Virginia Raggi torna a rivendicare, con toni battaglieri, la scelta che più di ogni altra ha segnato la sua stagione da sindaca: il no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi. In studio l’ex prima cittadina ripercorre le ragioni di quella decisione e la trasforma in un atto politico ancora attuale: non una “paura di sognare”, come le venne rimproverato allora, ma la risposta obbligata di una Capitale soffocata dai conti e dalle eredità amministrative.
Il punto, nella sua ricostruzione, è uno: Roma – dice – non poteva permettersi di caricare sulle spalle dei cittadini un’altra montagna di debito, con il rischio concreto di trasformare un grande evento in un boomerang finanziario.
“Un buco da 13 miliardi”: la premessa economica che, per Raggi, rendeva impossibile il sì
Raggi parte dal contesto. Quando arrivò in Campidoglio, sostiene, la città aveva già un “buco” di 13 miliardi di debito generato dalle amministrazioni precedenti. Un debito che, ricorda, veniva ripagato con un meccanismo che gravava su romani e italiani: 500 milioni l’anno attraverso una tassa straordinaria.
È su questa premessa che costruisce la sua tesi: se la Capitale era già impegnata a ripianare una voragine finanziaria, aggiungere il costo di un’Olimpiade avrebbe significato – nella sostanza – aumentare la pressione su cittadini e contribuenti, con un rischio enorme di “effetto trascinamento” su bilancio, servizi e investimenti ordinari.
Il dossier del CIO e il nodo della “garanzia”: “Roma avrebbe pagato tutti gli extra”
Nel suo intervento Raggi ricorda anche i termini della proposta che, a suo dire, le fu presentata: un dossier del CIO (Comitato Internazionale Olimpico) che indicava investimenti per 3 miliardi “garantiti” dall’organizzazione, mentre tutti gli extracosti – cioè la parte imprevedibile e spesso gigantesca delle spese – sarebbero ricaduti sulla città.
È qui che la sua orazione si fa più netta: il problema non sono i costi “sulla carta”, ma ciò che succede quasi sempre dopo, quando la macchina olimpica entra nella fase operativa e il preventivo iniziale si dilata. Secondo Raggi, Roma non aveva alcun margine per farsi carico di quell’alea.
“Non mi sono pentita”: la rivendicazione politica del no
Alla domanda se oggi si sia pentita, la risposta è secca: no. Non un rimpianto, ma un’affermazione identitaria: Raggi presenta quella scelta come una decisione “di responsabilità”, contro la tentazione di scaricare sul futuro il costo del presente.
Il concetto che ribadisce è semplice: un’Olimpiade, se finanziariamente fuori controllo, non è un regalo alla città ma un debito differito. E i debiti, in politica locale, hanno un nome e un indirizzo: si pagano con tasse, tagli, rinvii di manutenzione, compressione dei servizi.
L’argomento chiave: il “modello extracosti” e le città impoverite
Nel cuore del suo ragionamento Raggi porta un elenco di esempi che, a suo dire, mostrano una dinamica ricorrente nelle Olimpiadi – soprattutto estive: gli extracosti che esplodono e finiscono per impoverire le città ospitanti.
Cita in particolare:
Tokyo con un aumento del +400%
Montreal negli anni ’70 con +736%
Rio, evocata come caso emblematico nella memoria collettiva
L’obiettivo di questi riferimenti è costruire un parallelismo: se anche città ricche o strutturate hanno visto lievitare i conti in modo fuori scala, una Roma già appesantita dal debito avrebbe corso un rischio ancora più alto. Raggi trasforma quindi la decisione del no in un ragionamento “preventivo”: non aspettare la crisi, ma evitarla quando i segnali sono già noti.
Il “fantasma Atene”: quando lo sport diventa miccia di una crisi
A chi le obietta che un grande evento porta sviluppo, l’ex sindaca risponde con un’immagine forte: Atene. Raggi la cita come esempio storico del pericolo di trasformare un’Olimpiade in una miccia economica. Nella sua narrazione, quel precedente funziona come monito: quando si sommano extracosti, infrastrutture sovradimensionate e debito pubblico, la festa può diventare un acceleratore di vulnerabilità.
È un passaggio che le serve per alzare il livello dello scontro: non è solo un dibattito “pro o contro lo sport”, ma una questione di modello economico e di sostenibilità finanziaria.
La linea di confine: Olimpiadi come opportunità o come trappola
Il ragionamento di Raggi, in studio, si chiude su una linea netta: Roma non era nelle condizioni economiche di permettersi altri debiti. E “altri debiti” significa – insiste – debiti che non finiscono in astratto, ma sulle spalle dei romani e degli italiani.
La sua orazione diventa così una critica più ampia alla retorica dei grandi eventi: se non c’è una struttura di garanzie reali, se il rischio extracosti resta pubblico, se le infrastrutture diventano cantieri infiniti o cattedrali nel deserto, allora l’Olimpiade non è modernizzazione: è indebitamento.
E in questo, Raggi prova a riaprire il dossier politico con una domanda implicita, ma decisiva: una città che già ripaga un debito enorme può davvero permettersi di scommettere su un evento che, storicamente, sfora quasi sempre i costi previsti?
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In definitiva, Virginia Raggi prova a trasformare una scelta che allora le costò critiche feroci in una bandiera politica ancora spendibile: dire no non come gesto “anti-sogno”, ma come atto di contabilità pubblica e di tutela dei cittadini. Il messaggio che consegna è chiaro: i grandi eventi non sono gratis, e quando la garanzia vera non copre l’imprevisto – cioè proprio la parte che esplode – il conto finisce quasi sempre sul bilancio pubblico, quindi su tasse, servizi e manutenzioni rinviate.
È qui che la sua rivendicazione diventa più di un ricordo da ex sindaca: è un avvertimento sul metodo. Prima vengono i fondamentali di una città già indebitata, poi – eventualmente – i palcoscenici globali. Perché, sostiene Raggi, Roma non aveva bisogno di un’altra scommessa a rischio extracosti: aveva bisogno di non aggiungere debito a debito. E la domanda che lascia sospesa, a chi oggi ripropone la retorica dell’occasione irripetibile, resta la stessa: se l’alea è pubblica e i benefici sono incerti, chi si assume davvero la responsabilità quando la festa finisce e i conti restano?


















