Virginia Raggi rilancia la battaglia sul Forlanini e alza il livello dello scontro politico, portando la questione fino al Parlamento. Il cuore della denuncia è netto: con il governo Meloni, sostiene l’ex sindaca di Roma ed esponente del Movimento 5 Stelle, la sanità pubblica starebbe lasciando sempre più spazio a quella privata, in un processo che non riguarda soltanto i numeri della spesa sanitaria o i tempi di attesa, ma anche scelte concrete e simboliche come la destinazione di grandi strutture pubbliche abbandonate. Tra queste, l’ospedale Forlanini, che Raggi definisce “simbolo della lotta contro le privatizzazioni” e che oggi, secondo la ricostruzione proposta, rischierebbe di cambiare definitivamente funzione e proprietà.
“Una battaglia che portiamo avanti da anni”: il Forlanini come simbolo e terreno di scontro
Nella sua ricostruzione, Raggi parla di una mobilitazione che non nasce oggi: “insieme a migliaia di cittadini e professionisti” sarebbe in corso da anni un’azione per “restituire ai cittadini” il Forlanini. Il tema non è presentato come un dettaglio amministrativo, ma come un capitolo emblematico: se una struttura storica, pubblica e potenzialmente riattivabile viene lasciata marcire e poi ceduta o riconvertita in chiave privatistica, allora — nella cornice M5S — si materializza il paradigma di una sanità pubblica che arretra mentre il privato avanza.
La battaglia, quindi, si muove su due livelli: quello territoriale romano (con la Regione Lazio e la gestione degli immobili sanitari) e quello nazionale, perché Raggi lega la vicenda a una scelta politica più ampia: la direzione impressa, a suo dire, dal governo sul rapporto tra pubblico e privato.
Che cos’è il Forlanini: un complesso enorme, nato negli anni ’30 e diventato eccellenza
Raggi insiste su un elemento concreto: le dimensioni e la storia del complesso. Descrive il Forlanini come un “complesso ospedaliero di oltre 100 mila metri quadri”, costruito negli anni Trenta, nato per trattare malattie respiratorie e poi diventato un’eccellenza.
Nel racconto, emerge anche la peculiarità del sito: non solo reparti e strutture sanitarie, ma un’architettura ospedaliera che include spazi esterni (terrazze, parco) e persino infrastrutture accessorie come un laghetto per l’approvvigionamento idrico, oltre a una biblioteca e un museo. L’immagine è quella di un vero “polmone sanitario e urbano”, un patrimonio pubblico non riducibile a un edificio da dismettere.
Ed è proprio questo contrasto a rendere più forte l’accusa: come può — sottintende la denuncia — un complesso di tale valore finire abbandonato e poi conteso da interessi non pubblici?
Il punto di rottura: “abbandonato nel 2015 per costi eccessivi”
Il passaggio chiave, nella versione proposta da Raggi, è cronologico e politico: tutto sarebbe stato abbandonato nel 2015 con la motivazione dei “costi eccessivi”. Su questa formula l’ex sindaca costruisce un ragionamento più generale: “vi suona familiare?”, chiede in sostanza, collegando la logica dei “costi” alla retorica con cui spesso vengono giustificati tagli, riduzioni di servizi e contrazioni di posti letto.
Qui la denuncia diventa un atto d’accusa contro una mentalità: quando la sanità viene trattata principalmente come voce di spesa e non come investimento, la conseguenza — sostiene — è un sistema che riduce offerta pubblica e costringe i cittadini a cercare soluzioni altrove.
Liste d’attesa e rinunce alle cure: il dato Istat come elemento politico
Per dare forza alla sua tesi, Raggi richiama un dato che considera decisivo: circa 6 milioni di italiani (il 10%) avrebbero rinunciato a curarsi nel 2024 per via delle liste d’attesa o dei costi eccessivi del privato. La cifra viene attribuita a una ricerca Istat del 2025 sulla sanità italiana.
L’uso politico di questo dato è chiaro: se una quota così ampia di cittadini rinuncia alle cure, la sanità non è più un diritto pienamente esigibile, ma diventa un servizio condizionato da reddito, tempi e disponibilità economica. E, di conseguenza, il privato — in questo scenario — non è una “libera scelta”, ma una spinta quasi obbligata.
Il nodo sociale: disuguaglianze e articolo 32 della Costituzione
Nella parte più “ideologica” e identitaria della sua denuncia, Raggi lega sanità e disuguaglianze. Sostiene che l’Italia sia tra i Paesi Ue con una distribuzione dei redditi più squilibrata, “pochi ricchi e tanti poveri”, e che proprio per questo la tenuta della sanità pubblica diventa questione di uguaglianza sostanziale.
Qui entra in gioco l’articolo 32 della Costituzione, citato come fondamento: la salute come diritto “fondamentale” e le cure gratuite per gli indigenti. Nella lettura di Raggi, le istituzioni — “soprattutto le Regioni” — continuerebbero a dismettere e ridurre la sanità pubblica senza comprendere che la spesa sanitaria non è spreco, ma investimento sul benessere collettivo.
È un passaggio che mira a spostare la discussione dalla contabilità all’etica pubblica: non si parla solo di bilanci, ma di diritti costituzionali e accessibilità reale.
Il capitolo “privato”: la proposta del Vaticano e il rischio di cambio di destinazione
Il punto più sensibile, politicamente, è quello che Raggi presenta come rischio attuale: dopo anni di abbandono e tentativi di riconversione, oggi un soggetto “privato” — indicato come Vaticano — vorrebbe acquisire il Forlanini, mantenendo soltanto in parte la destinazione sanitaria.
In questa impostazione, la questione non è solo “chi compra”, ma cosa accade alla funzione pubblica dell’immobile: se la sanità resta solo un pezzo marginale e il resto viene trasformato in altro, allora l’ospedale — simbolicamente e concretamente — esce dal perimetro del diritto universale e diventa asset, patrimonio, operazione.
Ed è qui che Raggi alza la voce: il Forlanini, nella sua narrazione, non è un immobile, è una bandiera.
“Arriva fino alla Camera”: la denuncia come iniziativa politica nazionale
Quando l’ex sindaca dice — e l’impostazione del messaggio lo suggerisce — di “arrivare fino alla Camera” per denunciare tutto, l’obiettivo è duplice:
1. Trasformare un caso locale in un tema nazionale, legandolo alla linea del governo sulla sanità.
2. Mettere pressione sulle responsabilità istituzionali (Regione, governo, Parlamento), chiedendo trasparenza su destinazione, gestione, progetti e scelte future.
Il Parlamento diventa così il luogo in cui il conflitto può assumere forma pubblica e ufficiale: interrogazioni, audizioni, atti di indirizzo, e soprattutto un dibattito che esca dal recinto romano e parli al Paese.
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Conclusione: il Forlanini come cartina di tornasole del modello di sanità
La denuncia di Virginia Raggi ruota attorno a un messaggio preciso: se un grande ospedale pubblico viene chiuso, lasciato in abbandono e poi avviato verso una gestione privata o mista, non è solo un fatto urbano o immobiliare. È — nella sua lettura — la rappresentazione di un modello: meno pubblico, più privato, più disuguaglianza, più rinunce alle cure.
Portare la questione “fino alla Camera” serve a questo: farla diventare un caso politico nazionale, costringendo le istituzioni a spiegare quali siano le scelte reali sul futuro del Forlanini e, più in generale, sulla direzione della sanità pubblica in Italia.


















