegue?




















