L’ex sindaca richiama il progetto nato nel 2020 con Raffaele Fanelli e lo collega al piano del sindaco di New York Zohran Mamdani sulle botteghe pubbliche: «Quando dicono che non ci sono soldi, ricordiamo che la politica sceglie come spenderli»
Una notizia arrivata da New York riaccende il dibattito anche a Roma. Il sindaco della metropoli americana, Zohran Mamdani, ha annunciato un piano per aprire una rete di negozi alimentari pubblici, pensati per offrire prodotti essenziali a prezzi più accessibili e rafforzare l’accesso al cibo nei quartieri più fragili. Un’iniziativa che, nelle intenzioni dell’amministrazione newyorkese, punta a rispondere all’aumento del costo della vita e alla difficoltà crescente di molte famiglie nel fare la spesa quotidiana. Secondo l’annuncio ufficiale della città, il primo negozio pubblico dovrebbe aprire alla fine del 2027, mentre il sito di La Marqueta, a East Harlem, è previsto entro il 2029; l’obiettivo è arrivare a cinque punti vendita, uno per ogni borough, con 70 milioni di dollari stanziati in fondi capitali.
Il progetto americano, però, ha avuto un effetto immediato anche nel dibattito politico italiano. A rilanciarlo è stata Virginia Raggi, ex sindaca di Roma, che ha colto l’occasione per ricordare un’esperienza avviata nella Capitale nel 2020: i mercati solidali, spazi all’interno dei mercati rionali dove le persone in difficoltà, individuate dai servizi sociali, potevano fare la spesa senza pagare.
Il parallelismo tra New York e Roma
Nel suo intervento social, Raggi parte proprio dall’annuncio arrivato da New York. La misura di Mamdani viene letta come il segno di una politica che sceglie di intervenire direttamente sulle necessità quotidiane dei cittadini più fragili: il cibo, la spesa, la dignità di poter portare a casa beni essenziali.
Va precisato che, negli atti ufficiali consultati, il piano di New York viene presentato come una rete di negozi alimentari pubblici a prezzi calmierati, non come punti vendita completamente gratuiti per i cittadini poveri. Il modello indicato dal Comune di New York prevede proprietà pubblica degli spazi, copertura di alcuni costi generali come affitto e costruzione, e gestione quotidiana affidata a operatori privati, con l’obbligo di trasferire i risparmi ai consumatori su un paniere di beni essenziali.
Il cuore politico del ragionamento di Raggi, tuttavia, resta chiaro: se una grande città come New York decide di intervenire sul costo della spesa attraverso strumenti pubblici, anche Roma e le amministrazioni italiane possono tornare a ragionare su forme concrete di sostegno alimentare, soprattutto per chi vive situazioni certificate di fragilità.
Il precedente romano dei mercati solidali
L’ex sindaca richiama così il 2020, l’anno della pandemia, dell’emergenza sociale e dell’impoverimento improvviso di tante famiglie. In quel contesto, spiega Raggi, insieme a Raffaele Fanelli venne immaginato e poi realizzato il progetto dei mercati solidali: non semplici punti di distribuzione, ma spazi inseriti nei mercati rionali, dentro la vita ordinaria dei quartieri.
L’idea era semplice e, allo stesso tempo, molto forte: consentire alle persone seguite dai servizi sociali di fare la spesa gratuitamente, scegliendo i prodotti disponibili come in un normale mercato. Non un pacco alimentare calato dall’alto, non una consegna impersonale, ma un’esperienza il più possibile simile a quella di tutti gli altri cittadini. La differenza, come spiegava Roma Capitale nel 2020 presentando il secondo Mercato Sociale al mercato San Romano, era una sola: in quell’“angolo spesa” non bisognava pagare nulla.
La dignità della scelta
Questo è probabilmente il punto più importante della proposta: la dignità della scelta. Nei mercati solidali, le persone in difficoltà non ricevevano soltanto un aiuto materiale, ma potevano scegliere i prodotti tra quelli disponibili, evitando che il sostegno pubblico si trasformasse in una forma di assistenza fredda o stigmatizzante.
Roma Capitale spiegava che i destinatari dell’iniziativa venivano individuati dai servizi sociali e ricevevano gratuitamente beni di prima necessità attraverso una tessera a punti ricaricata automaticamente ogni mese. In alcuni casi, le card potevano essere distribuite anche tramite le parrocchie, per raggiungere persone particolarmente vulnerabili o difficili da intercettare attraverso i canali ordinari.
Non era soltanto una misura contro la povertà alimentare. Era anche un modo per mantenere un legame tra chi aveva bisogno e la comunità del quartiere. Fare la spesa al mercato, passare tra i banchi, scegliere ciò che serve per la propria famiglia: gesti normali, quotidiani, che in una situazione di fragilità economica rischiano di diventare impossibili.
Il ruolo delle donazioni e della rete cittadina
Il progetto romano si fondava anche su una logica di rete. Accanto all’intervento pubblico, c’erano le donazioni dei privati, delle associazioni, delle catene della grande distribuzione e degli stessi cittadini. Gli operatori dei mercati potevano destinare parte dell’invenduto all’iniziativa, contribuendo così anche alla lotta contro lo spreco alimentare.
Questo aspetto rendeva i mercati solidali qualcosa di diverso da un normale sussidio. Erano uno spazio di incontro tra amministrazione, commercianti, cittadini, volontariato e servizi sociali. La fragilità non veniva nascosta, ma accompagnata dentro un percorso pubblico, organizzato e riconoscibile.
Raggi, nel suo intervento, insiste proprio su questo punto: quei mercati erano stati apprezzati perché offrivano una risposta concreta. Non una dichiarazione di principio, non uno slogan sulla solidarietà, ma un luogo fisico dove chi aveva bisogno poteva ricevere un aiuto immediato.
“Sono stati chiusi, ma possono essere riaperti”
Il passaggio più politico arriva quando l’ex sindaca afferma che quei mercati sono stati chiusi, ma possono essere riaperti. La proposta non viene presentata come un ricordo nostalgico del passato amministrativo, ma come una misura da recuperare oggi, in un momento in cui inflazione, affitti, salari bassi e precarietà continuano a colpire soprattutto le fasce più deboli.
Secondo Raggi, Roma potrebbe riprendere quel progetto e lo stesso potrebbero fare molte altre amministrazioni italiane. Non servirebbe inventare tutto da capo: esiste già un precedente, esiste già un modello sperimentato, esiste già una traccia amministrativa su cui lavorare.
Da qui l’annuncio di una mozione, che l’ex sindaca auspica possa essere accolta da tutte le forze politiche. Il tema, nel suo ragionamento, dovrebbe superare gli schieramenti: garantire beni essenziali a chi non riesce a fare la spesa non dovrebbe essere una bandiera di parte, ma una responsabilità istituzionale.
Il nodo delle risorse pubbliche
Raggi anticipa anche l’obiezione più prevedibile: “non ci sono soldi”. È qui che il suo discorso assume un taglio più netto. Per l’ex sindaca, dire che le risorse mancano non basta. La politica, sostiene, non è chiamata soltanto a registrare i vincoli di bilancio, ma a stabilire le priorità.
La frase centrale è proprio questa: scegliere come spendere i soldi pubblici è una precisa responsabilità della politica. Significa decidere quali interventi finanziare prima, quali rinviare, quali considerare essenziali e quali secondari. In questa prospettiva, la spesa alimentare per le famiglie più fragili non viene trattata come un costo accessorio, ma come una forma di protezione sociale primaria.
È un messaggio che prova a spostare il dibattito: non più “si può fare o non si può fare?”, ma “dove vogliamo mettere le risorse?”. Per Raggi, la risposta è chiara: davanti a chi non riesce a riempire il carrello della spesa, l’amministrazione pubblica deve intervenire.
Una proposta che parla anche all’Italia
Il tema, del resto, non riguarda solo Roma. In molte città italiane i mercati rionali sono presidi sociali prima ancora che commerciali. Sono luoghi di prossimità, frequentati da anziani, famiglie, persone sole, cittadini che spesso vivono il quartiere in modo quotidiano e diretto. Inserire al loro interno spazi di sostegno alimentare significa usare infrastrutture già esistenti, riconoscibili e radicate nel territorio.
Il modello dei mercati solidali potrebbe quindi diventare una proposta replicabile: ogni Comune, in base alle proprie risorse e alla propria rete sociale, potrebbe individuare mercati, operatori disponibili, fondi pubblici, donazioni private, associazioni e servizi sociali.
Naturalmente, una misura di questo tipo richiede regole chiare: criteri di accesso, controlli, trasparenza nella gestione delle donazioni, coordinamento con i servizi sociali, tutela della qualità dei prodotti e continuità nel tempo. Ma il precedente romano dimostra che un meccanismo simile può essere avviato.
Dal welfare emergenziale al welfare permanente
Il punto di fondo è capire se strumenti nati in una fase emergenziale, come il 2020, possano diventare politiche strutturali. Durante la pandemia, molte amministrazioni hanno attivato buoni spesa, consegne a domicilio, reti di volontariato e aiuti alimentari. Roma Capitale, ad esempio, pubblicò anche un avviso per contributi economici a favore di persone e famiglie in disagio economico e sociale causato dall’emergenza sanitaria.
Oggi, però, la domanda è diversa: cosa resta di quelle esperienze quando l’emergenza formale finisce, ma la fragilità sociale continua? Per Raggi, i mercati solidali sono una delle risposte possibili. Non più solo una misura straordinaria, ma un presidio stabile contro la povertà alimentare.
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Il richiamo al piano di New York diventa così l’occasione per riaprire una discussione tutta italiana: le città possono intervenire direttamente sul diritto al cibo? Possono usare mercati, fondi pubblici, donazioni e servizi sociali per costruire strumenti concreti contro la povertà? E soprattutto: la politica vuole farlo davvero?
Virginia Raggi risponde rilanciando l’esperienza dei mercati solidali di Roma. Un progetto nato nel 2020, apprezzato da molte persone fragili, poi interrotto, ma secondo l’ex sindaca ancora pienamente recuperabile.
La sua proposta è semplice: riaprire quegli spazi, riprendere quel modello, portarlo in Consiglio attraverso una mozione e chiedere a tutte le forze politiche di assumersi una responsabilità. Perché davanti a chi non riesce a fare la spesa, la differenza non la fanno le parole, ma le priorità. E scegliere le priorità, ricorda Raggi, è esattamente il compito della politica.



















