Virginia Raggi interviene nel confronto sempre più acceso sul futuro del campo progressista e mette il Partito democratico davanti a una scelta politica che considera ormai inevitabile. Per l’ex sindaca di Roma, la linea di separazione non passa più soltanto tra destra e sinistra, ma tra chi vuole investire nella pace e chi continua a sostenere il riarmo e l’aumento delle spese militari.
L’esponente del Movimento 5 Stelle rilancia inoltre la proposta delle primarie per individuare la leadership e la direzione politica della futura coalizione. Una consultazione che, secondo Raggi, era stata inizialmente richiesta proprio dal Pd, ma che ora alcuni settori politici sembrerebbero voler evitare o addirittura boicottare.
Il messaggio è diretto: prima di discutere di nomi, alleanze e candidature, bisogna stabilire quale modello di governo offrire agli italiani. E sul riarmo, avverte Raggi, i democratici non possono continuare a restare nell’ambiguità.
«La linea di demarcazione è tra pacifisti e bellicisti»
Raggi individua nella politica estera e nelle spese militari il principale elemento di distinzione della fase attuale.
«Oggi la linea di demarcazione è tra pacifisti e bellicisti, ossia tra chi vuole un futuro di pace e chi vuole tenere il Paese bloccato, spendendo miliardi in armi», sostiene.
La sua non è soltanto una critica alla maggioranza guidata da Giorgia Meloni. È anche un avvertimento rivolto alle forze che intendono costruire un’alternativa al centrodestra.
Secondo l’ex sindaca, non sarebbe credibile presentarsi agli elettori come una coalizione progressista senza aver prima chiarito la posizione su riarmo, programmi europei per la difesa e destinazione delle risorse pubbliche.
La pace, nella sua impostazione, non può essere una dichiarazione generica da inserire nei programmi. Deve diventare una priorità politica capace di orientare le decisioni economiche e internazionali del Paese.
L’attacco al governo Meloni
Raggi descrive un governo concentrato sulle questioni interne alla maggioranza e incapace di affrontare le vere emergenze economiche e sociali.
«In questo momento, l’Italia ha un governo che spende miliardi in armi e che tiene fermo il Paese, preoccupandosi solo dei guai della maggioranza», afferma.
L’ex sindaca richiama diversi dossier che nelle ultime settimane hanno dominato il dibattito politico: il caso delle chat di Andrea Delmastro, la riforma della Corte dei conti, il lungo confronto sulla magistratura e il referendum sulla giustizia.
Secondo Raggi, l’esecutivo avrebbe impiegato tempo ed energie per proteggere i propri equilibri e modificare organi di controllo, trascurando invece le difficoltà quotidiane delle famiglie, dei lavoratori e delle persone più fragili.
Il caso Delmastro come simbolo delle priorità del governo
Tra gli esempi indicati c’è la vicenda delle chat di Delmastro, sulle quali la Camera ha negato l’autorizzazione richiesta dalla Procura di Roma.
Il caso è diventato per le opposizioni il simbolo di una maggioranza pronta a utilizzare il proprio peso parlamentare per proteggere un esponente del governo.
Raggi inserisce la vicenda in un quadro più ampio: mentre il Paese affronta salari insufficienti, servizi pubblici in difficoltà e costi crescenti, il centrodestra sarebbe impegnato soprattutto nella gestione dei propri problemi politici.
La critica riguarda quindi non soltanto la decisione parlamentare, ma l’ordine delle priorità seguito dall’esecutivo.
La Corte dei conti e il rischio di indebolire i controlli
L’ex sindaca richiama anche la riforma destinata, secondo le opposizioni, a ridimensionare il ruolo della Corte dei conti.
Per Raggi, modificare il sistema delle responsabilità e dei controlli sulla gestione delle risorse pubbliche rischia di indebolire uno strumento fondamentale di garanzia.
Il Movimento 5 Stelle ha costruito una parte importante della propria identità politica sui temi della legalità, della trasparenza amministrativa e del contrasto agli sprechi.
Da questa prospettiva, ogni intervento capace di ridurre il potere degli organismi di controllo viene considerato particolarmente grave, soprattutto quando è promosso da una maggioranza già coinvolta in vicende controverse.
I mesi dedicati alla riforma della magistratura
Raggi contesta anche il tempo dedicato dal governo alla riforma della giustizia.
Secondo l’ex prima cittadina, il centrodestra avrebbe trascorso mesi a discutere di separazione delle carriere, assetti della magistratura e referendum, senza riuscire a dare risposte adeguate alle emergenze economiche.
La critica non riguarda il diritto del Parlamento a intervenire sull’ordinamento giudiziario, ma la scelta di trasformare la materia in una priorità assoluta mentre il Paese affronta problemi più urgenti.
Per il Movimento 5 Stelle, la giustizia dovrebbe essere resa più efficiente e accessibile ai cittadini, non utilizzata come terreno di scontro contro i magistrati o come strumento per ridurre i controlli sul potere politico.
Il modello alternativo proposto da Raggi
L’ex sindaca non si limita ad attaccare il governo. Indica tre pilastri sui quali dovrebbe essere costruita una nuova proposta politica: no al riarmo, attenzione agli ultimi e transizione ecologica.
Si tratta di una piattaforma che, secondo Raggi, il Movimento 5 Stelle porta avanti da tempo e che potrebbe diventare la base di un’alternativa progressista.
Il primo punto è il rifiuto dell’aumento incontrollato delle spese militari.
Il secondo riguarda la difesa delle persone in difficoltà, attraverso politiche sociali, sostegno ai redditi, sanità pubblica e contrasto alla marginalità.
Il terzo è la transizione energetica, fondata sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e sulla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Il no al riarmo come condizione politica
Per Raggi, il rifiuto del riarmo non è un tema secondario sul quale i partiti possano mantenere posizioni differenti senza conseguenze.
È una scelta che definisce l’identità stessa di una futura coalizione.
Destinare miliardi alla difesa significa inevitabilmente ridurre gli spazi disponibili per altri investimenti, soprattutto in un Paese con un debito pubblico elevato e servizi essenziali in difficoltà.
L’ex sindaca considera quindi necessario stabilire prima delle elezioni se l’alternativa al governo Meloni intenda continuare sulla strada del riarmo oppure proporre una politica diversa.
Su questo punto, sostiene, il Movimento ha già scelto. Il Pd deve ancora chiarire definitivamente la propria posizione.
Il nodo del programma europeo SAFE
Raggi cita espressamente il programma SAFE, che consente agli Stati europei di accedere a finanziamenti destinati al rafforzamento delle capacità militari.
«Sul riarmo per il Pd non è così semplice dire no, se si parla di SAFE», osserva.
La frase mette in evidenza la difficoltà dei democratici, divisi tra la volontà di mantenere un profilo europeista e atlantista e la necessità di non rompere con il Movimento 5 Stelle.
Il M5S ha espresso una posizione nettamente contraria ai nuovi programmi di riarmo, considerandoli un errore strategico ed economico.
Nel Pd, invece, convivono sensibilità differenti: alcuni esponenti sostengono il rafforzamento della difesa europea, altri chiedono maggiori investimenti sociali e una più decisa iniziativa diplomatica.
«Il Pd deve scegliere da che parte stare»
Raggi riprende l’impostazione indicata da Giuseppe Conte e rivolge al Pd una richiesta esplicita.
I democratici, afferma, devono decidere da che parte stare.
Non basta dichiararsi favorevoli alla pace e, nello stesso tempo, sostenere nuovi fondi per l’acquisto di armamenti. Non basta chiedere unità alle opposizioni senza affrontare le divergenze sui temi fondamentali.
Per l’ex sindaca, la chiarezza programmatica deve venire prima delle alleanze.
Solo dopo aver definito la posizione su riarmo, politiche sociali e transizione ecologica sarà possibile discutere seriamente della coalizione e della sua leadership.
I punti di consonanza tra Pd e M5S
Raggi riconosce comunque l’esistenza di numerosi elementi comuni tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle.
«A contare sono i programmi, e su molti temi c’è già una consonanza di base», sottolinea.
Le convergenze riguardano la difesa della sanità pubblica, il salario minimo, la lotta alla precarietà, la tutela ambientale e il sostegno alle persone più fragili.
Su questi dossier, Pd e M5S hanno spesso votato insieme e presentato proposte compatibili.
Il problema principale resta la politica estera e, in particolare, il rapporto tra difesa europea, invio di armi e ricerca di una soluzione diplomatica ai conflitti.
«Senza pace non c’è futuro»
La frase che sintetizza l’intervento di Virginia Raggi è netta: «Senza pace non c’è futuro».
Per l’ex sindaca, nessun programma sociale, ambientale o economico può essere realmente credibile se non affronta il rischio di un’escalation militare.
Le guerre producono vittime, instabilità, rincari energetici, aumento delle spese pubbliche per la difesa e riduzione delle risorse destinate ai servizi.
La pace diventa quindi anche una questione economica e sociale.
Raggi rifiuta l’idea secondo cui chiedere negoziati e opporsi al riarmo significhi disinteressarsi della sicurezza. Al contrario, considera la diplomazia e la cooperazione internazionale gli strumenti più efficaci per garantire stabilità.
Le primarie tornano al centro del confronto
Sul futuro della coalizione progressista, Raggi rilancia senza esitazioni la proposta delle primarie.
Ricorda che era stato proprio il Partito democratico a chiederle e invita ora a passare dalle dichiarazioni ai fatti.
«Le chiedeva il Pd: facciamole», afferma.
La consultazione dovrebbe consentire agli elettori di scegliere non soltanto il candidato alla guida della coalizione, ma anche l’impostazione politica da seguire.
Per il M5S, le primarie non possono ridursi a una competizione personale tra leader obbligati a sostenere un programma già scritto dalle segreterie.
Devono diventare un vero confronto tra proposte differenti.
L’accusa: «C’è chi non le vuole»
Raggi sostiene però che non tutte le componenti del campo progressista siano realmente favorevoli alla consultazione.
«C’è qualcuno che non le vuole, mentre qualcun altro intende boicottarle», denuncia.
L’ex sindaca non indica nomi precisi, ma il riferimento sembra rivolto ai settori che temono una competizione aperta tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein.
Una primaria autentica potrebbe infatti trasformarsi in un confronto sulla pace, sul riarmo, sull’Europa e sul modello economico della coalizione.
Conte avrebbe la possibilità di presentarsi come candidato di una linea pacifista e sociale, mettendo in difficoltà le aree del Pd favorevoli al rafforzamento militare.
La paura di una consultazione vera
Dietro le resistenze alle primarie ci sarebbe quindi la paura del risultato.
Una parte del gruppo dirigente progressista potrebbe preferire un accordo tra i partiti capace di definire in anticipo programma e candidato, evitando una competizione dagli esiti incerti.
Raggi respinge questa impostazione.
Per l’ex sindaca, la leadership non può essere decisa in riunioni riservate o attraverso accordi tra segreterie. Deve essere scelta dai cittadini, soprattutto quando esistono visioni politiche differenti.
La consultazione sarebbe anche un modo per mobilitare l’elettorato e costruire un rapporto più diretto tra la futura coalizione e la sua base.
Il possibile confronto tra Conte e Schlein
Le primarie potrebbero vedere contrapposti Giuseppe Conte ed Elly Schlein.
Il leader del Movimento 5 Stelle porterebbe una piattaforma fondata sul no al riarmo, sulla giustizia sociale e sulla critica alle politiche economiche del governo.
La segretaria del Pd rappresenterebbe un’area progressista più ampia, ma dovrebbe conciliare la propria sensibilità di sinistra con le posizioni europeiste e atlantiste presenti nel partito.
Il confronto non sarebbe soltanto tra due personalità. Riguarderebbe la direzione dell’intero campo alternativo a Meloni.
È proprio questa dimensione politica a rendere le primarie tanto importanti e, allo stesso tempo, tanto temute.
Raggi contro Gualtieri in Campidoglio
L’intervista affronta anche il rapporto tra Virginia Raggi e l’amministrazione capitolina guidata dal sindaco del Pd Roberto Gualtieri.
Nei giorni precedenti, l’ex sindaca aveva votato contro l’assestamento di bilancio del Comune, arrivando a definire Gualtieri «un monarca».
Raggi chiarisce di aver espresso un voto contrario perché non condivideva il provvedimento.
La sua posizione dimostra che l’eventuale costruzione di un’alleanza nazionale tra Pd e M5S non può trasformarsi in un obbligo di sostenere automaticamente ogni scelta delle amministrazioni democratiche.
Anche a livello locale, sostiene, devono contare i programmi e il merito dei singoli atti.
«La mia stella polare sono sempre stati i programmi»
Raggi ribadisce che le sue decisioni politiche sono determinate dai contenuti e non dagli accordi tra partiti.
«Per me la stella polare sono sempre stati i programmi», afferma.
L’ex sindaca rivendica una propria idea di Roma fondata sul contrasto al consumo di suolo, sulla vicinanza alle persone in difficoltà e su una gestione amministrativa meno condizionata dai grandi interessi immobiliari.
Il voto contrario all’assestamento di bilancio sarebbe quindi coerente con questa impostazione e non il segnale automatico di una rottura nazionale con il Pd.
La critica al cemento a Roma
Uno dei punti centrali della visione di Raggi per la Capitale è l’opposizione a nuove colate di cemento.
L’ex sindaca ritiene che Roma debba puntare sulla rigenerazione degli spazi esistenti, sulla tutela del territorio e sul miglioramento dei servizi nei quartieri.
La crescita della città non può essere misurata soltanto attraverso nuovi progetti edilizi.
Deve riguardare trasporti, manutenzione, verde pubblico, politiche abitative e servizi sociali.
Questa impostazione la porta spesso a scontrarsi con le scelte dell’amministrazione Gualtieri e con una parte del Partito democratico romano.
Un’amministrazione vicina alle persone in difficoltà
Raggi insiste inoltre sulla necessità di riportare l’attenzione sulle periferie e sulle fasce sociali più vulnerabili.
Una città amministrata in modo progressista, sostiene, dovrebbe partire dai bisogni di chi non riesce a pagare un affitto, di chi attende mesi per un servizio e di chi vive in quartieri privi di infrastrutture adeguate.
La critica a Gualtieri riguarda quindi anche il modello di sviluppo seguito dalla Capitale.
Per Raggi, l’amministrazione rischia di apparire troppo concentrata sui grandi eventi e sugli interventi più visibili, lasciando in secondo piano i problemi quotidiani dei residenti.
L’alleanza romana sarà decisa dal Movimento
Nonostante le critiche, Raggi non esclude in modo definitivo un’intesa politica a Roma.
Chiarisce però che la scelta non spetta soltanto a lei.
«Sull’alleanza deciderà chi se ne sta occupando, ossia i gruppi interni al M5S», precisa.
Il Movimento dovrà valutare se esistano le condizioni programmatiche per collaborare con il Pd e se l’amministrazione Gualtieri sia disponibile a modificare alcune delle proprie scelte.
Anche in questo caso, la linea resta la stessa: prima i contenuti, poi gli accordi.
Il M5S rivendica la propria autonomia
Le parole di Raggi confermano che il Movimento 5 Stelle non intende essere assorbito dal Partito democratico.
Un’alleanza può essere costruita soltanto attraverso un rapporto paritario e il riconoscimento delle rispettive identità.
Il M5S vuole incidere sul programma, sulla leadership e sulle priorità della futura coalizione.
Non accetterà di essere utilizzato semplicemente come una forza necessaria per sommare voti e battere il centrodestra.
La richiesta al Pd di scegliere sul riarmo assume quindi anche questo significato: dimostrare che l’alleanza non è soltanto una strategia elettorale, ma un progetto fondato su scelte comuni.
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Raggi mette il Pd davanti alla scelta finale
Virginia Raggi porta quindi lo scontro al punto essenziale: il Partito democratico deve scegliere.
Può sostenere l’aumento delle spese militari, il programma SAFE e una politica europea maggiormente orientata al riarmo. Oppure può costruire insieme al Movimento 5 Stelle un’alternativa fondata sulla pace e sugli investimenti sociali.
Può accettare primarie vere, nelle quali cittadini ed elettori decidano leadership e indirizzo politico. Oppure può cercare di limitarle, rinviarle o svuotarle di significato.
Per l’ex sindaca, non esistono più spazi per formule indefinite.
«Senza pace non c’è futuro» è il principio dal quale il M5S non intende arretrare. Ed è su questo terreno che il Pd dovrà finalmente mostrare da che parte vuole stare.



















